mercoledì 15 maggio 2013

Qualcuno era maradoniano

Qualcuno era maradoniano perché aveva pagato mille lire solo per vederlo il 5 luglio 1984.

Qualcuno era maradoniano perché aveva i capelli ricci.
Qualcuno era maradoniano perché aveva perso tutti i capelli.
Qualcuno era maradoniano perché provava e riprovava in giardino a palleggiare come lui ma, a stento, ne faceva tre.
Qualcuno era maradoniano perché la Juventus, il Milan e l'Inter erano già quelle di adesso.
Qualcuno era maradoniano perché sembrava Abatantuono nano.
Qualcuno era maradoniano perché ti davano 100 figurine Panini per averlo.
Qualcuno era maradoniano perché solo con lui ti rendevi conto cosa volesse dire il termine rivalsa.
Qualcuno era maradoniano perché Platini era una Maria Antonietta con i calzettoni.
Qualcuno era maradoniano perché non cadeva mai, nemmeno di fronte alle ingiustizie.
Qualcuno era maradoniano perché ci vuole l'uomo dell'ultimo passaggio.
Qualcuno era maradoniano perché contro l'Inghilterra non si era mica capito che aveva segnato con la mano.
Qualcuno era maradoniano perché contro l'Inghilterra non si era mica capito come aveva segnato il secondo gol.
Qualcuno era maradoniano perché il lunedì era più felice.
Qualcuno era maradoniano perché Boniperti, Trapattoni e Agnelli erano simpatici come le emorroidi il 18 luglio.
Qualcuno era maradoniano perché del calcio me ne frego ma adoro il gesto atletico.
Qualcuno era maradoniano perché da ragazzo aveva tirato una punizione nel sette.
Qualcuno era maradoniano perché ha fatto vincere uno scudetto a Luciano Sola.
Qualcuno era maradoniano perché per la prima e unica volta nella vita aveva vinto.
Qualcuno era maradoniano perché grazie a lui aveva il caffè sospeso al bar.
Qualcuno era maradoniano perché Pelè non ha mai giocato in Europa.
Qualcuno era maradoniano perché il gol su punizione contro la Juve era un chiaro errore di chi ha montato il servizio.
Qualcuno era maradoniano perché se Ferlaino accattass' due terzini buoni l'Intercontinentale non ce la leva nessuno.
Qualcuno era maradoniano perché nun jamm a nisciuna part cu sta squadr.... Gooool!!! To dicev' je ca simm e megl'.
Qualcuno era maradoniano perché al fratello piaceva Antognoni.
Qualcuno era maradoniano perché non si sentiva più solo.
Qualcuno era maradoniano per sfizio, qualcuno per principio, qualcuno per imposizione paterna.
Qualcuno era maradoniano perché se no abbuscav’ a scol’
Qualcuno era maradoniano perché aveva abbuscat’ a scol’
Qualcuno era maradoniano perché nell'apoteosi dell'estremo atletico si ravvisa l'allure artistico del genio. Capito cosa intendo?
Qualcuno era maradoniano perché il sistema calcio vedeva i napoletani come una minoranza necessaria.
Qualcuno era maradoniano perché nel giorno del primo scudetto si è fatto la comunione.
Qualcuno era maradoniano perché Napoli deve cambiare.
Qualcuno era maradoniano perché Napoli va bene così com'è.
Qualcuno era maradoniano perché in pochi anni Pino Daniele, Massimo Troisi e Maradona nello stesso luogo.
Qualcuno era maradoniano perché nun se po' semp aspettà diman'
Qualcuno era maradoniano perché l'incremento della vendita di magliette false sfiorava picchi colossali.
Qualcuno era maradoniano perché al Totonero aveva giocato 1 fisso.
Qualcuno era maradoniano perché Puzone, quello in basso a destra nella foto ufficiale, sembrava Nino D'Angelo.
Qualcuno era maradoniano perché Berlusconi aveva già la faccia di chi voleva fottersi tutti.
Qualcuno era maradoniano perché con la moneta di Bergamo la lira fu rivalutata in un attimo.
Qualcuno era maradoniano perché pensav' ca murev' e nun o verev’.
Qualcuno era maradoniano perché vivere a Napoli non è farlo a Torino, Milano, Perugia. Il silenzio e la paura ti fanno sentire un uomo peggiore.
Qualcuno era maradoniano perché una guerra di camorra è una guerra, per tutti.
Qualcuno era maradoniano perché credeva che per essere felice ci voleva qualcosa in più del semplice tirare a campare.
Perché arrangiarsi va bene ma chi dice che si vive d'espedienti ha il culo al caldo.
Perché siamo stati conquistati e sfruttati, controllati e fregati, ma non ci hanno mai convinto con la speranza del domani.
Sì, qualcuno era maradoniano perché non voleva che finisse mai quella magia, quella sensazione di essere migliore di come ti descrivono, migliore di quello che gli altri vogliono.

