giovedì 31 luglio 2008

Doppio passo di Beppe Di Corrado


Doppio passo di Beppe Di Corrado (Limina edizioni, euro 14, pag. 180) è un libro a due velocità. Come marchia a fuoco molto argutamente nell’introduzione l’autore stesso, il filo rosso del legame tra i protagonisti è un segno di vicinanza, un sintomo di prossimità, una medesima visione della salsa pallonara oppure, e questo diventa il momento-vertice del libro, un momento del tempo che unisce due atleti e due uomini.

La traiettoria cadente che dal collo destro vanbastiano si epifanizzò agli Europei di Germania ’88 è quel tratto di vita in comune che i due protagonisti voluti da Di Corrado devono avere per intraprendere un’esistenza su carta in doppio passo. L’alitare verso l’alto del tiro vanbastiano è l’ascesa di un modo di vedere il gioco-calcio assolutamente nuovo. Quel tiro fa scoppiare la valvola mediale del pallone-cinema e tutti noi tifosi, da allora, stiamo alla finestra alla ricerca del momento da ricordare.

Prima il pallone era un silenzio, era il pallone di Dasaev, era trasumanar ed organizzar, era l’asettica catena di montaggio per un congegno scassato. Il mettere insieme queste due figure è l’attimo più bello e riuscito del libro, che mantiene della coerenza solo nel Domenech-Milutonovic, due strambi attoruncoli che recitano da uomini di panchina, e in parte nel Socrates-Cerezo, con i brasiliani che si vendono madre, padre e figli pur di guadagnarci dalle giornate in spiaggia a prendere a calci una pezza e guardare annoiati l’ennesimo culo in salamoia.

Negli altri accostamenti ci sono slabbrati movimenti di avvicinamento, stanchi paragoni tra personaggi lontani come un Cesare e un Augusto qualsiasi. Stojkovic è l’alternativa per antonomasia, Raul è il marchio leader, Best è il pezzente che sbava da riccastro, Cantona è il miliardario che fa il barbone piacione, Zeman è l’arteriosclerosi, Capello la demenza senile, Bosman è il punto interrogativo, Cassano quello esclamativo.

Forse in questo stanno bene insieme questi quadretti en plein air, nella loro difficoltà di coincidenza, nell’asimmetria dichiarata, nella inincastrabilità forzata. Il libro in tutto resta godibile, con tratteggi di gusto e spuntini di accomodante didascalia.

