sabato 28 febbraio 2009

La partita del giorno è: Happy Valley-Convoy Sun Hei (First Division di Hong Kong)


La partita del giorno, valevole per la sedicesima giornata del "Coolpoint Ventilation" First Division di Hong Kong, è stata disputata ieri 27 febbraio al “Mong Kok Stadium” di Kowloon, nella zona meridionale dello stato di Hong Kong. Il campionato di Hong Kong si gioca dal 1908. Ogni anno la Federazione decide quanti giocatori stranieri (inclusi i cinesi) possono essere cartellinati per le singole squadre. Quest’anno si è stati particolarmente generosi con 9 stranieri tesserabili a squadra. Altro particolare di questo campionato è il fatto che, essendo Hong Kong uno stato piccolissimo, la maggior parte dei club gioca negli stessi stadi e molte squadre giocano proprio al Mong Kok Stadium. La squadra di riferimento del calcio di Hong Kong è da sempre South China, ma quest’anno naviga in brutte acque. Per questo motivo la scelta della partita del giorno è caduta su Happy Valley-Convoy Sun Hei. L’Happy Valley, noto anche come HVAA, è stato fondato nel 1950 ed è uno dei club storici del calcio di Hong Kong. Famose sono le due stagioni 1985-86, quando rimase imbattuto per tutto il torneo insieme al South China (10 vittorie e 8 pareggi) e perse il campionato per la differenza reti e quella 2005-06 quando vinse il campionato perdendo solo una partita. In effetti ben più onorevole è stato anche il campionato 2002-03 vinto senza nessuna sconfitta sul campo, se si toglie quella a tavolino contro il Fukien perché era sceso in campo un giocatore che non figurava tra quelli inseriti in distinta. Ha vinto la Hong Kong League Cup nella stagione 2000/2001, arrivando alle altre 5 finali consecutive. Le Hong Kong FA Cup sono invece due (1999/00 e 2003/04), con altre quattro finali in cui è uscito sconfitto. Il 1998/99 fu poi l’anno della ribalta continentale grazie al raggiungimento dei quarti di finale nella Coppa dei campioni asiatica vinta quell’anno dall’Al Ittihad. Nelle fila dell’Happy Valley hanno giocato atleti conosciuti anche al grande pubblico, come Lawrence Akandu, nato possente attaccante e adesso arcigno difensore centrale. Akandu, nigeriano di nascita, gioca nella nazionale di Hong Kong in cui ha segnato al debutto contro la Corea del Sud il 4 dicembre 2003. Altro buon giocatore che in passato ha vestito il verde Happy Valley è Siu Chung Cheng, il cui padre era una stella dell’Happy Valley prima di trasferirsi in Costa Rica. È lì che Cheng inizia a giocare e arriva anche alle nazionali giovanili del paese centroamericano, prima di trasferirsi di nuovo ad Hong Kong e diventare il giocatore di riferimento della squadra negli anni ’90. Suo è stato il trasferimento più costoso della storia del calcio di Hong Kong quando è passato dall’Alleluja al South China nel 1996, superato nel 2007 dall’acquisto sempre da parte del South China di Chan Wai Ho dai Rangers. Altro ottimo giocatore degli anni ’90 è stato Lee Wai Man, capace di giocare in molti ruoli, perfino portiere durate una partita in cui il suo compagno di squadra Leung Cheuk Cheung fu espulso. Il 23 aprile 1994, a 20 anni, debutta in nazionale contro Singapore, diventando capitano della nazionale nel 2003. Astro del calcio di Hong Kong degli anni ’70 è stato invece l’ala destra Fung Chi Ming, anche noto come “Little Fung”, due volte Best scorer nel 1976-77 e 1977-78, passato dal South China all’Happy Valley nel 1978. Se invece vogliamo fare un nome di giocatore dell’Happy Valley per gli anni ’80 scegliamo quello di Sui Leung Wing, Player of the Year nel 1983 e 1985, ma soprattutto capitano della nazionale che batté la Cina il 19 maggio 1985. Capitolo a parte meritano i brasiliani e i britannici dell’Happy Valley. Tra i primi, da ricordare Oliveira (conosciuto anche come Ernestina), mezzapunta e capocannoniere nell’anno 2004-05 ma non nominato giocatore dell’anno perché il suo club non lo candidò al premio, Fabio Lopes Alcantara, attaccante oggi al Persib Bandung in Indonesia. Nell’Happy Valley ha giocato anche con il fratello Fabricio, attualmente al Naval in Portogallo, mentre il terzo fratello, Fernando, gioca per il South China, Juninho Petrolina, numero 10 raffinatissimo che ha giocato anche nell’Atletico Mineiro e in Portogallo nel Beira-Mar ed infine Tomy Giacomeli Adriano, vincitore nel 2000 dell’Hong Kong Footballer of the Year, secondo giocatore straniero a riuscirci dopo il bulgaro Dimitre Kalkanov (altro giocatore Happy Valley) nel 1998. Per molti britannici poi il campionato di Hong Kong è ancora oggi una sorta di porto franco dove spendere spiccioli di carriere. Di giocatori della vecchia madrepatria per l’Happy hanno giocato Martin Kuhl, centrocampista nato nel Birmingham City e poi pedina fondamentale del Portsmouth inizio anni ’90, Craig Maskell, che doveva essere il nuovo gioiello del St. Mary Stadium di Southampton, ma la sua massima notorietà l’ha avuta quando era nelle fila dell’Huddersfield Town (infatti è stato votato dai tifosi tra i 100 migliori giocatori del team). Trasferitosi poi allo Swindon Town alla guida di Glenn Hoddle ha anche realizzato un goal nella finale di play off