venerdì 30 gennaio 2009

"Quando il calcio ci piaceva più delle ragazze" di Marco Innocenti


Marco Innocenti nel libro “Quando il calcio ci piaceva più delle ragazze" (Mursia, 245 p,) (titolo molto bello per la sua quotidianità, senza strombazzamenti poetici né virate socio-storiche) scrive del calcio degli anni ’60 con riferimenti alla società, al costume, al quotidiano di quegli anni. Molti si diranno: “l’ennesimo libro sugli irripetibili ’60?” In parte sì, in parte no. Se infatti il libro summa del calcio degli anni ’60 e del mondo che lo ha visto scorrere via è “Il più mancino dei tiri” di Edmondo Berselli, il libro di Innocenti è una sorta di controcanto normalizzato del testo e del progetto di scrittura di Berselli. Mentre Berselli è il discolo della memoria rubata a se stesso, l’artista che in tre pennellate riempie la tela della nostra lettura di sensazioni, Innocenti è il cartografo dei ricordi, l’artista divisionista che accosta miriadi di tocchi leggeri per un quadro che dà piacere se goduto nel suo insieme. Berselli ha un progetto di scrittura sperimentale, ovvero quello di viaggiare sulla frontiera pericolosa e labile della memoria personale, sulle corde delle emozioni giovanili che diventano, filtrate dal Berselli di oggi, ricostruzioni di una storia per sé e poi per gli altri. In questo modo la lettura si muove su flash che possono non dire nulla oppure aprire un mondo di ricordi. Il tentativo è costruire una catena di memorie tra sé e il lettore che può condurre verso lidi semiotici lontani tra di loro e vasti. Dall’altra parte Innocenti non sperimenta le possibilità semantiche della memoria soggettiva ma costruisce un corretto puzzle di fatti e biografie che il lettore recepisce come percorsi a lui noti e di cui ha piacere soprattutto nel momento del punto e a capo. Mette nel suo libro tutte le storie degli anni ’60 come la Storia e non la memoria narra, ma allo stesso tempo non è “il solito libro” della meglio gioventù (ci sono comunque le riflessioni ormai incancrenite del: “Noi avevamo un sogno, quello di cambiare il mondo”. E chi lo diceva, adesso vuole che si ritorni agli anni ’50), bensì un vero esercizio di approfondimento cronachistico sulle vite di quegli attori straordinari che hanno vissuto quella stagione (straordinari non perché hanno vissuto proprio quella stagione, ma perché chi è straordinario è straordinario sempre. Per dire, se Herrera è stato il personaggio degli anni ’60, anche negli anni ’80 restava tale e della sua parabola anche quegli anni contano). Degni di nota soprattutto i pezzi sulle squadre milanesi e sulla Roma di “Raggio di luna” Selmosson”. Dicono altro rispetto ad una semplice ricerca su Wikipedia i pezzi su Carosio, Concetto Lo Bello e Brera, cade un po’ nel già sentito il pezzo su Scopigno, mentre poco o nulla aggiungono al conosciuto e ribadito i pezzi su Best, Eusebio, il Real Madrid e Pelè. L’unica cosa che l’autore poteva davvero risparmiarci era l’ennesima parafrasi di Italia-Germania 4-3 (con tanto di tabellino indigeribile). Al di là di questo è un ottimo libro, dalla scrittura perfetta nel suo paratattismo conciso e coinvolgente. Degli uomini di cui si parla si tira fuori il senso di quello che sono stati per i tifosi di calcio e per la gente che leggeva i giornali o ne sentiva parlare in quegli anni, senza voler scoprire arguti retroscena senza sapore né santificarli perché profeti di chissà cosa. Solo racconti di vita e storie di calcio, il meglio che si può chiedere.

mercoledì 28 gennaio 2009

Come ti distruggo il Times


Il Times, con la voglia tutta inglese di classificare l’impossibile (ma nell’Isola leggono solo se si scrive di qualcosa o qualcuno meglio o peggio di un altro?) ha messo in fila le 50 cose che hanno peggiorato il calcio. Noi, con lo sfrontato ribellismo che ci appartiene, sovvertiremo le prime dieci.

1. La televisione.
Grazie alla televisione il calcio è diventato globale e questo non vuol dire che in Pakistan non si gioca più ad hockey su prato o a Bilbao alla pelota basca, ma che i dodicenni di tutto il mondo si possono divertire tranquillamente come ho fatto all’epoca guardando Euro ’92 (e non me ne fregava niente che non c’era la banda Vicini).

2. Premier League
Sarà pure peggiorato ma è il campionato di riferimento. Degli anni ’70 e ’80 sarà rimasta la nostalgia di un calcio così diverso sotto tutti i punti di vista, ma chiediamo ad un cinquantenne vero tifoso del Manchester se gli fa schifo un dribbling di Cristiano.

3. Champions League
La Coppa dei Campioni aveva più fascino per via dello scontro diretto e del fatto che già raggiungerla era un successo. Ma chiedete a quelli del Bate Borisov se avessero voluto giocare le due partite contro un Real Madrid qualsiasi oppure essere qualificati al girone iniziale. La Champions così com’è e come sarà nelle idee di Platini può livellare un calcio comunque e sempre con grandi e piccoli.

4. I nuovi stadi
Gli stadi inglesi sono presi ad esempio nel mondo. Soprattutto da noi. Saranno anche brutti e meno coinvolgenti rispetto a prima, ma la domanda è: i redattori del Times leggono qualche giornale estero?

5. Il turnover
Quanti Marchisio, Walcott e Benzema sarebbero esplosi trent’anni fa con Sissoko, Ljunberg e Wiltord bandiere inamovibili dei loro club?

6. Le telefonate dei tifosi negli show radiofonici
Anche in Italia le radio fanno sfracelli. Ma se il Presidente del Consiglio la mattina chiama Bush e la sera Biscardi (che ha il pubblico delle radio), qualcosa vorrà dire.

7. Lo stadio di Wembley
A quello che mi hanno raccontato coloro che ci sono andati si sta più comodi e la partita si vede un po’ più da vicino rispetto a prima.

8. I takeover
Vedi punto 2. Questi ricconi russi, arabi e americani che entrano e danno prestigio intanto fanno girare gli affari. Una volta che sei al top, è difficile scalzarti dal giro di business che si crea intorno a te, anche se questi signori se ne vanno azzannati dal fisco. Solo in Italia ci siamo riusciti nella seconda metà degli anni ’90.
9. La FA Cup
Non credo sia molto cambiata. Prima si mettevano dentro le seconde linee che non giocavano mai e le prendevano dalle squadre semi-professionistiche. Oggi le seconde linee sono allenate e giocano spesso quanto le prime proprio grazie al turnover, il che fa diminuire la sorpresa ma aumentare la qualità.

