Da qualche giorno, la DDR è una notizia. Ne abbiamo sentite di cotte e di crude e anche di sport, soprattutto per quel giorno ad Amburgo quando Sparwasser toccò liftato superando Maier.
Questo è l’immagine che resta dello scontro BDR-DDR, ma due anni prima c’era stato dell’altro.
8 settembre 1972, secondo girone del calcio olimpico, Olympiastadion di Monaco di Baviera, Ovest-Est per la prima grande sfida.
La Germania Federale ha l’obiettivo unico di vincere (in quel girone: pareggio contro il Messico del capello ribelle Leonardo Cuellar, icona del trasandatismo selvaggio ad Argentina ’78. E fu proprio Cuellar a pareggiare il vantaggio di Hitzfeld; sconfitta netta contro un’Ungheria che immagina grandi anni ’70 e invece avvierà il declino. Il centravanti Ede Dunai e Lajos Ku, centrocampista nato nel Videoton e arrivato anche al Club Brugge, fanno doppietta, mentre per gli occidentali segna di nuovo Ottmar “l’imbronciato”).
La Germania Democratica invece può giocare anche per il pareggio. Anche per lei Ungheria insuperabile. 2-0, l’altro Dunai, Antal, oro all’Olimpiade precedente e bandierone dell’Újpesti Dózsa (362 partite per 202 goal, mica trippa), e Kalman Toth, che ricordavo essere stato un poeta nel XIX secolo. Con il Messico invece poche storie: 7-0 con triplo Sparwasser, Ganzera, Hafner e Joachim Streich, centravanti dal grande fiuto che ha riempito i tabellini dell’Hansa Rostock e dal 1975 del Magdeburgo che tremare il mondo fa.
Della partita voglio dire poco, essendoci le immagini che, da quegli anni ’70, ci arrivano stupende. Il primo goal è di Pommerenke, perno di quel grande Magdeburgo ma cresciuto nell’Aufbau-Traktor Wegeleben, il pareggio è una sforbiciata di Uli Hoeness, che quattro anni dopo ci sarà e le prenderà di nuovo, vantaggio DDR Di Streich, solito falco, 2-2 con quella crapa di Hitzfeld calda come un forno in quei giorni e vittoria finale DDR con goal di Eberhard Vogel, leggenda del calcio tedesco orientale in quanto calciatore che ha il maggior numero di presenze in DDR-Oberliga, prima con il Karl-Marx-Stadt (squadra di un’altra epoca che nel 1990 mise paura alla Juve nei quarti di Coppa UEFA) e poi nell’altro squadrone degli anni ’70, il Carl Zeiss Jena, protagonista in casa e in Europa con capitani coraggiosi come Lothar Kurbjuweit a fare da guida).
Ho detto fin troppo, le immagini sono quel che sono e il ghiaccio che scende al terzo goal è terrificante.
mercoledì 11 novembre 2009
BDR-DDR due anni prima
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venerdì 6 novembre 2009
Azzurro Tenebra di Giovanni Arpino. Il miglior romanzo calcistico della letteratura sportiva italiana?
Finalmente l’ho fatto! Era ora, lo so, me lo diceva perfino mia madre che era colpa mia, solo colpa mia. E io là a dare la colpa alla miopia editoriale, al tempo, perfino al vecchio stile italiano che ormai sta tramontando. Finalmente ci sono riuscito, ho letto “Azzurro tenebra” di Giovanni Arpino. Ringrazio pubblicamente la Graphot che ha ripubblicato dopo anni il romanzo di Arpino sotto la sigla Spoon River nella collana Storia & storie. Tutti quelli che aprono il libro di Arpino, lo fanno con una precondizione chiara: sto per leggere il miglior romanzo della letteratura sportiva italiana? Anch’io l’ho fatto e qui vi espongo i punti del perché sì, perché no.Il titolo è da applausi, sintetica armonia di sensazioni. Eccezionale.