della Division One del 1993 contribuendo alla promozione in Premier League, Alan Waddle (cugino di Chris), attaccante brevilineo cresciuto nell’Halifax Town e ceduto al Liverpool nel 1973. In quattro anni di Reds gioca poco ma partecipa alla vittoriosa finale di Coppa Campioni del 1977. I suoi anni migliori sono quelli allo Swansea City guidato da John Toschack che gli toglieva spazio a Liverpool. Altro paragrafo poi spetta agli scozzesi: Ian McCall, centrocampista del Queen’s Park Rangers e poi coi Rangers Glasgow nel 1987 e Gary McGinnis, nato nel Celtic ma esploso nel Dundee United con cui rimase 9 anni e arrivò alla finale di Coppa UEFA nel 1987 persa contro l’IFK Goteborg. La grande soddisfazione era arrivata però nel 1982 grazie alla vittoria del Campionato europeo Under 18 con la Scozia. Quest’anno l’Happy Valley, sponsorizzato dall’Alliance Engineering, non è nella sua migliore stagione trovandosi in ottava posizione, mentre un campionato molto più dignitoso lo sta portando avanti la squadra ospite, il Convey Sun Hei. Attualmente quinto in classifica, il Convey Sun Hei è stato fondato nel 1986, ma ha giocato il primo campionato della Hong Kong First Division League nel 1994/95 con il nome di Golden. Nel 1996, con il nome di Golden XI, ha sfidato l’Inghilterra che si preparava agli Europei casalinghi (si dice che in queste terre d’Oriente Gascoigne abbia accidentalmente fatto la conoscenza con la “Sedia del dentista”). Solo dalla stagione 2007/08 la squadra è conosciuta con il nome attuale. Meno importante dell’Happy Valley, il Convey Sun Hei non ha titoli in bacheca (solo una semifinale di Hong Kong FA Cup nel 2005) ed ha avuto un numero minore di giocatori da ricordare. Tra questi sicuramente degni di nota sono stati gli inglesi Mike Duxbury, terzino dell’Everton che nel 1980 passò al Manchester United e Carlton Fairwather, che fece il suo debutto per il Wimbledon il giorno di Capodanno del 1985 contro l’Oldham Athletic, l’attaccante di Grenada Otis Roberts, cresciuto nel Crystal Palace ma mai esordiente in prima squadra, il bosniaco Anto Grabo, centrocampista cresciuto nel Velez Mostar che ha fatto anche uno stage con la nazionale jugoslava nel 1987 ma non vi ha mai esordito, ma sopratutto il serbo Dejan Antonic, cresciuto nella grande Stella Rossa di fine anni ’80 e membro a tutti gli effetti della “Zlatna generecija”, la generazione d’oro del calcio di una jugoslava unita che ha ballato solo poche estati.La partita di ieri ha confermato l’andamento delle squadre in stagione. Il Convoy Sun Hei è passato in vantaggio al 61’ grazie a Giovane da Silva ben servito dal capitano Cristiano Cordeiro, brasiliano naturalizzato ed attuale capitano della squadra nonché della nazionale. Arrivato nel campionato di Hong Kong al South China nel 1998, Cristiano è stato votato per due volte Hong Kong Football of the Year nel 2000/01 e 2004/05. Il suo esordio in nazionale è datato 11 ottobre 2006 al “Al-Gharafa Stadium” di Doha contro i padroni di casa del Qatar vittoriosi per 2-0, mentre il suo unico goal risale al 21 giugno 2007, Estadio Campo Desportivo di Macao, nella vittoria per 15-1 contro la nazionale dell’isola di Guam. Dopo il goal, il Convey ha continuato ad attaccare e ha raddoppiato dopo solo 10 minuti con l’altro brasiliano Roberto Orlando, ex di Santos e Botafogo. Subiti i goal, l’Happy Valley si è lanciata all’attacco guidato da Sham Kwok Keung (brevilinea seconda punta classe 1985 salito alla ribalta nel 2006 quando segnò una doppietta all’Uzbekistan in una partita di qualificazione per la Coppa d’Asia) appresso alle sfuriate di Guy Gerard “JJ” Ambassa, difensore camerunense di nascita che ha preso la cittadinanza di Hong Kong e gioca attualmente per la nazionale (Esordio il 29 gennaio 2006 in casa contro la Danimarca vittoriosa per 3-0. La sua più bella prova in nazionale è datata 15 novembre 2006, contro il Bangladesh proprio al Monk Kok quando realizzò la doppietta che fissò il punteggio sul 2-0). Il goal del 2-1 è arrivato presto, al 75’, grazie a Pengfei Chao, ma il quarto d’ora successivo non ha portato al pareggio, anzi ottimi interventi ha dovuto compiere Fan Chun Yip, portiere della nazionale, soprannominato “zyu1-zai2” e considerato uno dei migliori portieri del Sud Est asiatico. Il suo esordio in nazionale risale al 2 dicembre 1998 al “Suphachalasai Stadium” di Bangok nella sconfitta per 5-0 contro la Thailandia, ma la partita per cui verrà ricordato è sicuramente quella dell’8 agosto 2003, quando il suo Happy Valley ha affrontato il Real Madrid. La sconfitta per 2-4 è principalmente dovuta alla pessima giornata del portiere che ha giocato nel primo tempo per l’Happy, il titolare della nazionale cinese An Qi. Con Fan Chun Yip nel secondo tempo l’Happy non ha più subito goal e nella memoria collettiva sono rimasti alcuni suoi interventi prodigiosi su Zidane e Beckham.

giovedì 26 febbraio 2009

La partita del giorno è: JCT Football Club-Churchill Brotehrs (I League indiana)


"Apro oggi una piccola rubrica: La partita del giorno. Analizzando il tabellino di una partita giocata nel mondo, raccontare un po' di cose sul calcio che ci circonda".