È adesso? Adesso che non c'è, che non possiamo più pensarlo vicino?

Siamo vedovi, abbandonati, o forse in un limbo vuoto, in un’assenza tiepida, un tepore ottuso.
Dal 17 marzo 1991 cerchiamo un approdo, una meta, un parametro.
Perché quella bellezza ci prende ancora alla gola e inizia a scendere, muovendosi come una vipera, sul cuore, tra i polmoni, nello stomaco, verso luoghi che non conosciamo e sentiamo soltanto addosso?
Come ricostruirci un futuro senza la bellezza? Chi ce la può dare, dove è andata finire?
La cerchiamo ovunque, tra le cose materiali coi soldi e le manfrine culturali con le idee. Ma nessuno più la tocca.
L’avevamo tra le mani, ogni giorno crescente, anche le sconfitte erano raggi di calore.
Adesso vinciamo ma è un perdere col sorriso, un essere comunque battuti da chi ci ha negato per secoli il volo.
Dobbiamo reinvantercela, dobbiamo reinventarcelo un nuovo Maradona.
Uno che slaccia il talento e gode con noi, uno che ti guarda e capisce quanto amore rimbalza, uno che si guarda le scarpe e sa di essere più importante per gli altri che per se stesso.

Uno così ci vuole. Per Napoli. Per noi.

martedì 7 maggio 2013

In ricordo di Andreotti - Racconto Estate 1982


Per il mio libro sul 1982 ho scritto un racconto che cercava di capire o soltanto immaginare meglio Andreotti. Lo riporto di seguito.



20 giugno 1982
Roma, ore 21.20


Germania Ovest-Cile 4-1 (Rummenigge (3), Reinders, Moscoso)



Il suo sguardo non punta mai l’occhio del relatore. Squadra i dettagli. L’orlo della giacca, come scende la cravatta sullo stomaco, il ciuffo dei capelli che fanno capolino sopra la basetta, le unghie delle mani, che lui considera lo specchio di un uomo.
Giulio Andreotti ascolta, nella riunione voluta da Salvo Lima a Palazzo Ferrajoli. Il tema è cosa fare del Governo Spadolini.

Vincenzo Scotti: “Il futuro è incerto Giulio, Salvo non ha compreso che le prospettive politiche del nostro gruppo devono intrecciarsi con altre esigenze. Balzamo, Lagorio, Formica sono craxiani poco convinti, cavalcano l’onda lunga per cui dobbiamo ringraziare sempre Fanfani”.

Salvo Lima: “Ti sbagli Vincé, Fanfani ormai è fuori dai giochi, il pericolo è Craxi, stammi a sentire. Quello è ancora incazzato perché pensa che tutta la faccenda Eni è gestita da noi. Craxi non lo metti in disparte come Amintore, ha pezzi di elettorato molto fedeli”.

Franco Evangelisti: “E non ce li potemo rubà questi pezzi di elettorato? I nostri sul territorio mica c’hanno paura dei socialisti. La battaglia è battaglia, lo sanno tutti, semo alleati quanto vuoi, ma se se tratta de fa vedè il pugno d’acciaio io so sempre convinto di attivare il territorio e far vedere sul campo chi semo noi”.

Salvo Lima: “Sono d’accordo Franco, ma partiamo da una situazione di debolezza, non c’era mai successa una cosa del genere. A Palermo si chiedono se veramente siamo finiti, se veramente facciamo la fine di Fanfani, io devo dare risposte a nome del direttivo, non posso risolvere la questione dicendo che ci pensano i territori. I territori sono foglie al vento, stiamo attenti a pensare che tutti stanno sulla nostra carrozza”.

Giulio Andreotti: “La nostra carrozza sa ancora qual è la strada giusta”.

Vittorio Sbardella: “Giulio, come sempre mi trovi d’accordo, ma le questioni sollevate da Salvo non sono di secondo piano. I socialisti si rivolgono alle persone dicendo che noi siamo i vecchi pellicciai, la gente sta iniziando a credere che il vestito buono è Craxi che glielo confeziona. Io non ne faccio nemmeno una questione puramente politica, su quel piano abbiamo ancora le armi giuste per nascondere chi ci vuole male, ma penso ad una dimensione più ampia, allargo il campo verso l’immaginario politico delle persone”.