Il testo è arpiniano nel profondo, ragnatela di sviluppi verbali che corrono e percorrono sentieri che si aprono al lettore.
Il ritmo è talmente musicale che si può essere trascinati dal sound scordando che ci sono i sensi.
I personaggi principali del romanzo vivono nel batti e ribatti di dialoghi irreali e di morbida fantasia lessicale. Ma pur dicendo parole impossibili, i vari Giacinto, Bibì, Vecio si mostrano in profondità, tirando fuori un animo che è confermato dalla storia e dalle altrui testimonianze. Saper scrivere degli uomini in quel modo è unico e per fortuna su carta.
Paesaggi e persone palpitano di concreto, oggi pochi scrivono dell’acqua senza parlare di molecole. Per loro è tutto lì lo spirito positivista, mentre Arpino ce ne dice quattro scrivendo di realtà con l’immaginazione.
Non capisco perché tutto è centrato sui 4 amici al bar. Guardare anche agli altri, scoprendoli, avrebbe dato di più al testo e alla storia. Golden, Bomber, Spina, lo Zio restano macchie di sfondo, burattini di una storia di uomini, figure che non ci rispondono a nessuna nostra domanda sul perché è successo.
L’autore extradiegetico affoga le emozioni dell’autore intradiegetico e Arp diventa un grillo parlante ex post che spesso non scopre le carte, ma fa il fenomeno a botta fredda.
Un non so sono le prospettive della storia. L’autore che sa già tutto, conosce anche le rotte successive di ognuno.
A questo punto la domanda è: scrivere solo di quel presente passato oppure di un presente già futuro? Se l’autore vive avanti, credo che sarebbe stato giusto pensare ai diversi uomini in ballo in prospettiva, magari scavando un po’ in più nelle psicologie del dopo.
Risultato finale: un romanzo da leggere anche senza conoscere i fatti. Lo stile merita applausi e il ritmo regge qualsiasi confronto. Un grande romanzo ma non è l’apoteosi non superabile. Ne aspettiamo altri, tanti altri.
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mercoledì 4 novembre 2009
Corea del Sud-Park Kun Woong. Il ponte di Nogunri. "32 squadre-32 libri"
Da oggi, di mia sponte e con sommo piacere, apro una rubrichetta letterario-pallonara: "32 squadre – 32 libri", per ogni squadra qualificata ai Mondiali di calcio del Sudafrica cercherò di leggere un libro di uno scrittore di quel paese e recensirlo. Chiaro no? L’avventura sembra ardua (devo farlo in pullman durante l’andata e il ritorno, lottando con il sonno e le lucette fulminate). Speriamo bene.Per adesso un libro è andato e tange la Corea del Sud. La squadra si è qualificata agevolmente nel suo girone asiatico, lottando contro i cugini del Nord che ce l’hanno comunque fatta dopo il 1966. I calciatori migliori della squadra restano il diavolo rosso rosso (Manchester-Corea del Sud vale doppio) Park Ji Sung (lo ricordo in maglia bianca e manicotti viola della squadra giapponese Kyoto Sanga, squadra che nella storia ha visto esibirsi anche l’ex cesenate Paulo Silas) e il terzino geometra (per lo stile pulito) Lee Young-Pyo (anch’esso ricordato nell’Anyang LG Cheetahs che ha vinto la K-League nel 2000 e ha visto due giocatori dalla storia strana: Grafite, brocco prima e orco adesso in Bundesliga, e Tuta, stella ad inizio carriera e, dopo che compagni e avversari lo malmenano per un suo goal dopo Venezia-Bari, in fase calante). I prospetti che il Mondiale metterà in mostra dovrebbero essere Kang Min-Soo in difesa, classe 1986 e ottimo centrale difensivo del Jeju United, Ki Sung-Yong a centrocampo, ventenne terribile dell’FC Seoul. Insieme a Lee Chung-Yong, adesso al Bolton, i due sono conosciuti come i "Ssang Yong“, traducibile con un fantasioso Double Dragon. Terzo possibile astro è l’attaccante del Jubilo Iwata Lee Keun-ho, che ha segnato il raddoppio a Riyadh nella partita di qualificazione con tro l’Arabia Saudita che ha chiarito le intenzioni sudcoreane.