La partita del giorno di oggi è stata giocata a al Guru Gobind Sing di Ludhiana nel Punjab ed era valevole per I League indiana. A scontrarsi erano i padroni di casa del JCT Football Club, da tempo ormai l’unica grande squadra del Punjab e dell’intera India settentrionale e il Churchill Brothers, squadra con sede nel distretto di Salcette nello stato del Goa, il più piccolo stato dell'India in termini di superficie e il quart'ultimo in termini di popolazione dopo Sikkim, Mizoram e Arunachal Pradesh.
Il JCT Football Club, denominato anche JCT Mills perché sponsorizzato dal Jagatjit Cotton Textile Mills del presidente Samir Thapar (discendente della grande dinastia di industriali indiani iniziata con Karam Chand Thapar) è nato nel 1971. Il primo grande giocatore a vestire la maglia rossa del team è stato nel 1974 Inder Singh, capitano dell’India al tempo e vincitore del Premio Arunja nel 1969 (Arjuna è un mitico eroe che compare nel Mahābhārata, nonché uno dei protagonisti principali di questo importante poema epico indiano). Nel primo torneo giocato dalla squadra, il Santosh Trophy, il JCT MIlls mise a segno 46 reti e 23 portarono la firma di Inder Singh.
Inder Singh è stato selezionato nella squadra All-Stars dell’Asia per l’anno 1967/68 e votato migliore ala destra durante l’Asian Cup tenutasi in Israele nel 1964. Ha giocato nel JCT dal 1974 al 1985 e dopo l’addio ne è stato allenatore fino al 2001. Nel 1967 Inder Singh giocò nel Merkeda Football Tournament in Malesia. L’allora Primo ministro Tinku Abdul Rehman lo vide giocare e fece di tutto per comprarlo, ma egli rifiutò una faraonica offerta per continuare a giocare in India.
Con Inder Singh allenatore il JCT Mills (che dal 2007 è solo JCT FC) vinse la prima National Football League disputatasi in India nel 1996/97, anno in cui vinse, prima squadra non di Calcuttta, anche l’IFA Shield.
Il Churchill Brothers gioca le sue partite casalinghe nel Jawaharlal Nehru Stadium Fatorda, a Margao, capitale economica del distretto di Salcette. Ha meno storia rispetto il JCT FC ma attualmente è una delle squadre migliori dello stato del Goa (ha vinto 6 volte la Goa League) nonché una delle squadre di riferimento dell’intero campionato indiano. Un giocatore del passato da ricordare è sicuramente Emeka Ezeugo, soprannominato Emmy, difensore nigeriano nazionale per 11 volte e convocato per U.S.A ’94, che ha giocato per il Churchill nell’annata 1997/98 prima di passare agli Hershey Wildcats, squadra della Pennsylvania.
Prima della partita, la situazione in classifica parlava molto chiaro: dopo 16 giornate di I League, il Churchill Brothers era secondo con 33 punti e il JCT FC terzultimo con 17 punti. La vittoria è andata, come da pronostico, agli ospiti, vittoriosi per 2-1 con reti di Jagpreet Singh al 15’ per il JCT e di Odafe Onyeka Okolie al 50’(uomo simbolo della squadra e grande attrazione del campionato indiano. Nato il 1 gennaio 1985 è arrivato in India nel Maometto Sporting Club nel 2003, per poi passare ai campioni del Bangladesh del Muktijoddha Sangsad KS e arrivare nel 2005 al Churchill. È ad oggi il giocatore più pagato del campionato indiano e restano famosi i suoi goal in un match contro il Vasco SC terminato 9-1) e di Ogba Kalu Nnanna (partner d’attacco di Okolie anche lui nigeriano e di un anno più giovane) all’85’ per il Churchill Brothers.

Il calcio degli anni '10: tourbillon, centromediano e palla a terra.