10. La musica dopo i goal
Ma come, voi avete musichette così appassionanti, da cantare a squarciagola mentre scende una lacrima? Noi dopo le grandi vittorie mettiamo ‘O suldat ‘nammurat’.

lunedì 26 gennaio 2009

L'effetto boomerang dei presidenti italiani

I presidenti delle nostre serie professionistiche hanno escogitato uno stratagemma psico-economico di grande finezza: l’esonero boomerang. La strategia è molto semplice. Al punto 1 la squadra del presidente naviga in cattive acque perché non ha giocatori all’altezza della serie che occupa, ha ruoli totalmente scoperti su cui le squadre avversarie puntano per vincere le partite, ha tifosi molto esigenti che chiedono risultati e se ne fregano altamente di un’eventuale programmazione di medio termine (il che vuole dire anche cinque anni) che potrebbe avere come condizione prima la discesa di una categoria (soprattutto per le squadre di B, scendere in Lega Pro fa sì che si risistemino i bilanci, puntando su giocatori con stipendi più bassi) e ha un buon giro d’affari tra sponsorizzazioni e marchi affiliati. A questo punto il presidente esonera l’allenatore che ha cominciato la stagione e ne prende un altro, pagandolo molto meno del precedente. In questo modo calma la piazza che ha l’illusione che cambiando il manico i brocchi disseminati per il campo diventano finalmente puledri e le partite si possono vincere, la società ha una flusso d’immagine raddoppiato sui media, che nei periodi morti (soprattutto quando non ci sono le Coppe europee e sfide d’alta classifica la domenica, cioè non giocano contro Milan, Inter e Juventus) tendono a dare grosso spazio alle squadre minori che fanno operazioni di questo tipo, mette in sicurezza la sua leadership nei confronti della dirigenza in quanto il cambio di panchina è l’unica panacea che tutti vogliono e non compra nessun giocatore valido per mettere a posto squadre scombussolate. Ma il processo non termina qui.
Al punto 2 la squadra continua ad essere in evidente difficoltà contro tutti gli avversari, la situazione nello spogliatoio è peggiorata perché un nuovo allenatore prima di tutto cerca, anche per non farsi imputare l’immobilismo tattico e di vedute, di cambiare modulo e uomini, scontentando quelli che titolari dall’estate si legano indissolubilmente al vecchio tecnico e remano contro il nuovo, mettendo in evidente difficoltà i nuovi che, ancora ingolfati per il troppo giocare improvviso dopo giornate e giornate in panchina, giocano male e non hanno la stessa armonia con quelli che del vecchio gruppo sono rimasti. La piazza stavolta inizia a puntare il dito contro la pochezza della squadra ed è a questo punto che il presidente dà il via all’effetto boomerang: ritorna il vecchio allenatore, con nuovo ritorno d’immagine che premia gli sponsor a cui poter chiedere le stesse cifre anche nella serie inferiore, la piazza è finalmente sedata perché è legata al tecnico magari della salvezza o della promozione, il ritorno economico è certo, in quanto un allenatore pagato (poco) in più costa molto meno di un difensore centrale, un uomo di fascia e un centravanti da acquistare e mettere sotto contratto per svariati anni con l’acqua alla gola a gennaio. Solo così il presidente, con la scusa della stagione nata male e continuata peggio, in cui ha cercato in tutti i modi di porre rimedio non riuscendoci, può mettere in moto senza grandi rumors della piazza e della dirigenza il progetto a medio termine che aveva in testa ad inizio anno.

domenica 25 gennaio 2009

Dare status e valore all’assistente statistico

Nel calcio contemporaneo vige, seguendo le tracce della fusion multiculturale globale che ha invaso per fortuna tutti i settori della nostra vita, il sapersi adattare alle meccaniche e alle caratteristiche fisiche e tecniche dell’avversario. I dogmatismi sono assolutamente tramontati e chi si dice figlio di Sacchi o cugino di Zeman ad esempio, in partita guarda spesso all’altro, all’avversario, vera abiura ideologica rispetto agli zonisti duri e puri come gli allenatori sopra citati. Oggi non si vince se non si guarda all’altro e lo si comprende nelle sue sfumature e nei dettagli più particolari. Spesso gli allenatori tirano fuori proprio i dettagli per spiegare le sconfitte e le vittorie, poiché ormai si è compreso che nessun sistema è perfettamente eseguibile e soprattutto non sabotabile in qualche modo.
Saper adattare la squadra all’avversario è il comandamento di base, il che vuole dire prima di tutto conoscere le caratteristiche dei calciatori che si affrontano in campionato e coppa. È per questo che molte squadre si avvalgono di professionisti dei numeri, di statistici, di allenatori in seconda con l’occhio agli elementi tattici e tecnici in cui un giocatore eccelle o è meno preparato. Queste figure possono offrire all’allenatore informazioni preziose, da tener presente in partita. In nazionale, Donadoni ha fortemente voluto un uomo-computer come Sergio Buso, il quale tiene aggiornati i suoi file con le caratteristiche di ogni calciatore in attività e le sue statistiche stagione per stagione. Questa figura, che con Buso (non ce ne voglia, ma appariva così almeno ad un livello mediatico becero, mentre chi era vicino alla nazionale sa quanto era importante il suo lavoro) ha ancora l’alone di stranezza computatoria o, peggio ancora, di fornitura di minimi dettagli spesso trascurabili, in futuro deve assumere un taglio molto più professionale e un valore tecnico e tattico molto maggiore. Devono nascere assistenti molto simili a quelli che il volley soprattutto, ma anche il basket e il rugby utilizzano perfettamente, i quali possano supportare le scelte tattiche di base nella riuscita combinazione dei giocatori della rosa e poi nel loro utilizzo nei diversi tipi di partita che durante l’anno si affrontano. Non vogliamo un calcio giocato intorno ai computer che suggeriscono al portiere dove tirerà la punizione Del Piero o come marcherà sui calci d’angolo Maicon, ma vorremmo un calcio meno improvvisato sulla valutazione dei talenti e delle pecche proprie e altrui. Non basta dire ad un mediano: “Questo qui è uno che copre poco” oppure ad un terzino: “Nella tua zona c’è uno che sa far bene i cross” (la preparazione delle partite, non sembra vero, ma si limita spesso a queste frasi quasi di circostanza che fanno tanto dopolavoro), ma tutte le valutazioni e le scelte anche di formazione devono essere prese in base a razionali e motivate determinazioni tecnico-tattiche, da tirare fuori soltanto attraverso un’analisi particolareggiata e aggiornata dei plus e minus di ogni giocatore e del loro accordarsi in partita.

giovedì 22 gennaio 2009

I nostri errori sui social media.



Direttamente da un guru dei social media come David Spark, su Mashable, ecco gli errori principali che commettiamo quando gestiamo un blog o ci relazioniamo attraverso i social media:

1)Rispondere a tutti i commenti negativi – Quando qualcuno parla male di noi, sul nostro spazio o su quello di qualcun altro, la prima reazione è andare a rispondere per le rime. Ma non sempre questo comportamento è corretto: innanzitutto comporta una grossa perdita di tempo, risultando inoltre spesso infruttuosa in quanto il più delle volte si ha a che fare con persone con le quali non c’è modo di ragionare.

2) Partecipare a discussioni su argomenti inutili che degenerano il più delle volte in insulti per incrementare il traffico – Molti ritengono che discussioni accese e insulti portino ad un interesse verso l’argomento e di conseguenza ad un incremento del traffico web. Ebbene, non bisogna farsi ingannare: attirare un target che non ha niente a che vedere con l’oggetto della discussione, ma che vuole soltanto partecipare alla rissa non è un modo efficace per costruire la propria audience.

3) Ingaggiare talenti vocali alla cifra di $2,000 per far leggere un podcast – Spark porta l’esempio di Paul Dunay, Direttore generale di Integrated Marketing alla BearingPoint. Dunay ha fatto un grossissimo errore quando ha deciso di fare del podcasting. Il suo primo show fu proprio un rapporto letto da un ingessato speaker per $2,000. Il podcast che ne risultò suonava come la registrazione di un libro e i suoi colleghi ne furono inorriditi. Quell’episodio non fu mai pubblicato ma il talento vocale fu pagato.