Di prospetto in prospetto è il viaggetto da questi giovani calciatori ad un grande disegnatore, Park Kun Woong, di cui ho letto la graphic novel “Il Ponte di No Gun Ri”, pubblicata in Italia dalla Coconino Press. Nato a Seul nel 1972, Park Kun Woong si è diplomato presso la Facoltà di Belle Arti alla Hong-ik University. Durante il periodo universitario è attivista politico. Nel 2002 per i 4 volumi della serie FLOWER riceve dal Ministero della cultura il premio New Artist al Korean Comic Aword. Nel 2003 disegna “The souls” e successivamente “Atasalam Alaiku” (“pace a te” in islamico), storia sulla guerra in
Iraq, pubblicata su internet a puntate. Dal 2004al 2006 realizza la storia a fumetti NO GUN RI. Park è stato fatto conoscere e pubblicare in Europa grazie a Igort.Il libro è davvero eccezionale per intensità e fatti. Racconta lo sterminio di 400 persone avvenuto in Corea del Sud tra il 26 e il 28 luglio 1950 sotto il ponte ferroviario di Nogunri. La strage è stata compiuta dalle forze americane in ritirata dalla Corea del Nord, che scoprirono e ammazzarono senza alcuna pietà i rifugiati che cercavano riparo sotto il ponte. Grazie alle amicizie con il governo locale, il fatto venne fatto passare sotto silenzio e non se ne seppe nulla, fino a quando non venne pubblicato un libro scritto da Chun Eon-Yong che vinse il premio Pulitzer nel 2000 ed è co-autore della graphic novel.
È un libro di una forza e di un dolore impareggiabile. Inchiostro e parole scivolano come lacrime impiastrate di catrame e si fermano nella mente come chiodi conficcati e velenosi. La memoria di un popolo in sofferenza è il tema principale del racconto, il disegno di Park Kun Woong la esprime in tutta la sua forza d’urto per il lettore, con tutto il peso dell’angoscia della morte ignobile e vile. In pochi prodotti artistici ho visto il senso di comunità espresso in questa graphic novel. Quasi sempre emerge una personalità, un carattere fra gli altri. Credo che sia una scelta narrativa prettamente occidentale. Abbiamo bisogno di un perno intorno a cui riflettere le sensazioni dello spettatore-lettore e riverberarle in tutto il testo. In Oriente ci sono molte opere in cui lo spirito di una comunità si esprime senza un centro focale su cui strutturare la storia e sviluppare i significati che si vuole dare alla narrazione. La storia di Park Kun Woong non è un semplicistico patchwork di storielle di paese, è il momento di vita di un gruppo compatto che pensa e agisce in base ad alcuni valori di base.
Dipinto originariamente a pennello su carta di riso, è un libro che fa piangere prima che pensare. Non è un male, perché dalle emozioni può nascere l’unico pensiero vero e non filtrato dal dubbio e dall’interesse.
domenica 1 novembre 2009
Libri e libertà in Corea del Nord. Marco Ansaldo da leggere.
La Corea del Nord sarà l'ultima squadra di calcio ad arrivare ad un Mondiale con quell'ombra di mistero che ricopriva le squadre dell'Est europeo fino a 25 anni fa. La cosa mi affascina e ingoio tutto quello che riguarda quel povero paese. Uno degli articoli migliori scritti negli ultimi tempi sulla Corea del Nord è di Marco Ansaldo di Repubblica che tocca temi cari a chi legge questi post, libertà e libri.Non dare troppo peso alle mie parole e vai a leggere l'articolo.