La sfida italo-inglese in Champions League è al momento sospesa ad un tutto è possibile che fa essere comunque soddisfatti. Il fatto di non essere travolti dalle inglesi e potersi giocare la qualificazione nella gara di ritorno ha distolto però l’analisi giornalistica e tecnica del dopopartita da un punto focale: le tre squadre inglesi hanno stravinto la partita sotto diversi punti di vista mostrando un sistema di calcio che le nostre squadre non riescono a reggere. Non conta in questa affermazione il fatto di giocare in casa, in quanto il Manchester United a San Siro ha comunque disinnescato ogni velleità interista e predominato il gioco in tutta la partita (è davvero sciocco dire che l’Inter ha preso possesso del gioco nel secondo tempo. Ha forzato fisicamente il gioco, andando allo scontro aereo e all’impatto in corsa, ma a livello tecnico e di predominio di campo il Manchester è stato addirittura superiore al primo tempo). A me è sembrato di vedere un calcio futuribile, il calcio del nuovo decennio battersi con un calcio che ormai ha già detto tanto.
Ma com’è questo calcio del 2010?
La prima caratteristica è l’interscambiabilità dei ruoli senza perdita della fluidità tecnica dei giocatori. Il Manchester è davvero maestro in questo facendo ruotare in diverse posizioni di campo i calciatori che restano però capaci di rendersi sempre pericolosi grazie al loro bagaglio tecnico e fisico. Cristiano Ronaldo può giocare da punta centrale perché sa difendere la palla e ha colpo di testa (provate a fare giocare centravanti Taddei), Drogba sa svariare sulle fasce perché raggiunge le velocità di punta di un’ala (Adriano quando va all’ala sembra un ippopotamo fuori dallo stagno… e non solo per la mole), Nasri detta il passaggio e conclude con la stessa naturalezza (chi si immagina un Perrotta assist man delicato e stoccatore di precisione?). Il tourbillon offensivo è la prima caratteristica del calcio del futuro. Nessuna predisposizione fisica deve essere coltivata per esaltare un’unica dimensione tattica. Il calciatore deve essere costruito almeno in 5 anni (Ronaldo era già un campione a 17 anni, ma se restava allo Sporting Lisbona adesso era un’aletta alla Quaresma con un po’ di pepe in più, mentre a Manchester, Ferguson lo ha modellato come uomo a tutto campo dalla resistenza infinita) con capacità offensive e difensive poliedriche, capacità di giocare la palla con entrambi i piedi e grande resistenza fisica.
La seconda caratteristica del calcio del 2010 è l’importanza del mediano di difesa che fa richiamare alla mente le caratteristiche del vecchio centromediano. Il nuovo centromediano è un giocatore di forza e resistenza che gioca un passo davanti alla difesa ma riesce a schiacciarsi sulla linea difensiva intervenendo come un centrale puro nelle situazioni di pericolo. Diaby dell’Arsenal, Mikel del Chelsea e Carrick del Manchester hanno raddoppiato come un centrale le eventuali sbandate dei terzini e difeso sulle palle alte insieme ai compagni di difesa. Spesso hanno preso in consegna il centravanti avversario, alleggerendo il compito fisico al centrale che poteva facilmente posizionarsi sulla traiettoria di passaggio della spizzata di testa e interrompere sul nascere la situazione pericolosa. L’unico capace di questo tipo di gioco in Italia è De Rossi.
Terza caratteristica è la totale assenza di gioco aereo centrale. In tre partite forse solo due volte per Drogba le squadre inglesi hanno fatto un lancio oltre i 25 metri. La palla è stata sempre giocata a terra attraverso una rete di passaggi rapidi tra giocatori vicini e in movimento. Pensiamo alle nostre squadre invece: l’Inter ha lanciato per oltre un’ora la palla su Ibrahimovic e Adriano (poi su Cruz), la Juve lanciava sui decentramenti di Amauri e la Roma sulle corse di Taddei, Perrotta, Riise e Motta. Proprio un altro modo di condurre l’azione e di sistemarsi sul campo.
Detto questo, come andrà a finire? Magari passeremo con tutte e tre le squadre ma il gioco degli inglesi sarà quello di domani.

mercoledì 25 febbraio 2009

Il mio week-end con i Lobanovski (e Morozzi) secondo loro


Domenica 22 febbraio, Foggia-Pistoiese 1-1

“Ci vuole un attaccante di sfondamento, uno che butti la palla dentro”, gracchia una voce dal televisore. La casa si impregna. Ed è un refrain sanremese. Ciclico, ridondante, codificato. Un luogo comune agghindato a bandito, acquattato all’angolo d’ogni mezzo passo falso. Pronto a pugnalare il silenzio, a sovrastare i fischi. Pochi attimi. Poi lo spettatore al telefono, male equalizzato dai tecnici di Telefoggia, si fa rosso d’ira. Il suo timbro vocale s’impenna in un crescendo arioso: “Questa società ci sta prendendo per i fondelli!”. Che gente. Non vengono allo stadio perché piove e fa freddo e poi s’arrogano il diritto di parola. Di sicuro non hanno letto quanto diceva il Presidente Mao in proposito: solo chi fa, ha diritto di critica.

Re-wind. Sabato 21 febbraio

C’è stata una frana. Una gelata, secondo altri, un guasto al locomotore, un’interruzione sull’intera linea adriatica. O tutto questo assieme. O niente del genere. Gianluca Morozzi è partito presto dalla sua Bologna. L’Eurostar era atteso alla banchina alle 13,47. Ma, al momento, il display della stazione aggettiva il ritardo come “indefinibile”. Sostiamo, basiti. È tutto pronto dall’una: le teglie di pasta, il pavimento traslucido, il comitato d’accoglienza. Scende, il Morozzi, bell’apposta a parlarci del suo mestiere di scrittore-tifoso, delle trasferte a Leffe e dello zio Savoldi, che ha reso celebre in un libro di qualche anno fa. Ma è fermo a Termoli da più di un’ora e mezza. Senza spiegazioni supplementari, senza trasporti sostitutivi. Inganna l’attesa salvando mici in trappola sui bastioni. Non ci restano molte alternative: saltare in macchina e risalire i cinquanta minuti d’autostrada che ci separano dal peregrinare senza meta dell’ospite. Prima che il National Geographic lo opzioni. Il rombo dei motori, il piede sull’acceleratore. Incredibile. Era tutto pronto dall’una, non possiamo fare a meno di pensarlo. L’intoppo, lo sguardo ostile e strabico della malasorte, in agguato come il fatalismo dei pellegrini. Non dipende da noi, ma questo dettaglio dilata la voglia di fumare nervosamente, piuttosto che diluirla nell’acido dell’insondabile, eterno alibi da sconfitti. Ci perdiamo in un reticolo di sensi unici. Lo troviamo sotto la pensilina, con meno capelli di quanti gliene attribuivamo in quarta di copertina. Tra mezz’ora scende in campo il Bologna, al “Dall’Ara”. C’aveva provato, il povero Gianluca-tifoso, a deviare il corso del fiume in piena. Quando aveva fatto dire al Morozzi-scrittore che forse era meglio rinviarla, questa data meridionale del tour, vista l’assurda concomitanza con l’unico anticipo alle 16 a cui gli sarebbe capitato d’assistere in tutta la stagione. Invece niente. La letteratura dà, la letteratura toglie. L’andatura costante a 120kmh permette una prima conoscenza reciproca. Quando Giuseppe gli chiede di Nello Aldo Cusin, per poco non si soffoca con la tosse. Quando gli raccontiamo di Sant’Anastasia, di Gualdo Tadino e della Juveterranova; quando rammentiamo l’incrocio d’autogrill che li trascinò in A mentre noialtri andavamo a perdere la B allo “Zini”, sorride dolente e ricambia parlandoci del Fanfulla, del Palazzolo e della Rondinella. Ma non c’inganna. L’iride bifronte lo rende sereno: come uno che ha vissuto l’emarginazione, si, ma adesso ne è fuori. E parlarne non incide sulle coronarie. Come un emigrante che ha conosciuto, per qualche anno, stenti e sacrifici. Ma poi s’è aperto una bottega da orologiaio sul lago di Lugano. E mostra le ferite come stimmate assorbite, di cui andare fieri nelle sere d’inverno, al focolare. Noi, invece, negli stenti sguazziamo da dieci anni. Compiaciuti come lontre da argine fangoso. All’arrivo, il Bologna sta inchiodando l’Inter sullo 0-0. Nell’intervallo, l’afosa accoglienza sudista si trasforma in pasta al forno, lasagna, polpette. A volte mi capita di immedesimarmi negli ospiti nordici. E, mentre mangiano, mi vien quasi voglia di affiancarli per garantirgli che noi, normalmente, non siamo così. Dirglielo di botto, a bruciapelo, prima che possano farsi un’idea. Una qualunque.