4) Inviare ai vostri amici una newsletter indifferenziata – Sempre più spesso ci capita di ricevere mail indirizzate a decine o centinaia di persone, che ci raccontano gli ultimi sviluppi sentimentali sulla vita di una persona che magari non sentiamo più da anni. Cercate di tenere aggiornata la vostra rubrica, non tutti sono felici di trovare i fatti vostri nella propria casella di posta.

5) Assumere che un social media non esisteva prima del vostro arrivo – Iscriversi ad un social media ed iniziare a comportarsi come a casa propria non è il massimo dell’educazione nei confronti di chi quel posto lo frequenta da molto più tempo di voi. L’ideale è iniziare a prendere confidenza con il network e chi lo frequenta poco a poco, imparare ad usare le funzionalità correttamente, capire con chi si ha a che fare e solo dopo decidere forme e contenuti dei propri messaggi.

6) Inviare un commento sulla bacheca del profilo Facebook personale – Possiamo considerarlo l’errore da pivelli di Facebook: riceviamo un commento sulla nostra bacheca e rispondiamo lì, invece di andare su quella di chi ci ha commentato. Non vi sembra un errore clamoroso? Andatevi a rileggere la Netiquette.

7) Non iniziare conversazioni con persone che vogliono soltanto cercare d’imporre le loro iniziative – Occhio a tutto quello che si dice su di voi e sul vostro brand. In giro per i social media c’è un sacco di gente pronta a sfruttarvi come sanguisughe e trarre vantaggio dall’autoassociarsi a voi. Cercateli, scovateli e sbugiardateli.

8) Riempire in modo artificioso un sito web con caratteristiche e contenuto senza parlare con i vostri clienti – gli utenti di un sito web sono la prima cosa a cui guardare quando lo si progetta. Se creiamo un sito pensando solo a noi stessi, a cosa vogliamo che ci sia e cosa no, senza pensare a chi lo andrà ad usare, commettiamo uno degli errori più gravi che esistano. Spesso è più importante spendere il proprio tempo comunicando con il proprio pubblico e cercando di capire di cosa hanno bisogno che aggiornare in continuazione il sito con materiali che nessuno troverà interessanti.

9) Stare troppo attenti a quello che dite online – Molti di noi usano i social network per crearsi delle identità parallele. Sono estremamente cauti riguardo quello che dicono e come lo dicono, omettendo spesso informazioni delle quali magari si vergognano. Ma ciò che dà ad un social media il suo valore è che esso è autentico, vero e non finto. Se lo trasformiamo in qualcosa di falso, ne miniamo noi stessi le fondamenta e l’utilità.

10) Non difendersi da soli quando le persone dicono cose negative su di voi online – Spesso può essere una buona idea avere altri che vi difendono in una discussione pubblica. Non c’è niente di meglio di una persona, magari autorevole nella comunità in cui scrive, che ci difende e smentisce eventuali opinioni negative nei nostri confronti.

11) Accettare richieste di amicizia da persone che a stento conoscete – È forse l’errore più comune, alzi la mano chi pensa di non averlo commesso. Abbiamo aperto il nostro bel Facebook o Twitter e subito ci viene presentata la funzione che ci permette di trovare i nostri amici. Peccato che la nostra casella mail è piena di indirizzi di semisconosciuti, che puntualmente ci ritroviamo come amici sui social network. Situazione che peggiora col tempo, accettando tutte le richieste di amicizia senza preoccuparsi di dare almeno uno sguardo al profilo di chi ce la chiede.

12) Inseguire le donne su Facebook – Direttamente collegato al precedente. L’overdose di amicizie è accentuata ancor di più dalla “caccia alla donna”. E così appena tra gli amici di qualche nostro conoscente spunta una bella ragazza (anche se spesso di bello c’è solo la foto…) ecco che parte la richiesta d’amicizia. Non vi ci riconoscete, ragazzi? Aprite la vostra lista amici di uno dei vostri social network e poi rispondete…


via ninjamarketing

mercoledì 21 gennaio 2009

Il Tandem anomalo di Ancellotti: come giocare senza perno centrale


Nel calcio internazionale l’attacco a due punte ha bisogno sempre di un faticatore spalle alla porta, un centravanti capace di dare i tempi di risalita alla squadra e di inserimento ai centrocampisti avanzati. Anche la Roma dello Spalletti 2009 gioca con Vucinic o Baptista spalle alla porta che suggeriscono le incursioni di Brighi e Perrotta. Anche il Totti centravanti sui generis ha più o meno le stesse mansioni rivedute e corrette dalla sua capacità di fare perno sul marcatore diretto e girarsi per tirare a rete o servire l’uomo che si muove in verticale. A sovvertire questa idea è intervenuto il caso e l’esperimento di Ancellotti con il duo brasiliano Kakà-Pato. Venduto Gilardino, infortunato Borriello, evanescente il nuovo Shevchenko e declinante il vecchio Inzaghi, Ancellotti si è ritrovato con soli due attaccanti capaci di reggere il peso e il ritmo delle partite, entrambi tra l’altro più seconde punte di appoggio che veri e propri attaccanti centrali. Li ha fatti prima giocare insieme ad un attaccante di riferimento e poi li ha schierati da soli, sfruttando al massimo le loro caratteristiche. A differenza di un normale tandem d’attacco infatti, Kakà e Pato non giocano mai spalle alla porta e aggrediscono lo spazio che li divide dalla porta avversaria e non quello alle loro spalle per cercare di accorciare la squadra e permettere lo scambio con i centrocampisti. Grazie ad un centrocampo eccezionalmente tecnico che sa lanciare con grande precisione, Ancellotti preferisce che i suoi due attaccanti siano serviti in verticale, sulla corsa, magari appoggiando prima il gioco sui terzini che avanzando occupano lo spazio in fascia e riescono a passare con precisione la palla per le punte che svariano dal centro all’ala. Sia Kakà che Pato quando ricevono la palla non la scambiano con la mezzapunta che accorre, ma si girano e puntano l’area, accompagnati dai centrocampisti, utili nel momento in cui la corsa si blocca per essere serviti sul movimento. In questo modo un difensore è fermo per bloccare la punta e gli altri vengono presi di infilata dai centrocampisti che attaccano lo spazio puntando la porta. Questo meccanismo d’attacco si riesce a sviluppare soprattutto grazie al grande controllo di palla in velocità in cui i due brasiliani sono maestri e alla libertà che l’allenatore concede di fare quello che sentono opportuno: caricare la difesa scombussolando le linee, fiondare in porta, arrestarsi e aspettare il movimento dei compagni, allargarsi per crossare palloni sempre ben calibrati. Grazie al movimento e alle caratteristiche delle sue due punte brasiliane inoltre, il Milan riesce ad attrarre lontano dall’area di rigore i difensori centrali avversari che, essendo mediamente molto meno veloci di Kakà e Pato, vengono facilmente saltati e sono costretti al fallo da ammonizione certa se non vogliono lasciar andare l’attaccante. Se la difesa poi non segue Kakà e Pato, viene attaccata frontalmente dai due, supportati dai centrocampisti e dai terzini di spinta. Chiaramente in una situazione del genere serve a poco il fuorigioco e la marcatura fissa. Far accorciare sulla punta il mediano porterebbe alla concessione di troppo campo al Milan e lascerebbe i propri uomini offensivi senza rifornimenti semplici, in quanto l’azione riparte con pochi uomini davanti la palla da servire solo con lanci lunghi per non cadere nel pressing dei mediani milanisti.