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mercoledì 28 ottobre 2009
Il Bambolotto e il Pazzo - Boca-River visto da Andrea Meccia
Primo tempo - Il River parte convinto, l’orgoglio è il serbatoio dove attingere motivazioni. Ortega accelera spesso in dribbling e lo stadio si alza in piedi per accompagnare le sue azioni. Al 6’ Nicolás Domingo (ottimo il servizio di Buonanotte) si trova faccia a faccia con Abbondanzieri, ma spara fuori. All’8’ Abelairas cerca di spaventare il Boca con un tiro da fuori ma la palla va alta. Il Boca risponde al 15’ con zurdazo di Rosada. Palla fuori di poco. El pocho Insúa, Riquelme e Battaglia fraseggiano bene, ma davanti a loro c’è un Almeyda in gran spolvero che recupera palloni, smistandoli con velocità e intelligenza. Il River tiene meglio il campo e al 24’ la sua superiorità potrebbe concretizzarsi. Buonanotte controlla (con un braccio?) un pallone delizioso di Ortega, il terzino sinistro Monzón è scavalcato e costretto al fallo. Con lo sguardo verso il Río de La Plata, l’Asinello sistema il pallone sul cerchio bianco. Il Papero lo guarda, allarga le ali e fa un passo avanti (rigore da ripetere), la porta sembra restringersi in un attimo e il pallone è deviato in corner. Ancora 0-0. Buonanotte è un folletto imprendibile e si guadagna una punizione. Gallardo sistema il pallone. Nell’ultimo Boca-River, dalla stessa posizione aveva battuto Abbondanzieri con una parabola perfetta. Parte il Bambolotto e le galline di Nuñez festeggiano gridando: «¡Muñeco, Muñeco, Muñeco!». River in vantaggio meritato. Siamo al 28’. Il Boca sembra non essere sceso in campo. Forse temeva il lupo ferito. El Coco Basile appare disorientato. Al 33’ Abbondanzieri ferma Abelairas andato alla conclusione da pochi passi. Los millionarios sembrano in grado di andare al raddoppio, ma non sanno approfittarne. Cominciano ad arrivare i primi cartellini (Sanchez e Villagra per il River, Rosada per il Boca). Al 45’ l’inconsistenza degli xeneizes si materializza in un tiro di Battaglia. Dopo oltre 3 minuti di recupero si va negli spogliatoi. River 1 Boca 0. Giusto così. Un Boca irriconoscibile e disordinato pensava di incontrare sulla sua strada un gol. Gol che invece il River è andato a cercare, trovandolo.
Secondo tempo - Basile inserisce il cileno Gary Medel per Ibarra. Guai fisici per el Negro. Al 1’ minuto il River rimane in 10. Villagra si becca il secondo giallo e va fuori. 4 minuti Ortega, furbo ed esperto, provoca il paraguayano Cáceres con una spinta gratuita. Il centrale del Boca si gira d’istinto toccando Ortega al petto. L’ex Samp e Parma rovina a terra toccandosi il viso. Cartellino rosso. 10 contro 10. Il Boca si schiera con una difesa a 3. Al 7’ Nicolás Osvaldo Gaitán si invola verso la porta del River. Dribbling stretto e rapido, tiro forte ma centrale. Vega para a terra. Al 9’ ci prova Insúa con un bel sinistro. Il Boca cresce, il River arretra. Gaitán sembra ispirato, Riquelme e Palermo i soliti temibili sornioni. Al 13’ Vega manda in angolo un tiro del 10 boquense (bello il fraseggio con Gaitán e Insúa). Al 15’ Gallardo esce per far spazio a Maximiliano Coronel. Astrada vuole difendere il risultato, ristabilisce la difesa a 4, ma il gol è nell’aria. Siamo al 18’ della ripresa. Gaitán serve Riquelme, tocco di tacco volante e delizioso, carezza di Palermo (primo pallone toccato) e palla in rete. 1 a 1 e abbraccio (pacificatorio?) fra i due. Il Pazzo risponde così al Bambolotto. Stessi attori, sequenze diverse dell’ultimo Boca-River. La squadra di Basile sembra poterlo vincere questo superclásico. Al 19’ fuori Insúa dentro Chavez. Al 22’ Riquelme manda alta una punizione (stessa mattonella da cui è nato il vantaggio del River) e 5 minuti dopo si becca un giallo. Quando il River sembra sparito (e in realtà è tutto arroccato a difendere il risultato), ancora un ispiratissimo Buonanotte serve un pallone d’oro a Abelairas, che immagina già i titoli dei giornali e l’urlo della folla, senza fare i conti con la sorte. Palla sul palo a Papero battuto. «¡Está bueno el clásico!» commenta dalle frequenze di Radio Continental Victor Hugo Morales, uno che di calcio e emozioni se ne intende. Al 32’ il Grasso fa rifiatare l’Asinello e dall’altra parte Monzón lascia spazio al tucumano Krupoviesa. Al ’35 ancora un giallo, questa volta tocca a Buonanotte. Il Boca ha ancora un paio di occasioni. Punizione di Riquelme parata al 37’ e Paletta non aggancia un pallone a un metro da Vega al 40’. Ancora il tempo per un giallo a Ferrari del River e l’ingresso di Mauro Díaz per un esausto e ottimo Buonanotte. Dopo 3 minuti di recupero l’arbitro Laverni fa calare il sipario sullo stadio Monumental. Emozioni, nervi (neanche troppo tesi), spettacolo sulle tribune, ottima la compagnia di Victor Hugo, tanta nostalgia per Buenos Aires. River e Boca 1-1.
Articolo di Andrea Meccia
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lunedì 26 ottobre 2009
L'identità nazionale passa attraverso lo sport. Il caso Slovenia di Stefano Lusa
Riprendo da Osservatorio Balcani questo bellissimo articolo di Stefano Lusa sul sentirsi sloveno nel periodo della “patria allargata”. Il giornalista tira in ballo politica, identità e cultura. Ed una parte importante la fa anche lo sport. Buona lettura."Negli anni Ottanta in Slovenia la prospettiva del paese cambiò repentinamente. Fino a quel momento era stata orgogliosamente ancorata alla Jugoslavia ed ai Balcani. Lubiana del resto non aveva avuto alternative.
Per Taras Kermauner, un vecchio scrittore non organico al regime, gli sloveni per sopravvivere dal punto di vista nazionale avevano dovuto voltare le spalle all’Europa. Scegliendo la propria sovranità erano andati contro il centroeuropa e avevano guardato ad Oriente: alla Russia prima e alla Jugoslavia poi. Così si erano “deeuropeizzati”, ma avevano sfruttato la Jugoslavia per emanciparsi.
La tagliente valutazione era stata fatta nel 1985, nel corso di un incontro segreto tra intellettuali sloveni e serbi che il regime avrebbe potuto definire della “destra borghese”. Tra di essi c’era anche Dobrica Ćosić. Si trattava di uno degli esponenti più in vista dell’Accademia delle scienze serba, che aveva già iniziato la riflessione sulla “triste” sorte dei serbi in Jugoslavia.
Le aspettative di allora, le delusioni, ma anche vent'anni di cambiamenti.
In quel periodo gli sloveni, però, si stavano sempre più rapidamente allontanando dai Balcani e cercavano di aggrapparsi a qualcos’altro. Nella repubblica, oramai, gli scrittori, che si consideravano i veri e propri custodi della nazione, stavano riflettendo sulla “dolce morte” del popolo sloveno ed in generale di tutto il centroeuropa. Non era altro che la prosecuzione del dibattito scatenato da Milan Kundera con le sue teorie sulla sparizione dell’Europa di mezzo.