Jvan Sica non è settentrionale per niente. Arriva da Salerno, via Benevento. Capirebbe, ci capirebbe, se il suo Intercity si decidesse a giungere. Ma il Tavoliere è un buco spazio temporale, quest’oggi, un gorgo d’antimateria. E la linea ferroviaria è bloccata anche sul versante occidentale. Un’ora di ritardo accumulata dal Sannio a qui. Quasi un record, di quelli da vanto. La darwiniana selezione della specie si compie attorno al desco. Gli interessi più nobili scacciano gli istinti primari: Gianluca guadagna una seggiola sotto la tv. E, un po’ per la tensione, un po’ per le dimensioni del pasto già ingurgitato, lo stomaco gli si chiude. Partecipa, silente, in religioso raccoglimento. Gli altri gli vorticano attorno senza un perché specifico. Altra immedesimazione: dev’essere orrido, spaventevole, seguire la propria squadra su Sky, mentre in direzione dei quattro punti cardinali, è un continuo rimescolio di mascelle, un lavorio indefesso di mandibole, un pullulare osceno di commenti osceni. Ed inutili. La simbiosi giunge ad un punto di non ritorno quando l’Inter passa in vantaggio. Cambiasso realizza, e un paio dei nostri esultano, sconciamente. Ma senza malizia (il che è peggio). Per la marcatura valida ai fini del Fantacalcio. Non reggo. Esco a parlare d’altro. Jvan, che nel frattempo è arrivato già mangiato, non parla molto. Deve carburare. Ci scambiamo opinioni sull’ “Arechi” e imbastiamo letterature comparate col “Vestuti”. Il Bologna pareggia, incredibilmente. E Gianluca scatta in piedi. Esulta col pugno, distintamente, da gran signore. A vederla dalla vetrina sporca, quell’accozzaglia di umori in contrasto, di gesti scoordinati e diversissimi, sembra una gabbia di matti. Mi sento uno scolaro in visita guidata. Prendo coraggio, faccio un paio di passi all’interno, sorseggio vino rosso di cantina. “Balotelli!”, urla Roberto. Che, manco a dirlo, ce l’ha al fantacalcio. Ed è un urlo sconcio, fuori luogo. Cristina ha detto che non dimenticherà mai la faccia di Morozzi in quel preciso istante. Io, fortunatamente, non la vedo. Ma so, con certezza, che a parti invertite, uno qualsiasi dei nostri avrebbe fatto scattare la più disdicevole delle risse. Buttarla in gazzarra, per recuperare nella mischia l’onore perso sul campo.