martedì 20 gennaio 2009

Storia del calcio olimpico (2)

L’Olimpiade parigina, abbinata e poi semplice succursale deportiva dell’Esposizione Universale, manifestazione che doveva lanciare l’uomo nuovo del secolo XX, si tenne dal 14 maggio al 28 ottobre 1900, con 997 atleti presenti per 24 nazioni partecipanti in 95 competizioni. Per la prima volta fu ammessa la partecipazione alle gare di 22 donne. I grandi protagonisti delle gare furono i francesi e gli statunitensi. L’americano Alvin Kerazlein vinse le gare dei 60 m, 100 m ostacoli, 200m ostacoli (grazie alla scavalcamento con la gamba di attacco all’ostacolo tesa, tecnica ancora in voga) e del salto in lungo. Un altro americano, Irving Maxter, vinse la gara del salto con l’asta e del salto in alto, arrivando secondo nelle tre specialità dei salti da fermo dietro a Raymond "Ray" Clarence Ewry, il quale colpito dalla poliomelite da bambino, si mise in piedi e divenne un incredibile saltatore grazie alla ginnastica isometrica, basata sulla contrazione dei muscoli senza il movimento. Il suo 3,47 m nel salto in lungo da fermo era ancora il record mondiale nel 1938, quando la specialità venne abolita. Quasi alla fine delle gare e tra la noia altezzosamente snob del pubblico parigino la prima partita olimpica di calcio si tenne il 20 settembre 1900 al “Velodrome Municipal de Vincennes”. Il Club Francais sfidava gli inglesi dell’Upton Park. Della gara, i giornalisti presenti parlano poco perché il football era semplice sport dimostrativo in quella manifestazione. Si accenna soprattutto alla superiorità britannica in questo sport poco propenso, si dice Oltralpe, alle anime e ai corpi francesi. La prima gara non ha davvero storia, la differenza è evidente. L’Upton Park aveva giocatori tecnicamente capaci e soprattutto tatticamente intelligenti, come il wing back William Sullivan Gosling (anche se in altri documenti il cognome è Grosling) e il centrocampista William Francis Patterson Quash. La partita, arbitrata dal francese Maignard, termina 4-0 per gli inglesi con reti di Turner, Zealley e doppietta di Nicholas. Per i francesi i giornali parlano di una stoica partita di Pierre Allemanne, difensore che poi diventerà una bandiera del Racing Club de France in cui giocherà dal 1902 al 1909 e in seguito del CASG Paris in cui giocherà dal 1909 al 1914. La seconda partita tra Club Francis e la Selezione belga, che viene giocata per decidere chi delle due squadre deve essere seconda ai campioni inglesi, si gioca il 23 settembre sempre al “Velodrome Municipal de Vincennes” ed è arbitrata dall’inglese Wood. In questa partita i francesi giocano molto meglio e si scrive che, aver giocato contro dei maestri di questo sport nella partita precedente ha dato a tutta la formazione del Club Francais nuova forza e ha fatto apprendere ai calciatori nuovi trucchi da mettere in campo per sconfiggere gli ingenui belgi. La partita termina 6-2 per i francesi con reti belghe di Spanoghe e van Heukelum (che era olandese) e reti francesi di sicuro di Peltier e quasi certamente di Fernand Cannelle (anche se non posso mettere la mano sul fuoco, in quanto mancano i tabellini con i marcatori e il CIO non ha più distinte né documentazione varia che interessa la partita). Cannelle diventerà negli anni il simbolo del Club Francis, avendo esordito con la squadra nel 1986, a 14 anni, e giocando nelle sue fila fino al 1922, a 40 anni, vincendo i campionati del 1899, 1900 e 1918 insieme a sei Coppe di Francia (1897, 1898, 1899, 1900, 1901, 1903). Finisce così il primo torneo olimpico, con la Gran Bretagna, grazie ai servizi minimi dell’Upton Park, che prende una medaglia d’oro, la Francia l’ argento e il Belgio il bronzo. Tutto questo solo metaforicamente, perché solo con Saint Louis 1904 iniziarono ad essere assegnate le medaglie al vincitore e agli altri due classificati.

lunedì 19 gennaio 2009

Se fossi in lui


Piccola domanda pretenziosa, anzi direi capziosa, come si dice ormai solo in sedi forensi. Ma tu se fossi un calciatore lasceresti una squadra che pensi abbia terminato il suo ciclo (comprare Cardaccio e Viudez non sostituisce la foga declinante di Gattuso e l’appassimento della rapacità inzaghiana), per cui tu sei uno che guadagna già troppo (Galliani ogni tanto si dice una frase che dovresti ascoltare proprio tu: “Bisogna mettere un tetto agli ingaggi”), che ha un Presidente lontano dalle questioni d’ordinaria amministrazione per impegni di altra natura, che si ripete in continuazione di essere la squadra campione del mondo anche se non lo è più e soprattutto chissà quando lo diventerà di nuovo (a parità di calciatori di prospettiva e di soldi effettivamente circolanti nella società ha le stesse chance di diventare campione del mondo del Napoli e del Wolfsburg), che punta ad una ribalta mediatica sui mercati non-tradizionali del football più che a costruire squadre che vincono contro il Siena, che ha un allenatore di cui ti fidi ciecamente il quale prenota una panchina di una squadra con minori possibilità e storia al momento attuale di quella in cui giochi, per andare in una squadra che ad oggi ha uno dei patrimoni economici più grandi del pianeta (l’importante non è fare un contratto in cui si guadagna di più, ma avere la sicurezza che quei soldi li percepisci davvero per tutta la durata del contratto), che sta costruendo un futuro da grande del calcio internazionale (lo slogan di tutti i giornalisti sportivi italiani è: “Che senso ha lasciare la squadra campione del mondo per andare a lottare per la serie B inglese?”. Importante quindi ribadire ancora una volta che la squadra campione del mondo è il Manchester United e considerare che il Milan con la rosa che ha potrebbe ritornare campione del mondo di club anche tra 20 anni, quando tu sarai l’uomo immagine dello stato del Minas Gerais e porterai i tuoi tanti figli al parco giochi “Ronaldo”) perché comprarti ad una cifra folle deve per forza di cose voler dire avere le intenzioni di mettere su una squadra altamente competitiva (sempre per gennaio questa squadra è sulle tracce anche di De Jong, migliore centrocampista difensivo di Euro 2008 insieme a Senna, che però ha 8 anni di più), che può permetterti di vivere un’altra esperienza facendoti guadagnare di più (e non dovresti soffrire per la lontananza da casa come tutti dicono in tv, in quanto casa tua nel Sao Paulo l’hai lasciata presto con l’unica garanzia di fare il vice Rui Costa), che partecipa all’unico campionato dove l’interesse mediatico fa il paio con il volume di affari delle società per cui il tuo valore in tutto l’indotto calcistico (diritti d’immagine in primis) crescerà a dismisura?