giovedì 24 luglio 2008

L'allenatore inascoltato e l'ala sinistra stronza

Come la risolvo questa merdona di partita contro questi tedeschi di merda. Anche quel coglione di Francis doveva fare le signorina con quel cazzo di tendine d’Achille. Si lamenta troppo quello. Vedi Shilton, lo abbiamo rimpinzato di antidolorifici e sta dove deve stare, e non si azzardasse a fare stronzate in porta. Quell’altro bastardo di Woodcock, che se non era per me giocava ancora sui campi di fango in periferia, se n’è scappato al Colonia, da questi tedeschi figli di troia, che poi sono tutti i uguali i tedeschi, i soliti stronzi. Non mi nominate nemmeno quell’ubriacone di Bowles, gli ho detto vai in panchina, se serve dare ritmo ti butto dentro. Se n’è andato in tribuna quel figlio di puttana, l’anno prossimo lo mando all’Hull City a scavare carbone coi denti. Chi mi resta, Birtles, ma è troppo fighetto per quei bestioni tedeschi, che dentro restano tutti dei nazisti stronzi e razzisti.
È iniziata la partita, cazzo avvisatemi.
Guarda tu questo bastardo di Kaltz, la fascia se la mangia, ma che cazzo ci può fare quel mezzasega di Gray.
- “Gray attacca lo spazio, non farti aggredire!”. Quello lì se lo mangia Gray, lo sbatte dove
vuole.
- “Vai Mills, vai, tira, tira!”. Mills è tanto un bravo ragazzo però è un coglione, è un
imbranato, nel calcio non si può essere imbranati. Guarda Magath, quello sì che sa cosa si fa sul campo, come si fanno tackle.
- “Bowyer porca troia, fatti sentire anche tu”. Che cazzone Bowyer, se non gli dai la carica si
addormenta per il campo. No, ma qui ne prendiamo almeno tre, come cazzo li vuoi fermare Memering, Milewski, poi c’è quel carrarmato di Hrubesch che entra fresco e poi c’è quel figlio di troia dell’inglese, non mi viene voglia nemmeno di nominarlo, con quei cazzo di capelli che sembra una mignotta.
- “Attaccalo, attaccalo duro Lloyd a quello!”. Solo Lloyd può fermarlo, ma deve svegliarsi
anche lui. Ma qua sembrano dormire tutti, qua ne prendiamo cinque.
Ah, eccolo, qua il signorino, Mister Robertson, come va? Dopo una ventina di minuti è ancora a letto, ma fa bene. Cosa le porto per colazione thé alla menta e biscotti al burro. O preferisce una bella fetta di torta.
- “Robertson, brutto stronzo, svegliati che giochiamo la Coppa dei Campioni”. Che stronzo.
Ma dove cazzo va adesso.
- “Robertson, non farti cambiare vaffanculo dietro. Ma dove cazzo va?” Mi fa veramente
girare le palle questo. No, ma io lo cambio, metto quel contadino di Gunn per rompere un po’ di tibie. Ma dove cazzo và?
- “Robertson torna dietro, che cazzo dribbli? Ma lo vedi che quello è Kaltz, ma che cazzo vuoi fare?” Ma che cazzo vuole fare?
No Birtles no, non ridargli la palla, cerca di farti fare fallo. Quel Nogly è un trattore, non scambiare, tienila, tienila.
- “Tienila!”Macchè l’ha ripassato a quel cazzone. Ma perché si deve incaponire, abbassa la
testa e parte sparato, ma dove va?
- “Dove vai?” Niente ormai è partito. Adesso vedi che Buljan gli toglie facile la palla e avvia il contropiede, noi siamo scoperti che anche quel cieco di O’Neill si è sganciato e quell’inglese schifoso ci fotte.
- “Gunn, riscaldati che quello stronzo di Robertson lo caccio”
- “Robertson, per l’ultima volta dove cazzo v… goooooooooooal!”
Glielo avevo detto attaccalo, che sto Kaltz non è poi così rapido.
- “Ah Gunn siediti!”

martedì 22 luglio 2008

La guerra del football di Ryszard Kapuscinski


Questo libro è recensito a ragione in questo blog che ha come tema la letteratura sportiva. E non basta solo il titolo per farlo passare per buono. Spiego.

Nel libro “La prima guerra del football”, Ryszard Kapuscinski riporta una serie di dispacci scritti fra gli anni ’60 e gli anni ‘70 in cui le faccende piccole e medie del mondo in minore diventano grandi temi da cui partire per comprendere gli uomini e la realtà.

Kapuscinski sa trascinarti in giro con la sua pelle chiara senza forzare lo sguardo in nessuna direzione. E dire che scriveva da “servo di partito”. I personaggi, le situazioni, i mondi, la politica, le culture sono sempre analizzate attraverso un filtro rispettoso dell’altro, così lontano, soprattutto nel periodo in cui Kapuscinski scrive, ma per fortuna ancora così diverso da poter arricchire sotto tutti i punti di vista.

Una serie di dispacci del genere oggi, vedrebbero il povero cronista sbatacchiato con aerei comodi in realtà che hanno un solo sogno: diventare America. E in questo modo la cronaca si ridurrebbe a computare questo sogno pieno di sangue, violenza e soprusi. E soprattutto senza la coscienza di poter essere migliori diventando se stessi.

La caratteristica interessante del libro, che lo differenzia da un diario di viaggio cadenzato da lotte e guerre civili, è il contraltare “filosofico” che Kapuscinski fa intervallare alle sue avventure e alle faccende di quelle terre. In questo spazio “da scrivania” si comprende appieno il senso del viaggiare, il valore dell’apostolato dell’inviato speciale, la bellezza unica del capire gli altri. Ma soprattutto Kapuscinski si apre alla voglia vera di spiegare come ha visto l’uomo in giro per il mondo, come ha compreso con piccoli occhi la realtà comunque indecifrabile e inafferrabile, come è riuscito a vivere diventando migliore. Fare passare un po’ di questi insegnamenti su strada è lo scopo vero di un intellettuale.