Le chiacchiere da salotto, però, si collocavano in un mutato contesto sociale. In Slovenia, come in tutto il resto della federazione, la crisi economica si era fatta pesantemente sentire. Gli sloveni, vista la posizione geografica della repubblica, potevano meglio di altri paragonare lo standard di vita jugoslavo a quello del “decadente” occidente. Gli scaffali vuoti dei negozi della federazione si contrapponevano a quelli pieni di ogni ben di Dio di Trieste o Klagenfurt.
Nel paese erano, poi, successe altre cose. Lubiana stava riscoprendo Jože Plečnik. L’architetto aveva ridisegnato in chiave post-moderna la capitale ed aveva lasciato la sua impronta anche su Praga. Sino a quel momento il suo lavoro era stato considerato decadente. Ora, invece, si cominciavano a tirare paragoni tra le due città, che facevano parte di un mondo che era stato comune nel periodo austro-ungarico.
Riavvicinarsi alla Mitteleuropa voleva dire anche allontanarsi dai Balcani. Gli sloveni, del resto, parevano alquanto infastiditi dall’afflusso di lavoratori provenienti dalle altre repubbliche jugoslave. Quegli immigrati erano considerate persone senza cultura e portatori di valori diversi da quelli sloveni. Parlavano un'altra lingua (il serbocroato) e si pensava non avessero per nulla intenzione di imparare lo sloveno e di adattarsi allo stile di vita della repubblica. Per certi versi erano visti come uno strumento per “jugoslavizzare” la Slovenia.
I “fratelli del sud”, come venivano chiamati sprezzantemente, però, rappresentavano una minaccia effimera. In realtà si trattava di operai scarsamente specializzati, che andavano a svolgere mansioni che gli sloveni non volevano più fare. Trovavano lavoro in qualche catena di montaggio o nell’edilizia.
L’aumento dell’uso pubblico del serbocroato fece preoccupare molto gli sloveni. La leadership politica, infatti, sin dall’inizio degli anni ottanta precisò che in Slovenia l’unica lingua ufficiale era lo sloveno e che non era ipotizzabile istituzionalizzare qualsivoglia forma di bilinguismo.
Non poche critiche, infatti, erano piovute all’indirizzo della televisione pubblica, che a volte non provvedeva a sottotitolare dichiarazioni in serbocroato. Di mira erano stati presi anche i libri di testo universitari. Alcuni volumi specialistici, infatti, non erano disponibili in sloveno e gli studenti si trovavano costretti ad usare quelli stampati a Belgrado o Zagabria.
Tutta questa attenzione per la lingua si tramutò anche in un mutato atteggiamento dei politici, sempre più messi sotto accusa per la scarsa propensione ad usare lo sloveno negli organismi federali. Forse proprio per questo, nel maggio del 1988 - nel pieno della crisi jugoslava - Janez Drnovšek, quando divenne presidente della federazione, pronunciò il suo discorso d’investitura in sloveno. Prima non era mai successo.
A livello sociale il riposizionamento della Slovenia nel centroeuropea passò anche attraverso lo sport. Già negli anni Settanta iniziò a crescere la passione per lo sci. Si trattava di una disciplina che era molto popolare in Austria ed in Svizzera. Due paesi questi spesso presi a modello dagli sloveni.
Il campione svedese Ingemar Stenmark cominciò a vincere in coppa del mondo con degli sci prodotti in una piccola località slovena. Quel fatto inorgogliva l’industria nazionale, che poteva, così, competere e addirittura vincere il confronto con i migliori produttori occidentali. Sull’onda di quei successi nacque un’agguerrita pattuglia di sciatori.
Nel 1980 Bojan Križaj vinse la sua prima gara di slalom in coppa del mondo. In Slovenia l’avvenimento venne accolto con lo stesso entusiasmo di una vittoria ai mondiali di calcio. Lo sci diventò lo sport nazionale. Durante le gare tutti cercavano di stare attaccati al televisore e sui posti di lavoro spuntavano miriadi di radioline. Gli appuntamenti di coppa del mondo, che facevano tappa in Slovenia, divennero delle vere e proprie feste nazionali, accompagnate da fisarmoniche che suonavano polchette e dall’immancabile presenza dei Kurenti (le maschere tipiche di Ptuj).