Giuseppe Ciarrapico: “Ma quale immaginario politico, la gente viene da noi come va da Craxi, noi però gli risolviamo i problemi, l’immaginario politico nun c’entra un cazzo”.

Vittorio Sbardella: “C’entra invece Giusé, credimi che c’entra. Quando alla gente dici che si sente aria nuova, che il mondo cambia e che loro ne sono i nuovi protagonisti, quelli ci credono, credono che i rapporti di forza stanno cambiando e lo sai bene poi quello che succede. Ricordati come abbiamo offuscato Aldo negli anni ’60, nessuno ci credeva, ma quando alle persone gli dici all’orecchio che il ballo non lo conduce più quella persona, escono dalla sua sala ed entrano nella tua, pagando. E stiamo attenti che non succeda proprio questo”.

Paolo Cirino Pomicino: “Cari, amici, io vi ho ascoltato, ma nessuno mi ha convinto fino in fondo. Sono d’accordo a metà con Vincenzo. A Napoli questa forza socialista io non la vedo, non la tocco. Sai come si dice a Napoli: “Lasciarlo cuocere rint all’acqua sua”. Io direi di attendere, Craxi non è pronto per dare risposte concrete, non ha i mezzi che abbiamo noi”:

Franco Evangelisti: “So d’accordo pur’io, Craxi nun c’ha gli appoggi nostri”.

Giulio Andreotti: “Gli appoggi sono fatti per consumarsi”.

Salvo Lima: “Proprio così Giulio, proprio così. Abbiamo chiesto tanto a persone che hanno bisogno di avere sempre. Non possiamo arrivare da un giorno all’altro e dirgli, sai è cambiato il vento, accomodati nelle stanze, se vuoi ti faccio la lettera di presentazione. Craxi si sta costruendo i suoi di appoggi, non ha bisogno per forza dei nostri per reggere il gioco. Non pensiamo che noi abbiamo le mani dappertutto, ci sono settori dove siamo scoperti”.

Giuseppe Ciarrapico: “Ma dove semo scoperti, dimmelo tu dove semo scoperti?

Franco Evangelisti: “In effetti Giusé, in tutto sto settore delle comunicazioni private nun c’avemo nessuno dei nostri, Craxi se sta a magnà tutto”.

Salvo Lima: “E guardate che questo è il futuro. L’industria in Italia è arrivata al massimo possibile in quanto a sfruttamento politico, le pubblica amministrazione ha bisogno di un ricambio rapido, mentre si sta affermando il mondo delle tv private, dell’edilizia aggressiva, della finanza che non aspetta il via libera da parte della politica. E questi sono tutti settori che non conosciamo”.

Vincenzo Scotti: “Non sono d’accordo Salvo, scusami se te lo dico. Ho parlato ieri con Remo Gaspari. Mi ha detto che queste persone delle tv private sono già andate a bussare mille volte alla sua porta e lui non li ha fatto nemmeno entrare”.

Salvo Lima: “Ed è un minchione, perché su di loro si inizia a giocare la partita. Craxi lo ha capito. Stiamo attenti a non farci annullare”.

Giuseppe Ciarrapico: “Annullare a noi, ma sei diventato pazzo, Salvo. Ma chi c’annulla a noi, noi semo il potere, lo vuoi capire o te ne sei dimenticato? Che è, gli amici ti chiedono ancora altre cose?”.

Giulio Andreotti: “Gli amici restano sempre amici. Basta non tradirli”.

Vittorio Sbardella: “ Ma gli amici possono allargare le proprie amicizie e giocare su più tavoli”.

Paolo Cirino Pomicino: “Da quando sono nato io conosco un solo tavolo, quello dell’interesse. A Napoli gli interessi li curiamo noi e li curiamo fin troppo bene, a Roma c’è Giulio, Salvo perché sei così nervoso, a Palermo i tuoi interessi ti stanno scappando di mano?”

Salvo Lima: “Gli interessi si stanno muovendo. Dobbiamo seguirli”.

Vincenzo Scott: “E noi li seguiamo, qual è il problema, facciamo come la Germania che ho visto prima di venire qua. Ha perso contro l’Algeria e tutti pensavano che era andata. E invece col Cile ha giocato d’attesa, ha fatto l’Italia. La forza si deve mostrare nei risultati, non andando a combattere sempre a viso aperto”.

Giulio Andreotti: “Combattere non è quasi mai vincere”.
Vittorio Sbardella: “Noi non chiediamo di combattere Giulio, lo sappiamo tutti che a noi non serve in questo momento. Ma la difesa la dobbiamo attivare, non possiamo farci trovare sempre scoperti e farci fottere in contropiede”.