Lo sport non rientra nei piani organizzativi dei viaggi, né nella struttura compositiva delle vicende narrate. Però lo si sente, in profondità, e soprattutto per gli occhi allenati di un lettore d’oggi. Tutte le disfide tribali che hanno insozzato e continuano a dilaniare il mondo, sono delle ignobili partite di uno sport che vuole la vita e dà in cambio niente.

La partita tra El Salvador e l’Honduras del 1969 che fa scoppiare la prima guerra del football richiamata nel titolo è un pretesto cretino che il potere usa sulla pelle dei poveracci spediti al fronte; gli slogan che si cantano in battaglia sono dei cori da stadio dove l’ignoranza è instillata a memoria, le schiere di soldati preparati alla guerra sono squadre da allenare al macello, i potenti che danno ordini secchi e irridenti sono allenatori terrificanti che decidono sulla vita, gli uomini di stato che credono di sapere il giusto sono presidenti assassini e voraci. Nelle parole di Kapuscinski la guerra diventa lo sport preferito dall’uomo che non merita nostalgia.

mercoledì 16 luglio 2008

Matteoli e il tepore del tredicenne

Qualche anno fa, la Coppa Uefa era goduria vera. Vedevi la Juve in giallo contro l’Anorthosis Famagosta e quel porcellino da latte di Casiraghi sbizzarrirsi, oppure il Napoli di Maradona in un partita di tocchi delicati contro il Bordeaux di un declinante ma sempre ammaliante Tigana (nel goal annullato a Maradona c’è la sua caduta fisica e simbolica di fronte alla frenesia diegana, proprio lui che era stato frenesia pura) o ancora l’Inter contro l’Aston Villa e un campo da gioco da scenario post-bellico.

Ma una gara che mi ricordo con la grazia del 13enne, vista tra i fumi di un Circolo di cacciatori, mentre fuori la bruma di un fine novembre profondo scuriva i pensieri (ci vuole un po’ di melodramma) è questo Malines-Cagliari, capace allora come adesso di darmi un tepore particolare.

Mi ricordo soprattutto un cervello al servizio di piedi parlanti, una chioma anni '70 che dava al volto un'aria da cucciolo infreddolito e una corporatura da ragioniere del catasto pronto per la pensione. Mi ricordo di Matteoli.

lunedì 14 luglio 2008

Gli ultimi giorni di Marco Pantani di Philippe Brunel


Marco Pantani, il ciclista noto anche alle pensionate di Voghera, che esce fuori dal libro di Philippe Brunel “Gli ultimi giorni di Marco Pantani” è un’icona straziante dei nostri tempi che maciullano i talenti e assopiscono le voglie per scopi esistenziali inutili ma di facciata, come l’auto potente sempre un km all’ora più veloce, la donna al proprio fianco più sensuale, sempre un centimetro quadrato in più di corpo siliconato, la seratina sballata, per ridursi a fantasmatico visitatore di una realtà che non si capisce bene perché non è accettata per quello che mestamente propone.

Pantani era un ragazzino mai al centro delle attenzioni degli altri; le ragazze lo guardavano con profumata indifferenza, gli amici lo tenevano appresso per pigrizia, la madre e il padre lo conoscevano senza caprine in fondo l’immaginazione. Poi ad un tratto diventa il migliore ciclista del pianeta e il mondo inizia a guardarlo fisso, senza staccargli i terribili occhi di chi chiede.

Ma Pantani dà, senza risparmio. Adesso che qualcuno aspetta che Pantani Marco respiri per applaudirlo, il Pantani Marco si concede in tutto, corpo e pensiero.

Dà tanto, troppo, tutto. Qualcuno decide che basta così. Giunge il tempo di fluttuare sulle corde della mediatica esistenza-inesistenza. Essere l’unico gallo del pollaio spettacolar-sportivo alla fine stanca lo spettatore-tifoso. E questo non deve mai accadere. Altrimenti poi l’audience.