giovedì 15 gennaio 2009

Al via i Mondiali di Pallamano


Parte domani in Croazia il 21esimo campionato del mondo di pallamano. Diamo un’occhiata alle squadre e ai gironi, per capire quali emozioni può dare il primo grande avvenimento sportivo del 2009. I gironi eliminatori sono quattro, formati da 6 squadre ciascuno. Il gruppo A dovrebbe essere un affare privato della Francia di Claude Onesta, campione olimpica in carica, che schiera un Daniel Narcisse in grande forma. Occhi puntati su Nikola Karabatic, naturalizzato croato che gioca nella sua vecchia patria e avrà di sicuro una pessima accoglienza già minacciata. Qualche fastidio alla Francia potrebbe darlo l’Ungheria di Laslo Nagy e Nenad Puljezevic e la Slovacchia dell’ottimo Radoslav Antl, esordiente al mondiale. Qualcosa più della comparsa potrebbe fare la Romania, che negli anni ’60 e ’70 dettava legge vincendo quattro campionati del mondo in 20 anni, mentre questa competizione è passerella e fonte di esperienza da mettere in cascina per Argentina e Australia. Nel girone B altra favorita d’obbligo è la padrona di casa Croazia che, a differenza di Pechino 2008, può schierare il non più infortunato Ivano Balic e il suo degno compare Mirza Džomba. Con i padroni di casa ci saranno i sempre ostici svedesi, guidati dall’intramontabile Tomas Svensson, vincitori del titolo mondiale dieci anni fa, e una squadra che promette di cambiare la tradizione dell’handball internazionale, la Spagna, già mondiale nel 2005 e bronzo a sorpresa alle Olimpiadi 2008, che ha nel mancino terribile Albert Rocas e nel capitano Iker Romero le stelle di una squadra molto difficile da affrontare. A queste squadre bisogna poi aggiungere anche la Corea del Sud che gioca su ritmi indiavolati, anche se fisicamente non riesce a reggere il gioco degli slavi soprattutto. Kuwait e Cuba daranno vita a un derby a chi ne busca di meno (anche se la squadra caraibica nell’ultimo mondiale disputato nel 1999 arrivò ottava). Il girone di ferro è il girone C, dove a sfidarsi sono i campioni del mondo in carca della Germania, che presentano un Glandorf in buona forma, i polacchi con Karol Bielecki e Grzegorz Tkaczyk sconfitti proprio dai tedeschi nella finale di due anni fa, i macedoni che hanno messo su un’ottima squadra grazie alla sagacia tattica dell’allenatore Ilija Temelkovski e al bombardiere Vanco Dimovski e i russi, discendenti di una scuola di grandi tradizioni, che puntano sulla solidità di giocatori come Konstantin Igropulo ed Eduard Koksharov. In questo girone, Tunisia e Algeria, squadre di tutto rispetto se pensiamo che la Tunisia è arrivata quarta nel 2005 e l’Algeria tredicesima nel 2001, lotteranno per il predominio africano. Infine il girone D è composto tutto da outsider pericolose come la Danimarca, terza nel 2007, che ha dalla sua la tradizione scandinava e giocatori molto fisici come Michael Knudsen, la Norvegia, squadra molto simile nell’impianto di gioco alla Danimarca che ha in Steinar Ege la sua punta di diamante, l’Egitto che ha grosse tradizioni e vanta un quarto posto nel 2001, il Brasile, squadra di prospettiva in Sud America e non solo, la Serbia, sempre terribile gatta da pelare con il suo gioco tosto messo in campo da atleti poco tecnici ma di grande forza come Mladen Bojinovic e Petar Nenadic, infine l’Arabia Saudita, dichiarata cenerentola del girone, ma che può dare filo da torcere. Manca l’Islanda, che alle Olimpiadi ha fatto divertire con il suo gioco d’attacco, e l’Italia, ma questa è abitudine. Apre il match Croazia-Corea del Sud. Prendiamo posto in poltrona anche se il pallone non viene prese a pedate.

mercoledì 14 gennaio 2009

Che cos'è David Beckham. Breve analisi socio-mediale di un'ala tattica


David Bechkam è la chiave di volta per scardinare mercati complicati per il football come la costa Ovest degli States (in cui risiedono moltissimi centro e sudamericani amanti del calcio, ma i consumatori forti sono tutti dediti al dio Basket. Ad Est invece aleggia ancora lo spettro scintillante dei Cosmos) e tutta l’aera indocinese. Questo lo ha capito prima di tutto il Manchester con ritiri, partite amichevoli e grossi investimenti pubblicitari su David in queste zone del pianeta e l’intero sistema-calcio che ha avallato e spinto per la diaspora di un ottimo giocatore verso i Los Angeles Galaxy. Lo hanno capito anche i parrucconi della FA inglese che organizzano sempre più amichevoli con un occhio verso questi interessi (il 28 maggio, a Wembley, ci sarà Inghilterra-USA).

Beckham in queste realtà è venduto come un vero e proprio prodotto costituito da elementi materiali, segnici, culturali, ideologici e valoriali che si intersecano e hanno tutti la stessa importanza. E il canale unico attraverso cui far passare questi significati ai consumatori anche più riottosi non è l’attuazione della funzionalità dell’oggetto (ovvero il mostrare David che gioca al pallone), ma l’apparenza mediatica autoreferenziale. Beckham è il risultato del processo di perfezionamento della costruzione del prodotto-atleta da parte dei professionisti del marketing. Un prodotto che, secondo la quadripartizione valoriale di Greimas, esalta al massimo la ricerca a livello “cromatico e “morfologico”, puntando tutto sui valori ludici dell’oggetto, di presentazione e presta vendita del prodotto sulla base del suo apparire come simulacro.

Nei mercati suddetti, che David sia un’ala tattica molto intelligente dal tocco preciso e capace di punizioni insidiose è un’appendice poco funzionale alla vendita del prodotto. Quello che interessa è la sua immaterialità valoriale, quello che conta per gli oggetti contemporanei, secondo Augé. All’interno del discorso mediatico, Beckham assume tutto il suo valore commerciale, non presentandosi come un oggetto-muto (a livello semiotico), ma con un rapporto con il consumatore che “usa” il prodotto basato su un discorso che ha la capacità di influire fortemente sul consumatore stesso nella sua definizione dei desideri, degli scopi e dell’immaginario. L’immagine di Beckham diviene in questo modo la personificazione di un ordine comunicativo, rappresentativo, dove le forme sensibili sono il luogo d’incontro, di rievocazione, di cristallizzazione di immagini che conferiscono senso, di narrazioni che nel prodotto si condensano e che il consumatore sa leggere, comprendere e da cui vuole farsi influenzare.