Paolo Cirino Pomicino: “Noi abbiamo un grande portiere”.

Vittorio Sbardella: “Sono d’accordo ma anche il più grande portiere della storia prende gol se i difensori non sanno marcare bene. Noi stiamo subendo un attacco forte, da gente che ha imparato a giocare a pallone, io dico solo di non perdere una partita per poca attenzione. Siamo tutti dei fuoriclasse, ma tanti fuoriclasse insieme non fanno una grande squadra”.

Giuseppe Ciarrapico: “Nun hai visto il Brasile allora, noi semo come il Brasile”.

Salvo Lima: “Vediamo prima il Brasile che fa al mondiale e poi ne parliamo”.

Paolo Cirino Pomicino: “Giulio noi siamo qui anche per capire se questo governo deve essere mantenuto in vita”.

Franco Evangelisti: “Se le prospettive sono cambiate e c’è bisogno della nostra discesa in campo come titolari fissi”.

Vincenzo Scott: “Ci sono i titolari e i dirigenti, si vince di più con una grande società”.

Salvo Lima: “ Hai ragione Vincè, ma a questo punto dobbiamo capire se dobbiamo fare il tifo per questa squadra oppure no.

Giulio Andreotti: “Com’è adesso la macchina non mi piace. Il motore è ingolfato, arriveranno tempi in cui deve correre più forte di prima. Spadolini è un bravo guidatore, ma Craxi è seduto di fianco. Bisogna invitarlo a farlo scendere, fargli capire che se vuole può prendere il pullman, ma sulla nostra macchina facciamo entrare chi diciamo noi”.

Giuseppe Ciarrapico: “Così me piaci a Giù, sei sempre er migliore”.

Giulio Andreotti invita tutti ad abbandonare la stanza. Come al solito, il riporre le carte è armonioso come un gesto di bellezza musicale. Senza parlare conduce gli altri fuori, si gira su stesso e chiude la luce, un attimo dopo aver chiuso gli occhi.

mercoledì 1 maggio 2013

Il Barcellona e la fine del tempo lineare


La Spagna ha terminato il suo ciclo, come molti affermano combinando gli insuccessi iberici con il tramonto di Fuentes?
Orribile giornalismo, indegno anche dei tempi melmosi che stiamo vivendo (melmosi per eterodirezione dell’opinione pubblica anche se è semplice colpo di coda, le nuove tecnologie crowdsourcing diffuse stanno creando la società del merito e della trasparenza).
La Spagna e soprattutto il Barcellona hanno mostrato un nuovo modello di gioco, superando la logica di Sacchi, ultima frontiera prima della nuova rivoluzione.
Guardiola ha guardato Sacchi partendo dal concetto base del gioco del Milan: il pressing. Ma lo ha evoluto portandolo da passivo ad attivo. Il Milan di Sacchi pressava per recuperare palla e imbastire manovre d’attacco, per il Barcellona di Guardiola il pressing era la prima fase di attacco alla squadra avversaria, senza un lasso di tempo, anche minimo come per il Milan, tra il recupero palla e l’attacco degli spazi.
Il pressing era già manovra d’attacco e l’intera squadra doveva muoversi come se avesse il controllo del pallone. Un concetto che potrebbe chiamare in causa le dimensioni temporali se solo lo analizzassimo in ottica sci-fi. 
Mentre il Milan tra il presente della fase di pressing e il futuro dell’azione di attacco inseriva un tempo (che nella pratica è occupazione spaziale del campo) di attesa, una sorta di valvola di controllo per realizzare il proprio attacco, il Barcellona ha eliminato questa valvola spazio-temporale e nell’attimo presente del pressing spalancava già le porte al futuro dell’azione di attacco, creando dimensioni temporali differenti in relazione al tipo e alla qualità di recupero della palla.
Il pressing di un Mascherano non aveva solo lo scopo di togliere la palla agli avversari ma di innescare una giocata già presente e non solo futuribile nel momento dell’attacco al pallone.
Le dimensioni temporali di gioco con il Barcellona si sono accavallate, disintegrando il tempo lineare di difesa, pressing e attacco, già accorciato al massimo dal Milan di Sacchi, creando da un atto presente di pressing tanti futuri possibili già in divenire.
E non mi venite a parlare di Fuentes.

mercoledì 17 aprile 2013

La beffa di Karppinen otto anni dopo

La prima volta è una sorpresa. Certo, lo conosci bene, ai Mondiali e in molte gare della Coppa del Mondo lo hai battuto, però può succedere che becca proprio quella giornata.