Possono essere state le scommesse illegali, le analisi del sangue fasulle, i reclami del patron della Mapei, gli americani che vogliono far esplodere Armstrong senza ostacoli tra le ruote, gli organizzatori del Giro d’Italia che vogliono dare un freno al doping necessario, ma di fondo c’è la volontà che è nello sport contemporaneo di far apparire stelle dal tragitto veloce, con un ciclo di vita mediale breve ma intenso, che sappiano carpire nel giro di cinque anni gli animi sempre vogliosi d’altro di spettatori fiacchi e distratti.

Tutto questo è accaduto a tanti ed è successo a Pantani. Quasi tutti hanno compreso la fondamentale tempistica del: “Non è più il mio momento”, e sono tornati nella cuccia dell’autografo per pochi intimi, Pantani non ha voluto farlo e di fronte alla incapibile realtà del biz quotidiano, ha aggredito l’unica persona con cui poteva prendersela: se stesso.

La droga è l’aculturale spia di una stanchezza d’interessi e piaceri. Dopo Madonna di Campiglio, Pantani, che viveva solo di vittorie per mostrarsi migliore per sé e per gli altri, poteva vivere qualche altro anno solo attraverso di essa. Come ha fatto, violentando un corpo costruito per la corsa in bicicletta.

Fino a morirne, non semplicemente suicidato, ma assassinato da un mostruoso altro da sé, che in quantità sempre maggiori si possono vedere, magari uscendo stasera, vagare lemmi e farfuglianti nei pressi delle discoteche di mezza Italia.

Il libro di Philippe Brunel è una stilettata profonda nel cuore del lettore. Fa un male cane vedere come è lo sport crudele, il ciclismo balbettante, le nuove generazioni non appassionate, l’Italia gretta e vigliacca, il senso di famiglia irritato, i media irrispettosi e noi distratti e ignoranti di fronte ad un uomo che, anche se nel silenzio dei cazzi suoi, gridava aiuto.

All’ultima pagina si pensa per qualche minuto ai tanti pomeriggi del Pantani show, con la malinconia dell’attimo che riusciamo a spegnere subito per borbottare contro la benzina che costa troppo.

mercoledì 9 luglio 2008

Italia-Inghilterra e la diretta negata

Pubblico, perché è un articolo che vale e perché in poche righe c'è l'aria di un tempo andato, oltreché una notizia che non conoscevo, il post di Pino Frisoli, sgraffignato (col suo consenso, s'intende) dal suo blog La Tv per sport, in cui parla del rapporto tra sport e media. Di Pino Frisoli, vera e propria bibbia in cui si analizza tale rapporto, è il libro "La Tv per sport", che appena avrò tra le mani recensirò.

Ecco il post:

ITALIA-INGHILTERRA E LA DIRETTA NEGATA

Finalmente, dopo tanta attesa, anche il calcio, lo sport nazionale, riceve l’autorizzazione ad essere trasmesso a colori. La partita prescelta, come abbiamo detto, è Italia-Inghilterra, valida per le qualificazioni ai Mondiali di calcio di Argentina del 1978. Si gioca alle 14.30 di mercoledì 17 novembre allo stadio Olimpico di Roma. Dunque, in un giorno lavorativo. Una scelta che certo non agevola i teleutenti e che viene motivata dal fatto che questo è l’unico giorno della settimana possibile non essendo prevista in Inghilterra la sosta di campionato. Si sarebbe potuto giocare di sabato solo nel mese di maggio, quando tradizionalmente gli Azzurri sono meno in forma. Quanto all’orario, la notturna è esclusa perché viene ritenuto impensabile giocare a metà novembre alle 20.30. Inizialmente è prevista la telecronaca diretta sulla Rete 1, ma sono in tanti a chiedere che la Rai non trasmetta la partita in diretta. L’Italia sta attraversando un periodo di grave crisi economica e deve combattere il fenomeno dell’assenteismo sul lavoro, che certo sarebbe favorito dalla trasmissione alle 14.30. Secondo i più pessimisti il danno economico per il Paese sarebbe notevole. Così ecco spuntare la soluzione: radiocronaca in diretta, perché tutti sappiano, telecronaca in differita, perché tutti vedano. Il suggerimento è subito accolto. Quattro giorni prima della partita, su invito della commissione parlamentare di vigilanza «preoccupata per eventuali turbamenti nei ritmi di lavoro», la Rai decide di trasmettere la telecronaca alle 18.15. Il differimento, motivato dalla opportunità di ridurre le tentazioni di assenteismo e di consentire a tutti i lavoratori di assistere alla ripresa televisiva completa, suscita reazioni discordi. C’è chi lo considera ingiusto e chi insufficiente, perché a quell’ora molti italiani sono ancora al lavoro. La tv della Svizzera italiana conferma intanto la diretta, che renderebbe vano il provvedimento in molte zone d’Italia, ma due giorni prima della partita la Rai comunica a tutte le reti straniere il divieto di trasmettere immagini della partita prima delle 18.15. L’unica diretta confermata è quella di martedì 16 per Italia-Francia Under 21 da Terni. I dirigenti della Rai riescono infatti a evitare la differita sostenendo che la telecronaca della partita di Terni non poteva assolutamente far temere «turbamenti nei ritmi di lavoro» dell’intero Paese. Così, a potersi godere in diretta un meritato 2-0 per l’Italia, firmato nel primo tempo da Antognoni e nella ripresa da uno spettacolare gol di testa di Bettega, sono solo gli 80.000 dell’Olimpico. Tra questi, in tribuna, viene segnalata la presenza di 11 uomini di governo e 298 parlamentari che si godono così ugualmente in diretta la partita. Per chi non può seguire nemmeno la differita integrale delle 18.15, c’è la sintesi alle 21.40 in «Mercoledì sport», mentre su Svizzera e Capodistria c’è la differita alle 23.10 e alle 20.35*.
Sulla trasmissione della partita c’è però un piccolo giallo. A Roma infatti, sul canale 47 usato da Gbr e che fino a poco tempo prima trasmetteva i programmi della Svizzera, poco prima delle 18.00 va in onda una breve sintesi della partita. Forse si è trattato semplicemente di un filmato trasmesso durante un notiziario sportivo e infatti i responsabili della tv Svizzera si difendono così: «Siamo stati ai patti di non trasmettere in diretta, ma questi patti non prevedevano anche l’esclusione di notizie parziali di cronaca della partita». L’emittente elvetica ha infatti trasmesso una piccola sintesi con immagini dei gol e un breve commento nei telegiornali sportivi delle 17.55, 19.30 e 20.45. Questa invece la spiegazione di Gbr: «Stavamo trasmettendo un film quando, improvvisamente, i nostri programmi sono stati interrotti e sul video sono apparse le immagini di questa “misteriosa” sintesi di Italia-Inghilterra». Una versione dei fatti veritiera perché l’emittente della capitale, con i mezzi di cui dispone, non è in grado di mettere insieme una selezione così perfetta tecnicamente come quella che in pochi sono riusciti a vedere e la voce del commentatore svizzero sembra la stessa del giornalista che di solito si occupa di argomenti sportivi.

* Quella di Italia-Inghilterra non sarà l’unica partita della Nazionale a non essere trasmessa in diretta “per non turbare il lavoro degli italiani”. Il 26 gennaio 1977, alle 14.30, sempre allo stadio Olimpico di Roma, si gioca l’amichevole Italia-Belgio. Anche in questa occasione la partita va in onda in telecronaca registrata alle 21.40 sulla Rete 1. La partita finisce 2-1 per l’Italia. Particolare curioso: il gol del Belgio, già sotto di due reti, è messo a segno dal portiere Piot, all’85’, su calcio di rigore.

Nel filmato, il secondo gol dell'Italia messo a segno da Bettega con il commento originale di Nando Martellini.


lunedì 7 luglio 2008

Ecce Toro di Giuseppe Culicchia


Di regola (o almeno la mia esperienza di lettore lo testimonia) quando si scrive da tifoso un libro per tifosi viene fuori sempre una cosetta, un abbecedario di triti luoghi comuni, un esercizio masturbatorio sulle eventuali emozionanti vibrazioni che l’appartenenza dovrebbe procurare sul lettore. È un dialoghetto con l’altro che si pensa di coinvolgere attraverso lo scambio di codici di identità passionale fuori luogo e noiosi.