L’immagine di Beckham è una bomba di significati e valori che indirizzano verso un determinato consumo:
il solo volto del calciatore inglese parla, riuscendo a far agire e a voler essere il consumatore, secondo l’idea di Barthes che degli oggetti “sono il sogno e il senso che fanno vendere”. Comprare Beckham in pratica vuole dire aderire a uno stile che permette fondamentali meccanismi di identificazione e autorappresentazione ai consumatori, i quali riescono in questo modo a definire una loro personale identità, ovvero, come diceva Sartre in “L’essere e il nulla”, “ad accumulare essenze psicologiche e su queste proiettare un sogno d’identità che porti a un sogno di totalità”.

martedì 13 gennaio 2009

"Juve o Milan? Meglio il Foggia" del Collettivo Lobanowski


I libri letteralmente divorati (quasi fisicamente, con relativa sfaldatura dei fogli per quelli a stampa digitale con brossura a colla) capitano poche volte. L’ultimo che ricordavo era stato “Il Diavolo e Sonny Liston” di Nick Tosches (un libro straordinario, dove la biografia del pugile mette in faccia al lettore il senso reale, e non solo le categorie, del razzismo, del furore, della povertà e del dolore), prima che mi capitasse in mano “Juve o Milan? Meglio il Foggia” del Collettivo Lobanowski di Foggia (Rainoneeditore), tre autori che scrivono dell’U.S. Foggia dal campionato di serie A 1976/77 a quello di C 2006/07. Sulle corde della narrativa calcistica britannica e con il nume tutelare Nick Hornby ad indicare la strada, i tre autori che formano il Collettivo Lobanowski hanno tirato fuori un gioiello luminoso e imperdibile della nostra narrativa calcistica contemporanea. Tre voci distinte e per molti versi diseguali hanno messo insieme un racconto a più fili intersecanti, che cattura l’attenzione mandandoti in trance da ultima pagina e giocando soltanto sui fili del ricordo e dell’appartenenza.
Lobanowski 1 scrive della storia più datata dell’U.S Foggia con uno stile di un’asciuttezza barocca (sembra un ossimoro, ma leggendo le sue pagine viene fuori proprio questa idea di troppo e poco allo stesso tempo) meraviglioso. Sugli ingranaggi della sua normale vita di foggiano e ragazzo in quegli anni riesce a buttare nel suo racconto tutto quello che una memoria pulita ha mantenuto come segno e sintomo di passioni: dal China Martini a Carmine Gentile, dalla sorella Nina al terremoto irpino del 1980, da Maurizio Iorio a Leonid Breznev in un percorso che ricalca il Berselli de “Il più mancino dei tiri”, ma che da quest’ultimo si discosta in parte per minore classe, in parte per maggiore capacità di descrivere un tempo vissuto. In questo Lobanowski 1 aggredisce e vince il lettore: il suo farci vivere un percorso di vita magari semplice, spesso molto simile al proprio, in tanti punti poco narrativo eppure di una delicatezza storica che riesce a catapultarti nei tempi descritti e a mostrarti non il senso di quei tempi, ma il loro valore per la persona che si è adesso.
Lobanowski 2, diversamente dal primo autore, non gioca mai di rimbalzo con le sue e nostre emozioni di lettore, le prende di petto e le trascina dove non pensavamo mai di andare a finire con un libretto sul calcio a Foggia. Prendendo parte con una nettezza che al lettore, abituati al melenso “volemose bene” televisivo e soprattutto al sotterfugio strafottente della nostra società, squaderna ogni pregresso avvicinamento al testo, l’autore di questa parte rifiuta le convenzioni da bar, del tipo: Zeman è un profeta che ha estetizzato il calcio oppure quando è morto Brera ho pianto per la scomparsa del genio, buttandoci addosso opinioni sue, personali, incattivite dal pensiero differente, autoreferenziale e congelato della vulgata di paese e della Vox populi nazionale. Riuscire a suggerirci opinioni sul vivere in società e sulla difficoltà dell’espressione del pensiero individuale, parlando di Codispoti, Burgnich e della trasferta di Avellino, è qualcosa di veramente stupefacente che Lobanowski 2 crea quasi senza volerlo, soltanto grazie ad un talento innato nel discorrere e una forza d’urto devastante delle sue e solo sue opinioni nate chissà come. Infine Lobanowski 3, che ad una prima e vorace lettura sembra essere l’anello debole, perché si limita al cronachismo appassionato, alle vicende condite dalle storielle di periferia. Ma non è così. Insieme e forse grazie al traino delle voci che lo hanno preceduto, il suo racconto dell’ultima fase dell’U.S. Foggia in serie C è piacevole proprio per quello che è: la storia di un ragazzo che cresce professionalmente e nelle esperienze di vita attraverso lo stare dietro una squadra di calcio, domenica dopo domenica. Il racconto che può sembrare povero di spunti rispetto alla dimostrazione di forza dei ricordi e delle opinioni negli altri due autori, acquisisce invece la sua forza proprio nel riuscire a decodificare con gli occhi di chi vive e sogna nel presente quello che accade, senza forzature di colore eccessive né aneddotica spicciola che ogni giornalista cerca di piazzare in un racconto per renderlo accattivante. Resta un racconto fatto di piccoli quadri di vita, senza la lode dell’esaltazione cafona né l’infamia della veduta ristretta.
Un libro che davvero consiglio a tutti di trovare da qualche parte e leggere subito.
Una piccola critica finale: signori del Collettivo Lobanowski non abbiate paura di scrivere quello che più vi piace. Non pensiate che per parlare di amore, di una doccia, del mare, del dolore, di un paio di sandali e della vita ci sia bisogno sempre del paravento U.S. Foggia. Siete degli (Lobanowski 3 è soprattutto un giornalista sportivo coi fiocchi a dire la verità) scrittori che possono parlare di tutto quello che la testa fa passare. Non crediate di farla franca con due storielle sulle partite dei rossoneri.

sabato 10 gennaio 2009

Nasce la Nazionale Italia Facebook.


Massimiliano Trisolino, 28 anni e idee a sbafo, è un appassionato di calcio. In un giorno di novembre gli vien voglia di capire come questo sport può entrare nel nuovo fenomeno della comunicazione globale contemporanea: Facebook.

Crea un semplice gruppo (come ce ne sono a migliaia sulle cose più disparate, dal grunge alle foche del circolo polare artico, dal “come diventare milionari seduti sul divano” per i fraccomodi al “noi con Miss Italia non ci usciremo neanche a cena”, questo è per i misogini puri) con il quale fa partire le iscrizioni alla Nazionale italiana di calcio degli utenti Facebook. In pratica fa girare per la rete del social network la notizia che tutti possono iscriversi al gruppo e attraverso un procedimento molto semplice tentare di essere convocati nella prima Nazionale italiana di Facebook.

Per seguire le logiche e le metodologie del web 2.0, Massimiliano decide che le selezioni dovevano avvenire solamente online, attraverso un manipolo di “osservatori” (che erano poi gli utenti iscritti al gruppo).

Per prima cosa bisognava candidarsi (fase terminata il 13 dicembre) iscrivendosi e inserendo la propria foto in azione da calciatore con il riferimento al ruolo che si vuole svolgere e all’idolo a cui ci si ispira. Una volta fatto questo semplice passaggio, c’era la cosiddetta azione di “scouting” a cui tutti gli iscritti potevano partecipare: per essere convocati in Nazionale infatti bisognava ricevere un altissimo numero di commenti alla propria candidatura. Più commenti si riceveva dagli “osservatori”, più voti si riceveva per una propria possibile candidatura.

In poco più di un mese l’iniziativa ha raccolto numeri da capogiro:

- più di 11.000 iscritti al gruppo
- quasi 1.000 candidati che hanno caricato la foto e quindi hanno richiesto un posto in squadra
- più di 1000 post sul wall
- decine di discussioni aperte
- moltissimi media, quotidiani, portali online sportivi hanno riportato l'iniziativa

Un’azione di social networking marketing davvero coi fiocchi, come se ne vedono poche in Italia per la incapacità di saper gestire i nuovi modelli comunicativi del web 2.0.