Forward. Domenica 22 febbraio

L’accento di Jvan è un problema. Ha deciso che vuole essere dei nostri allo “Zaccheria”, sugli spalti della Sud, e condividere con la ciurma ogni attimo della partita con la Pistoiese. Che già si preannuncia storica. Come, del resto, ogni gara con gli arancioni (…). Noi siamo contenti, finanche lusingati, dalla sua proposta. Ci fa piacere, certo. Solo che la Sud è un (meraviglioso) serraglio di folli integralisti. Tra cui ci saremmo anche noi, oltretutto. Jvan ci tranquillizza: “Ma io non tifo Salernitana – fa, con voce pacata, come a spezzare la tensione – tifo Napoli”. Il silenzio preoccupato muta in accorata partecipazione. “Facciamo che non dici niente e lasci parlare noi”. Accetta di buon grado. Le grate del prefiltraggio, quelle più esterne, quelle che si vorrebbero stabili – a ricordarci la nostra condizione di detenuti in attesa di giudizio, o di imputati a piede libero – sono finalmente al loro posto. Un tributo alla società dello spettacolo. Dentro soffia in piena faccia un vento gelido, da morsa. La curva, che è semideserta a venti minuti dall’inizio, non si riempirà, ormai è certo. Meglio stringersi, compattarsi. Di fronte ci sono nove pistoiesi. È un merito esserci, sempre, e gli va riconosciuto. Un minuto di raccoglimento per Candido Cannavò. Poi si parte, in campo e fuori. Due ricordi si sovrappongono. Quello di mio cugino Carmine, avellinese silente in curva Nord mentre la sua squadra veniva divelta dal Foggia di Baiano e Signori, e un vecchio Foggia-Reggina di B, con la pioggia battente e la tifoseria al piano di sotto. C’era un gruppo di inglesi, quel giorno, a vedere Zanchetta insaccare su punizione. Ci si diverte tanto, quando piove o tira vento (come recita un celebre mottetto). Si salta, ci si spinge, si canta. Quel tanto che basta ad intorpidire le menti, a fissare il proprio sguardo interiore sul pezzo di tribuna che occupi. E farti dimenticare, se ci riesce, che proprio il motivo che ti spinge a far festa – il gelo – oggi ha spinto tanti nostri eroici concittadini a preferire il divano. A seguire lo show mal microfonato di Telefoggia con la recondita speranza che tutto vada male, torni ad andare male, per comporre i numeri del telefono fisso e dire al conduttore che con questa società non andremo da nessuna parte. Uno sfogo morettiano, senza i girotondi. Perché anche i girotondi, diciamocelo, prevedono troppo movimento. Questi non ci sono e basta. In tanti invece ci vengono, ma non saprebbero spiegare ad un tribunale il perché. Braccia conserte, sguardo vitreo a seguire l’azione, scatti repentini a destra e a sinistra per scansare la bandiera che sventola qualche fila più sotto o più di lato, braccino teso o a volo di farfalla a spiegare all’amico che Coletti doveva aprire e Lisuzzo chiudere. Antonio dice che mi vede dare le spalle al campo, fregarmene della partita. Si sbaglia, non è vero che non mi interessa. Ma, a trentadue anni suonati, ho deciso di non far dipendere tutto dai nostri e dai loro undici. C’è un’altra partita, sugli spalti, importante anche aldilà del valore di funzione, che deve essere onorata. E poi certa gente, che presenzia e mugugna, mi appare offensiva, più che inutile. Non dico cantare, per carità… Non dico spingersi e crollare sulle note di uno stornello… Non dico perdere la voce… Ma almeno sostenere: ognuno a modo suo, come gli viene. Invece, mentre il Foggia attacca sotto di noi ed entra in area sei volte nei primi cinque minuti, sembriamo un mondo a parte, circondati dal nastro giallo delle scene del crimine. Limite invalicabile. Sui corner, sui calci da fermo, qualcuno prova ad oltrepassare il limbo elettrificato ed immaginario. E si unisce al canto. Poi il corner finisce tra le mani del portiere, la punizione sfila sul fondo, e tornano a chiudersi in sé stessi, nella loro concezione autistica della partita. Lo speaker sulle transenne ricorda la curva degli anni Novanta, per spronare i reticenti. Dice anche una cosa molto brutta. Dice: “Dove sono i vecchi? Quelli che si sono fatti la serie A?”. Vecchio, qui, è un bel complimento, di solito. Come tra gli alpini. Ma una parte di me, che la serie A se l’è fatta, ci rimane male. Il campo è pesante, i restii non si lasciano commuovere e coinvolgere. Non vedo il fallo da rigore che porta gli arancioni dal dischetto. Vedo che segnano. L’autore del gol va sotto la curva. I tifosi toscani lo salutano superficialmente, lo allontanano con un certo fastidio. Probabilmente stavano giocando a tressette e quello li ha distratti. Ed ora li sta disturbando oltremodo.

E Jvan in tutto questo? Arrivato nel giorno più freddo dell’anno, nel giorno del record negativo di presenze, becca il gol dell’ultima in classifica con stoica rassegnazione alle sfighe. E c’è di più, c’è di peggio. Una specie di ispettore di curva comincia ad aggirarsi tra le linee dell’esercito abbioccato e deluso. Afferra dal cravattino i fanti scoraggiati, li scuote, li percuote, fino a farli dondolare avanti e indietro, come pupazzi di pezza: “Allora? Volete cantare o no?”. Il tono non è conciliante. Lo speaker fa partire Noi non molleremo mai, la versione sulle note di Go West dei Pet Shop Boys. E l’ispettore prosegue il suo tour, a sincerarsi che ogni labiale corrisponda. Erano anni che non succedeva, che non c’era bisogno di cotanto drastico provvedimento. Proprio oggi che c’è Jvan. Eppure Jvan canta, con la massima naturalezza, senza perdersi d’animo, senza risentire delle forzature. Almeno, così sembra. Il pareggio giunge nella ripresa, ancora su rigore. E alla fine piovono i soliti sparuti fischi, dagli angoli del silenzio. Ma non è quello che conta. Oggi mi ha impressionato altro. E cioè che erano anni che non mi soffermavo a pensare alla serie A, a cos’era la curva a quell’epoca. Me l’hanno fatta risalire come un gin-lemon, rancida come un conato di maionese. Idolatrata, mitizzata, sopravvalutata. Certo, diecimila voci sembrano più possenti di centocinquanta. Ma non c’è da rimpiangere niente. Una diserzione di novemila e passa uomini non è cosa da ricordare con nostalgia, nel bilancio di una guerra trentennale come la Guerra dei Trent’anni. O centenaria, come quell’altra. Ci sarebbe da scomodare Shakespeare, il suo Enrico ad Azincourt, il suo giorno di San Crispino e Crispiano. Ma quel pistolotto poetico l’hanno usato tutti, dai fascisti all’antimafia. Allora, meglio sorvolare. Scriviamo sulle nostre porte: Niente nostalgia. E andiamo avanti, please.