Ma la seconda no, è da impazzire.

Per due Olimpiadi, Montreal 1976 e Los Angeles 1984 (con l’intermezzo del 1980 quando il tedesco boicottò), nel singolo uomini di canottaggo il finlandese Pertti Karppinen ha battutto il tedesco Peter-Michael Kolbe con una rimontona conclusa a pochi metri dal traguardo.



Due storie diverse ma con il finale uguale. Ad otto anni di distanza.



domenica 14 aprile 2013

Wessig l'unico e il cinese venuto dal futuro


Stabilire un record correndo alle Olimpiadi, se si pensa a Michael Johnson prima e Usain Bolt poi, sembra quasi la normalità.
Quasi impossibile è farlo nei concorsi dove la tensione è troppa per arrivare ai limiti. Primo e unico a riuscirsi nel salto in alto maschile Gerd Wessig, tedesco orientale che a Mosca piazza un 2,36 e cade dal materassino per l’incredulità.

Poteva fermarsi e batteva comunque il secondo, il polacco Jacek Wszola, ma ha voluto provarci e diventare leggenda.





Il polacco aveva a sua volta stabilito il record del mondo il 25 maggio 1980, con 2,35, eguagliato il giorno dopo dal tedesco occidentale Dietmar Mögenburg. Un record al giorno, non male come periodo per il salto in alto.

A battere Wessig un uomo venuto dal futuro, il cinese Zhu Jianhua. 




venerdì 12 aprile 2013

De impotentia juventina

Non riuscire nelle cose è una meritata liberazione, il traguardo di quell'autocoscienza dei limiti umani di cui parla Locke nel “Saggio sull'intelletto umano”. Farlo in un settore dove la competizione è il motore come lo sport diventa una scelta ancora più consapevole, integrale, oltretutto di gruppo, restìo per spirito e motivo di esistere nel riconoscersi sconfitto. (A proposito, parliamo di modelli da imitare, ma sono ancora del parere di Marco Aurelio, quando affermava: “Il modo migliore per difendersi da un nemico è non comportarsi come lui”.).


Il Bayern ha dominato per 180 minuti e tutti lo hanno ampiamente attestato. La Juventus, squadra mai stata Sisifo felice nella sua storia, e i tifosi erano al limite della serenità dopo aver perso entrambe le sfide per 2-0.

Tutto dovrebbe essere giusto e bello eppure non mi suona: in Champions League le italiane vanno fuori con la tranquillità del più debole mentre le altre, spagnole e inglesi soprattutto, s'incazzano contro tutto (arbitri, UEFA, campo, condizioni meteorologiche, sfiga). Spesso sembra di assistere ad una normale domenica della nostra serie A dove c'è un atteggiamento di non accettazione della sconfitta ancora più esasperato e ottuso. Perché siamo così diversi nelle due competizioni (il vero limite è stato toccato lo scorso anno dal Milan contro il Barcellona. Arbitro scandaloso ma rossoneri a dir poco atarassici)?

La storia potrebbe spiegare: con i nostri vicini storicamente siamo battaglieri mentre con i lontani da noi armonicamente accondiscendenti. Ma non è solo questo. Nel calcio abbiamo espresso sempre una debolezza di fondo che ci ha dotato di una logica di gioco essenzialmente passiva (Brera ovviamente, mica io). Abbiamo riportato questa deficienza nel rapporto con l'altro calcistico, che non può essere il vicino di casa ma l'avversario più distante da noi, nei confronti del quale siamo sempre partiti da una posizione di evidente inferiorità.

Sacchi lo dice spesso: dovremmo cambiare questo atteggiamento naturale per poter competere. E non lo si fa comprando i giocatori migliori, com'è successo negli anni '80 e '90, ma investendo sul coraggio dei giovani. Una scelta che si sta iniziando a fare anche grazie alle commistioni che portano in dono i figli degli immigrati, provenienti da una cultura (tout court e del gioco nello specifico) differente.

Più Balotelli che Messi servono all’Italia.

lunedì 8 aprile 2013

Di spalle


Le cose migliori si fanno di spalle:
voltarsi davanti all'alba
oppure piegarsi
per toccare l'acqua del mare.



Di spalle non chiediamo di risponderci,
ma di seguirci.
Senza guardare pensiamo alle cose
quelle più vere.




Dando il culo agli altri sproniamo all'attacco,
ci spingiamo oltre il bisogno



e speriamo nell'orizzonte.




Di spalle partono tutti i nostri treni.