Si è arrivati poi alle 14.00 di sabato 10 gennaio 2009 con l’ufficializzazione delle prime convocazioni in diretta web. Sul nuovo sito della Nazionale Italiana Facebook si possono trovare tutti i nomi dei convocati con le età, le professioni e gli idoli di riferimento. Stupendo è vedere foto di portieri in volo plastico che si ispirano a Buffon, un tal Giovanni Perale con cappello impresentabile convocato come difensore, un maestro di sci che gioca centravanti e un elettricista fotografato con le treccine da Ronaldinho che fa già sognare la curva.

L'obiettivo di Massimliano Trisolino adesso è andare oltre: provare a trasformare un'iniziativa nata virtualmente in qualcosa di concreto, organizzando nei primi mesi dell'anno un incontro di calcio che contribuisca anche a progetti benefici. Non sarà semplice perché i candidati vengono da tutta Italia (come è ovvio che sia), ma l’entusiasmo di Trisolino e di tutti i partecipanti all’iniziativa e soprattutto la lungimiranza di qualche sponsor (anche di alto livello, signori del marketing italiano state dormendo dall’estate scorsa, un’iniziativa del genere era facilmente individuabile come di grande successo) possono far avverare il sogno.

Noi restiamo sintonizzati per seguire la NIF.

venerdì 9 gennaio 2009

Come twitter cambierà il blogging

Piccola incursione nel mondo del blogging per capire come sta cambiando e quali nuove direttive potremmo intraprendere nel prossimo futuro.

Una delle innovazioni che sembrano più prossime è la totale fusione degli spazi twitter all'interno dei blog. Già nel 2008, Twitter ha iniziato ad influenzare i principali blogger con l'introduzione dei widget per riportare gli aggiornamenti di status, ma la vera fusione avverrà nel 2009 con l'arrivo dei TweetBacks, TweetStats, TweetComments e TwitterRolls.

I Tweetbacks sono delle applicazioni varie utilizzate da gruppi di persone con il loro twitter per scambiarsi un feedback immediato. La versione più semplice mostra il numero di persone che hanno ricevuto e commentato il post. Le opzioni fondamentali dei Tweetbacks peremtteranno di mostrare i commenti e gli avatar degli utenti, ordinare gli utenti in relazione alla loro popolarità e integrare gli aggiornamenti di status (ovvero i tweets) con i commenti degli utenti, piuttosto che visualizzarli separatamente.

I Tweetstats sono chiaramente le statistiche del blog, con la differenza che mentre oggi ci sono le sezioni "più "letti"(most read) e "più commentati" (most commented), con i nuovi Tweetstats si potranno aggiungere due nuove sezioni: "più aggiornati" (most tweeted) e "aggioranti di recente" (recently tweted).

Attraverso i Tweet comments i visitatori dei blog saranno in grado di commentare gli aggiornamenti dei tweets visualizzati all’interno di un blog, sia che si tratti di un utente Twitter o meno.

Infine con i TwitterRolls i blogger elencheranno i loro aggiornamenti preferiti e facoltativamente una breve nota sul motivo per cui li preferiscono. Tale pratica servirà a consigliare nuovi contenuti ad altri bloggers.

Inoltre molti bloggers modificheranno i temi di Twitter per creare coerenza stilistica tra tiwtter e blog. Twitter influenzerà gli utenti sia attraverso l’uso più numeroso di immagini per lo sfondo, sia nell’impaginazione. Ci aspettiamo di vedere più intestazioni dei blog ruotate di novanta gradi in senso antiorario e più blog con barre laterali sul lato destro.

via ninjamarketing.it

mercoledì 7 gennaio 2009

Breve storia dei Mondiali di Pallamano

Il 21esimo Campionato del Mondo di Pallamano indoor che si terrà in Croazia dal 16 gennaio all’1 febbraio ha alle spalle una storia di grandi squadre e sfide sorprendenti. La prima edizione del 1938 fu vinta dalla Germania nazista sull’Austria (ribadendo la classifica delle Olimpiadi di Berlino 1936), pochi mesi prima che l’Anschluss definisse per poco tempo i contorni di una squadra irresistibile. Dopo questo esperimento con un girone all’italiana di quattro squadre (parteciparono anche Svezia e Danimarca), gli anni ’50 hanno visto altre due edizioni del Mondiale (1954, 1958), con la vittoria in entrambi i casi della Svezia. Gli anni ’60 e 70 furono gli anni della grande Romania (argento anche a Montreal 1976 e doppio bronzo a Monaco 1972 e Mosca 1980) di Nicolae Nedef, che inventò un sistema di gioco basato sul ritmo forsennato e sui cambi sistematici dei giocatori che dovevano dare il massimo nella porzione di tempo in cui rimanevano in campo. Protagonisti assoluti di quegli anni furono i campionissimi Gheorghe Gruia e Radu Voina, insieme al portiere-piovra per eccellenza Cornel Penu, vera spina dorsale della squadra campione nel 1961, 1964, 1970 e 1974. La vittoria del 1961 e quella del 1970 inoltre furono ottenute superando Cecoslovacchia e Germania Est soltanto dopo il secondo tempo supplementare. Ad inframmezzare, nel 1967, la cavalcata romena fu la Cecoslovacchia del re del gioco di contromano Ladislav Beneš e di Jiří Kavan, bombardiere devastante. Nel 1978, dopo anni di vacche magre e di dominio dell’Est, torna a vincere la Germania Ovest, prima dell’URSS di Aleksandr Anpilogov nel 1982 e della Jugoslavia di un altro immenso portiere, Mirko Bašić, e del pivot più dominante del periodo Pavle "Pavo" Jurina (oro facile anche a Los Angeles 1984). Nel 1990 la Svezia ritornò ai fasti degli anni ’50 grazie all’oro vinto nella finale contro l’URSS dalla crazy-band di Bengt Johanssons, mentre buona parte degli atleti sovietici si rifaranno nel 1993 e nel 1997 con due mondiali vinti dalla nuova squadra della Russia. Anche qui i nomi di quella squadra fanno rizzare i capelli agli appassionati: su tutti il portiere Andrey Lavrov, vincitore di 3 Olimpiadi (Seoul 1988, Barcellona 1992 con la CSI e Sidney 2000 più il bronzo di Atene 2004 a 42 anni) e Valeri Gopine, giocatore dotato di un’elevazione incredibile. In mezzo alle due vittorie russe, nel 1995 trionfò la Francia del trainer Daniele Costantini, che riuscì a mettere su una squadra, meglio conosciuta come Barjots, di grande personalità e gioco maschio e imprevedibile. I riferimenti di quella squadra che riusciva nelle imprese più incredibili per poi perdere con gli ultimi del ranking mondiale, erano Denis Lathoud, Stephan Stoecklin e il genio Jackson Richardson con i suoi dreadlocks ribelli. Nel 1999, la Svezia di un diligente e mai domo Ola Lindgren si ripeté, seguita dalla Francia nel 2001. Dai mondiali portoghesi del 2003 il vento dell’Est è ritornato prepotentemente sui parquet mondiali con la vittoria di una Croazia piena di talenti purissimi, meravigliosi e irreggimentabili come Ivano Balić, per molti oggi il miglior giocatore al mondo, Mirza Džomba, ala sinistra dal tiro micidiale e Vlado Šola, portiere dai riflessi felini e i capelli stravaganti. La penultima edizione è stata dominata dalla Spagna, altra squadra nuova nel panorama mondiale, che vinse la finale della competizione del 2005 svoltasi in Tunisia, schiacciando 40-34 i campioni in carica croati grazie ad una prova magistrale di Iker Romero. Infine, è storia del 2007 la vittoria tedesca con i vari Glandorf, Henning Fritz e Pascal Hens dominatori della finale contro la Polonia.