Quegli atleti inorgoglivano gli sloveni. La squadra era composta da sloveni ed in essa si parlava sloveno. Certo correvano per la Jugoslavia, ma quelle vittorie erano percepite come successi esclusivamente sloveni. Ovviamente si gioiva anche per le vittorie della nazionale jugoslava di pallacanestro e si soffriva durante le partite della bizzosa rappresentativa calcistica della federazione, ma se vinceva uno sciatore si festeggiava di più. Proprio nello sci, però, emergeva meglio il rapporto tra la “patria allargata”, ovvero la Jugoslavia e quella propriamente detta, la Slovenia.
Un rapporto questo che si ruppe con l’inasprirsi delle tensioni nazionali nella federazione e che si dissolse (anche dal punto di vista sportivo) nel giugno del 1991. Quando la Slovenia proclamò l’indipendenza erano in pieno corso a Roma gli europei di pallacanestro. La Jugoslavia era la favorita indiscussa. In quella squadra c’era anche lo sloveno Jure Zdovc. La leadership politica slovena gli chiese di abbandonare la squadra quando iniziò l’intervento armato in Slovenia e lui se ne andò. La finale si disputò tra Italia e Jugoslavia. Nel palazzetto dello sport qualcuno si azzardò ad esporre uno striscione per nulla profetico: “Jugoslavia unita, Italia campione”. Gli azzurri persero quella partita e la federazione si dissolse".
Le chiacchiere da salotto, però, si collocavano in un mutato contesto sociale. In Slovenia, come in tutto il resto della federazione, la crisi economica si era fatta pesantemente sentire. Gli sloveni, vista la posizione geografica della repubblica, potevano meglio di altri paragonare lo standard di vita jugoslavo a quello del “decadente” occidente. Gli scaffali vuoti dei negozi della federazione si contrapponevano a quelli pieni di ogni ben di Dio di Trieste o Klagenfurt.
Nel paese erano, poi, successe altre cose. Lubiana stava riscoprendo Jože Plečnik. L’architetto aveva ridisegnato in chiave post-moderna la capitale ed aveva lasciato la sua impronta anche su Praga. Sino a quel momento il suo lavoro era stato considerato decadente. Ora, invece, si cominciavano a tirare paragoni tra le due città, che facevano parte di un mondo che era stato comune nel periodo austro-ungarico.
Riavvicinarsi alla Mitteleuropa voleva dire anche allontanarsi dai Balcani. Gli sloveni, del resto, parevano alquanto infastiditi dall’afflusso di lavoratori provenienti dalle altre repubbliche jugoslave. Quegli immigrati erano considerate persone senza cultura e portatori di valori diversi da quelli sloveni. Parlavano un'altra lingua (il serbocroato) e si pensava non avessero per nulla intenzione di imparare lo sloveno e di adattarsi allo stile di vita della repubblica. Per certi versi erano visti come uno strumento per “jugoslavizzare” la Slovenia.
I “fratelli del sud”, come venivano chiamati sprezzantemente, però, rappresentavano una minaccia effimera. In realtà si trattava di operai scarsamente specializzati, che andavano a svolgere mansioni che gli sloveni non volevano più fare. Trovavano lavoro in qualche catena di montaggio o nell’edilizia.
L’aumento dell’uso pubblico del serbocroato fece preoccupare molto gli sloveni. La leadership politica, infatti, sin dall’inizio degli anni ottanta precisò che in Slovenia l’unica lingua ufficiale era lo sloveno e che non era ipotizzabile istituzionalizzare qualsivoglia forma di bilinguismo.
Non poche critiche, infatti, erano piovute all’indirizzo della televisione pubblica, che a volte non provvedeva a sottotitolare dichiarazioni in serbocroato. Di mira erano stati presi anche i libri di testo universitari. Alcuni volumi specialistici, infatti, non erano disponibili in sloveno e gli studenti si trovavano costretti ad usare quelli stampati a Belgrado o Zagabria.