Ecce Toro di Giuseppe Culicchia è un libro di un tifoso per tifosi, ma non è tutto questo.

Già nell’analogia nietschiana per la titolazione dei diversi capitioli, Culicchia trova uno stratagemma editoriale per allontanarsi dall’empasse del tifoso militante obnubilato, che magari titola i capitoli: “Il grande destro di Clerici contro il Brescia” oppure “Sacchi e la squadra degli Invincibili” o con ancora maggiore forza mistica “Zidane il (D)dio del pallone in terra”.

Culicchia risolve la forzata retorica del tifoso attraverso gli accostamenti filosofici, ma soprattutto attraverso uno sguardo ampio alle cose che riguardano il Torino società di calcio. Non solo descrizione di partite vissute con l’animo intenso, non solo calciatori ricordati come preci mitologiche, non solo odi verso gli avversari spinti al parossismo razziale. Ecce Toro riesce a parlare del Torino inserendo la passione per una squadra all’interno di un vissuto cittadino e generazionale completo, che smussa le esaltanti parole da innamorato cronico di cui altri libri per tifosi abbondano e le fa diventare soffici carezze verso un amore solido, mai sconclusionato o perso nell’iperreale dell’estasi del tifoso per forza.

Culicchia è innamorato del Torino società di calcio perché fa parte delle sue giornate e non perché ha bisogno di credere in qualcosa, perché gli fa provare emozioni che riesce a descrivere senza eccessi e non alludendo all’impossibilità di decrittare violente passioni finendo per non dire niente, perché vuole che il Torino resti per sempre la squadra che ha conosciuto negli anni ’70, una squadra forte e coscienziosa, coraggiosa e viva, monumentale ma allo stesso tempo popolare.


I capitoli migliori restano quelli in cui la gente del Torino società di calcio e di Torino città si mescolano per le strade, si scambiano parole nel loro dialetto meridionalizzato e si dicono di una voglia di partecipare alla vita della squadra-città. Questo giudizio è in parte (qui lo dico e qui lo nego) allacciato a “Torino è casa mia” (sempre per Laterza), dove tutto questo c’è e trascina il lettore nelle immagini, facendogli chiudere gli occhi. Un bel giochetto riuscito per un libro.

I capitoli simpatici sono quelli in cui sono analizzate le partite più importanti ed emozionanti del Torino, sottolineando i caratteri dei diversi uomini che hanno indossato la maglia o seduto sulla panchina granata (forse qualcosa in più avrei detto su Giagnoni, Castellini e Ferrini).

I capitoli più smorti sono quelli che parlano dell’altra squadra (la Juve è citata solo una volta, con un effetto sfizioso all’inizio, che col tempo crea indifferenza), con la sequela di tabellini dei suoi disastri e di qualche vittoria.

Tutto sommato, però, il libro riesce a sciogliere la paura dell’ennesimo libro per tifosi già dalle prime pagine, per cui la lettura scorre fluida e interessata, senza mai far sorgere il dramma del quesito: “Sto perdendo un sacco di tempo a leggere sto libro quando avrei potuto fare altre cento cose!” E questo è, a prescindere, un gran merito.

Avrei preferito solo che il tono fosse più uniforme, con minori rifugi nel “cronachismo” giornalistico per riempire la pagina e che l’ottica fosse stata costante, magari facendo ancora di più vedere l’importanza del Torino società di calcio nella storia contemporanea della Torino città. I passaggi dove si vive la città con la sciarpa granata indosso sono momenti di letteratura da rileggere. Ricorderemo soprattutto questi.

giovedì 3 luglio 2008

Recensione Settimana Sportiva


Scusate la referenzialità, ma volevo condividere con voi la recensione di Luca Ferrato del mio libro sulla Settimana Sportiva.

Testata dove scrivono giornalisti veramente coi controcazzi. Per cui, se potete, visitatela.