martedì 6 gennaio 2009

Il calcio olimpico (puntata 1)

Dopo che nella prima edizione del 1896 equitazione, cricket e calcio (di cui si parla come sport olimpici nel "Bulletin du Comité International des Jeux Olimpiques" da cui prendono vita le Olimpiadi moderne) vengono esclusi per difficoltà di trasporto dei cavalli e per mancanza di concorrenti, a Parigi nel 1900 il calcio appare alle Olimpiadi sebbene come sport dimostrativo e quindi non computato nel medagliere ufficiale dei Giochi. L’idea iniziale che nel CIO serpeggiava da anni era trascinare a piccoli passi il calcio nel novero degli sport olimpici senza turbare la spocchia di parecchi nobili signorotti dello sport mondiale che vedevano il football come uno sport troppo violento e poco accademico. Per raffreddare gli animi sensibili soprattutto dei delegati mitteleuropei, si decise di far disputare alla Francia quattro partite “di vetrina” contro la Svizzera (16 settembre), il Belgio (23 settembre), la Germania (30 settembre) e l'Inghilterra (7 ottobre). Germania e Svizzera declinarono quasi subito l’invito per problemi di spostamento degli atleti, ancora tutti chiaramente dilettanti e con una lavoro che non volevano assolutamente gettare alle ortiche per una manifestazione collaterale all’Esposizione Universale. Di fonte alle ambasce del CIO, fu direttamente il comitato francese a cambiare la formula: il calcio restava sport d’esibizione, ma invece di far giocare squadre nazionali, si decise di invitare squadre di club su proposta delle Federazioni francese, inglese e belga. In questo modo si pensò bene che, se le squadre francese e belga avrebbero partecipato perché non c’era in ballo un torneo a più giorni ma una sola gara che non creava problemi di lavoro e spostamento per i loro calciatori, la squadra della Gran Bretagna avrebbe comunque risposto alla chiamata perché nell’Isola il calcio era già sport di massa e i footballers dei quasi professionisti che giocavano con continuità le loro partite (nel 1899-1900 l’Aston Villa vince la First Division con due punti di vantaggio sullo Sheffield United dopo 34 partite di campionato. Il grande protagonista è Billy Garraty, Golden Boot con 27 reti).
Le squadre di club invitate furono Club Français, Upton Park Football Club e Racing Club de Bruxelles. L’Upton Park Football Club, con la divisa sociale a righine sottilissime rosso e nere orizzontali, fondato nel 1866 era una squadra già storica, essendo una delle quindici squadre che parteciparono alla prima FA Cup tra il 1871 e il 1872. Per questioni economiche la squadra si era sciolta nel 1884, ma nel 1891 ricomparve e arrivò alle Olimpiadi di Parigi come squadra di vertice della Southern Alliance, una lega tra le squadre di Football del sud est dell’Inghilterra. Il Club Français era stato fondato il 13 settembre 1892 con il decreto prefettizio che ne sanciva l’esistenza, ma l’attività sportiva degli studenti universitari del “College Chaptal” e del “Lycée Janson-de-Sailly che lo componevano era iniziata già nel 1890. Nel 1896 la squadra, formata da tutti calciatori francesi, riuscì a battere la squadra angloamericana dei White Rovers e a vincere il campionato. L’anno precedente l’Olimpiade, il Club Français rifiutò di giocare la finale nazionale del campionato contro il Le Havre, sostenendo che nel regolamento il trofeo offerto da Gordon Bennett doveva premiare soltanto una squadra parigina, per cui la sfida contro il Le Havre non aveva ragione di essere disputata. Chiaramente la Federazione premiò il Le Havre come squadra campione di Francia. Il Racing Club de Bruxelles è stato fondato a Koekelberg nel 1890, in partenza club di atletica da cui deriva il suo nome Racing. L’anno successivo, l'Union belge de football dà il via al primo campionato (vinto dall’FC Liegi) a cui il Racing partecipa e che dominerà poi nel 1897.

venerdì 2 gennaio 2009

Facebook Football Testimonials

Facebook ha invaso (per fortuna) l’intelletto di milioni di persone senza colpo ferire e ridendosela di gusto. Ogni giorno andiamo in caccia di gente appena nota per scrivergliene quattro, aspettando così tanto all’effetto che fa ogni nostra parola che nemmeno nell’800 delle corrispondenze multiple. In questi giorni di feste, Facebook ha di molto attutito la noia e l’immersione nei suoi meandri ha creato riflessioni. Qual è il personaggio calcistico con il maggior numero di fans? Chi ha una “positività” maggiore rispetto ad altri? Chi è il personaggio (se mai ce ne fosse almeno uno) che ha un rapporto diretto con i fans? Quali sono i valori che si riconoscono al personaggio? Qual è la caratteristica per ogni personaggio segnalata maggiormente nei commenti delle pagine fan?

Tutte queste informazioni, oltre ad essere l’acme del “fancazzismo”, possono diventare pane e companatico per chi deve mettere in moto strategie pubblicitarie sul web e offline.

Ad esempio, vedrei bene una pubblicità di scarpe che ha per testimonial Massimo Palanca, baffo spiovente O’ Rey di Catanzaro (in due fasi, dal 1974 al 1981 e dal 1986 al 1990), del cui piedino 37 ipersensibile 2.188 persone ad oggi ancora si ricordano. Per una lozione di ricrescita capelli, un testimonial sensato potrebbe essere Marco Osio, sindaco di Parma e spesso citato per il suo ribellismo tutto in quei capelli bradi e, per molte donne, irresistibili (anche se un pensierino su Tomas Skurhavy non è malvagio). Se poi vogliamo promuovere prodotti regionali, per la pizza affidiamoci senza remore a Giuseppe “Pal e Fierr’” Bruscolotti, nel cuore di 244 fans, per esportare il pecorino in Sud America puntiamo su Enzo Francescoli con il suo codazzo di 13.502 fan e per far assaggiare il pesto in Inghilterra sviluppiamo una campagna intorno alla figura di Stefano Eranio, che non ha pagine fan italiane ma ben due inglesi con 201 iscritti, spesso tifosi del Derby County che lo vorrebbero manager del loro team. Se poi vogliamo vendere pacchetti vacanza ai canadesi, una scelta oculata potrebbe essere Roberto Bettega, che ha molti nordamericani tra i suoi 257 fans, mentre per fare un affare in Turchia focalizziamo energie creative intorno a Emre Belozoglu, ancora molto stimato dai compatrioti soprattutto perché ha giocato nel nostro campionato con l’Inter. I tortellini in Ungheria potrebbero sfondare solo se ci mette la faccia Lajos Detari, che ha 127 fans accaniti, e la robiola bresciana può essere esportata in Romania solo se ci affidiamo a Georghe Hagi con la sua dote di 55.559 fans. Come modello di indumenti intimi un pensierino su Massimo Carrera, idolatrato dalle donne per la sua bellezza, si potrebbe ancora fare, mentre, dopo un reale ritocco, nessuno toglierebbe una pubblicità dentistica a Daniel Fonseca, chiamato “Coniglio” da quasi tutti i suoi 40 pochi ma buoni fans. Infine promuovete con Mario Faccenda un coiffeur qualsiasi e il successo sarà assicurato.