Tutta questa attenzione per la lingua si tramutò anche in un mutato atteggiamento dei politici, sempre più messi sotto accusa per la scarsa propensione ad usare lo sloveno negli organismi federali. Forse proprio per questo, nel maggio del 1988 - nel pieno della crisi jugoslava - Janez Drnovšek, quando divenne presidente della federazione, pronunciò il suo discorso d’investitura in sloveno. Prima non era mai successo.
A livello sociale il riposizionamento della Slovenia nel centroeuropea passò anche attraverso lo sport. Già negli anni Settanta iniziò a crescere la passione per lo sci. Si trattava di una disciplina che era molto popolare in Austria ed in Svizzera. Due paesi questi spesso presi a modello dagli sloveni.
Il campione svedese Ingemar Stenmark cominciò a vincere in coppa del mondo con degli sci prodotti in una piccola località slovena. Quel fatto inorgogliva l’industria nazionale, che poteva, così, competere e addirittura vincere il confronto con i migliori produttori occidentali. Sull’onda di quei successi nacque un’agguerrita pattuglia di sciatori.
Nel 1980 Bojan Križaj vinse la sua prima gara di slalom in coppa del mondo. In Slovenia l’avvenimento venne accolto con lo stesso entusiasmo di una vittoria ai mondiali di calcio. Lo sci diventò lo sport nazionale. Durante le gare tutti cercavano di stare attaccati al televisore e sui posti di lavoro spuntavano miriadi di radioline. Gli appuntamenti di coppa del mondo, che facevano tappa in Slovenia, divennero delle vere e proprie feste nazionali, accompagnate da fisarmoniche che suonavano polchette e dall’immancabile presenza dei Kurenti (le maschere tipiche di Ptuj).
Quegli atleti inorgoglivano gli sloveni. La squadra era composta da sloveni ed in essa si parlava sloveno. Certo correvano per la Jugoslavia, ma quelle vittorie erano percepite come successi esclusivamente sloveni. Ovviamente si gioiva anche per le vittorie della nazionale jugoslava di pallacanestro e si soffriva durante le partite della bizzosa rappresentativa calcistica della federazione, ma se vinceva uno sciatore si festeggiava di più. Proprio nello sci, però, emergeva meglio il rapporto tra la “patria allargata”, ovvero la Jugoslavia e quella propriamente detta, la Slovenia.
Un rapporto questo che si ruppe con l’inasprirsi delle tensioni nazionali nella federazione e che si dissolse (anche dal punto di vista sportivo) nel giugno del 1991. Quando la Slovenia proclamò l’indipendenza erano in pieno corso a Roma gli europei di pallacanestro. La Jugoslavia era la favorita indiscussa. In quella squadra c’era anche lo sloveno Jure Zdovc. La leadership politica slovena gli chiese di abbandonare la squadra quando iniziò l’intervento armato in Slovenia e lui se ne andò. La finale si disputò tra Italia e Jugoslavia. Nel palazzetto dello sport qualcuno si azzardò ad esporre uno striscione per nulla profetico: “Jugoslavia unita, Italia campione”. Gli azzurri persero quella partita e la federazione si dissolse".
Articolo di Stefano Lusa, via Osservatorio Balcani
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sabato 24 ottobre 2009
Ristampe anastatiche de Il calcio Illustrato
Due giorni fa mi arriva un gran bel messaggio sulla mia casella di posta (questo Web semantico mi fa godere). La casa editrice Edizioni Nuova Phromos di Citta di Castello mi ha inviato la proposta di comprare la ristampa anastatica di tutti i numeri de Il calcio illustrato, anno 1934.Andando poi sul sito, mi sono accorto che ci sono le ristampe anastatiche anche del 1938 e del 1949.
Il prezzo non è eccessivo, anche se io non me lo posso permettere. Ma chi può compri senza paura.
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