Jvan è partito alle 18,25, dal binario 4. L’Eurostar, di quelli bianchi e rossi, un po’ vetusti, un po’ comici, un po’ Treno Ok di una volta, ha fatto il suo placido ingresso in stazione, planando come un Pendolino senza pendolo. Il rituale d’ogni arrivederci, un abbraccio, una raccomandazione scherzosa, una battuta. La bandiera ancora in mano, residuato del pomeriggio. Mattia, che ad Jvan l’ha preso proprio a benvolere, dice che lo si potrebbe salutare sventolando. Si ride. Dovessero esserci dei baresi a bordo, lasceremmo il nostro salernitano alle prese con una quantità di contraddizioni difficilmente esplicabili in un’oretta di viaggio. Lasciamo perdere e lo guardiamo salire. Sulle scale che portano al sottopasso, però, decidiamo che la bandiera può essere aperta. Così, giusto perché se hai una bandiera è bello sventolarla. Una famiglia – padre, madre ed un bambino – sta per imboccare la nostra stessa scalinata, solo in senso opposto. Ci viene incontro, distrattamente. Poi si accorgono della nostra presenza. Ed è un attimo. Il padre allunga la sua mano protettiva sul bambino e sulla consorte. E l’intero gruppo si schiaccia al muro, come si fa quando c’è un terremoto da far trascorrere, e ci si accalca sotto gli stipiti delle porte. Ma noi siamo in tre, stiamo ridendo, e c’è una bandiera che fa avanti e indietro. Capisco quel che sta succedendo ed allargo lo sguardo. Attorno a noi, i passeggeri scesi dall’Eurostar al binario 4 sono imbarazzati. Se ci siamo noi, è probabile che ci siano altri tifosi, altri “ultras”, nei paraggi. E la cosa pietrifica diversi bravi viaggiatori, li rende confusi sul dopo, immobili nel durante. Sguardi obliqui, qualche sussurro. Il tutto per una bandiera. Eccoci, faccia a faccia, col mostro mediaticamente costruito. Questa è la gente che s’abbevera al video, che ha imparato a temere, a tremare di questa (e di ogni altra) difformità comportamentale; questa è la brava gente in buona fede che non può più fare a meno di ritrarsi, se non proprio fuggire, alla vista di ogni pericolo indotto. Che pensa male di tutti solo perché qualcuno ha spiegato che così si fa. Un po’ li capisco, un po’ li detesto. Mattia, invece, vorrebbe prenderne a ceffoni un paio, così, presi a casaccio, a mo’ di sveglia. Giusto per confermare, nel rovesciamento dei valori, il senso di un luogo comune. Meglio lasciar perdere e tirare avanti. Dietro di noi c’è gente che sbircia ancora verso i binari, che si attende di veder spuntare dal nulla e all’improvviso altre duecento teste calde, e nel frattempo si esercita nel fingersi invisibile. Meglio andare. Lasciare l’atrio e liberare una stazione prigioniera dei suoi fantasmi. Che poi sono i fantasmi di un intero Paese.

lunedì 23 febbraio 2009

Il mio anno preferito di AA.VV.

Scrivere da tifosi può essere l’esercizio più banale e illeggibile possibile, con tutte quegli ardimenti da appassionato della prima ora e con tutte quelle storie da focolare domestico che spesso annoiano al primo rintocco. Ma può essere anche il miglior modo per parlare di uno sport che, spesso se non sempre, diventa qualcos’altro. In Italia le storie di scrittori tifosi che meritano sono in effetti poche: Morozzi e il suo Bologna visto con gli occhi di un’infanzia che torna di domenica (o di sabato causa anticipi) oppure Culicchia e il suo vivere il Torino con i continui rimbalzi su un vissuto cittadino e generazionale. In Inghilterra il capostipite del racconto tifoso non solo per tifosi è ovviamente Febbre a 90° di Nick Hornby e sulla scia di questo spartiacque il portabandiera Hornby ha messo insieme una serie di racconti, creando un frullato di stili e ricordi. Guanda che ha diritti italiani di Hornby ha catturato al volo questa opera e l’ha edita in Italia con il titolo “Il mio anno preferito”.
Come per tutti i libri di autori vari, l’elettrocardiogramma dell’interesse oscilla spesso e i differenti focus di contenuto oltre che la diversa competenza riguardo al calcio ha dato vita a storie molto diverse tra loro. L’idea di base è eccellente e, diciamoci la verità, l’unica veramente possibile per pensare di amalgamare con interesse tante storie di tifo: parlare delle annate che si ricordano per qualche motivo particolare di squadre non di primo livello. Pensare di appassionare un lettore mediamente competente parlando delle vittorie del Liverpool di Keegan, del Manchester di Ferguson o del Chelsea di Abramovich sarebbe un compito troppo complicato. Chi comprerebbe in Italia un libro in cui si parla col filtro del tifo per l’ennesima volta del Milan di Sacchi, della Juve di Lippi o dell’Inter di Herrera? La forza del progetto è proprio nell’aver scelto di scrivere le emozioni provate grazie a squadre come il Cambridge United, lo Swansea City o il Watford, realtà non da top ten della retorica pallonara né da storiella de noi quattro gatti in mezzo alla burrasca; la giusta via di mezzo con squadre per tifosi veraci. Anche il primo racconto di Roddy Doyle sull’avventura dell’Eire ad Italia ’90 rientra in questa categoria: l’Eire non è e non sarà mai (avesse anche il Pallone d’oro in carica tra le sue fila) una squadra glamour, per cui si tifa perché invaghiti. Si tifa Eire perché non se ne può fare a meno, una sorta di desiderio di sofferenza ed estasi che le vittorie e le sconfitte non cambiano di un niente. I capitoli migliori sono quelli di Ed Horton sull’Oxford United 1991/92, in cui l’autore ci dà una nota sulla letteratura sportiva proprio in apertura che è bene ricordare: “nella letteratura sportiva più ci si avvicina a parlare del gioco in sé, meno interessanti diventano i racconti”, il che sottolinea un po’ quello che vale anche per il cinema a sfondo sportivo: quando si fa vedere o si descrive un’azione di gioco tutto si perde in un meccanico ritornello visto già mille volte (ma la sfida continua, chi saprà mai scrivere e far vedere lo sport giocato senza appannamenti?), di Don Watson sul Leeds United “scottish” 1974/75 (annata di una squadra al vertice rispetto agli altri racconti ma vista con gli occhi del tifoso per sempre e non del vicino per coincidenze), di Chris Pierson sull’Alban City 1971/72 (un racconto da vero giornalista embedded) e di D.J. Taylor sul Norwich City 1992/93. Prove di scrittura notevole quella di Hornby sul Cambridge United 1993/94 e di perfetta analisi del tifoso medio quella di Harry Pearson sul Middelsbrough 1990/91. Anche la recensione come il libro non si può non chiudere con le parole della poesia di Eddie McCreadie che suggella in quattro versi la bellezza terribile del vero tifo:

Non sono mai stato tanto felice
e triste insieme
oggi ti voglio bene,
domani forse farà freddo.

P.S.: sono venuto a conoscenza del quasi arrivo in libreria di un libro dal titolo “Scrittori in curva” che vorrebbe ricalcare in Italia il progetto inglese de “Il mio anno preferito”. Staremo a vedere.

mercoledì 18 febbraio 2009

"Currywurst sotto la Fernsehturm". Reportage di uno sportomane da Berlino.


Per l’irrequietezza tradizionale che serpeggia nella mia famiglia e per la inusitata voglia di scappare dal San Valentino di cioccolato io e la mia trequarti (che da questo momento chiamerò “la Sara” per darmi un vezzo settentrionale) siamo salpati alla volta di Berlino, di venerdì. Chiaramente, da malato acuto di sport ho prestato la medesima attenzione al Brandeburg Tor e all’animata discussione tenuta negli studi della ZDF sulla difesa del Bochum, per cui questo può essere un reportage su cosa mi è sembrato lo sport tedesco nei miei tre giorni berlinesi (chiaramente potevo dare di più, ma la parte semplicemente turistica mi ha rubato ore fondamentali per vedere qualche gara di skeleton in più).
Venerdì sera, mentre vaghiamo in una Postadmer Platz nel bel mezzo di un -6° in cerca di uno stimolo fotografico, mi capita di intravedere Timo Hildebrand fanfarone come non mai regalare una comoda vittoria al Bayer Leverkusen. La doppietta di Helmes per i giornali del giorno dopo sancisce una doppia verità: il centravanti del futuro è questo ragazzino impertinente che giocava nel Sportfreunde Siegen e la favola dell’Hoffenheim sta per tramontare. Ma lo spazio più vasto nei giornali del sabato erano per Kathrin Hölzl, vincitrice a sorpresa della prova di gigante femminile nei campionati del mondo di sci della Val d’Isere. A dire la verità, fin da questa gara le attenzioni mediatiche erano spostate tutte verso Maria Reisch, vedette anche per presenza scenica dello sci alpino tedesco.
Il sabato è stato un giorno davvero speciale. Al di là che stare a guardare la Torre della Tv immersa nella foschia nevosa è uno spettacolo che confina con il fantasmagorico, meraviglioso è stato anche vedere già dalla mattina un fluire dolce di tifosi dell’Hertha che si dirigevano verso l’Olympiastadion colorando di azzurro e bianco i vagoni della U-Bahn. Può sembrare la cosa più melensa di questo mondo, ma vedere famiglie con genitori sessantenni e figli ventenni andare a tifare la propria squadra con un barattolo di crauti in mano è qualcosa che in Italia non ho mai visto e non solo per la difficoltà di recuperare quel cibo. La partita era davvero succulenta, Hertha-Bayern, e il Berliner Zeitung titolava “Gotterdammerung” con un visual in prima pagina sportiva che metteva faccia a faccia i due fratelli Hoeness (Dieter, dirigente dell’Hertha e Uli, direttore sportivo del Bayern). Quando la Sara si accorse che guardavo con desideroso abbandono quelle sciarpe, per abortire ogni mia illazione del tipo: “E che ne dici se nel primo pomeriggio andiamo allo stadio a vedere Hertha Berlino-Bayern Monaco? Ha vinto lì i mondiali l’Italia!”, mi ha trascinato al Pergamon Museum per buone tre ore tra Kore con la testa mozzata, battaglie furiose tra giganti scioccanti per bellezza e altezzosi dei e il blu violaceo della porta di Ishtar. Fuori mi è arrivata all’orecchio una di quelle coincidenze che ti capitano una sola volta nella vita: l’Hertha aveva vinto grazie ad un grande Voronin e un pessimo Lam ed era prima in classifica dopo un sacco di tempo. Quando uno dice il caso. Dopo aver percorso tutto l’Unter den Linden e la Karl Marx Alle (con riposino-merenda ad Alexander Platz a base di currywurst e kartoffel), noto nella tv di un bar una pubblicità che mi sembra di aver già visto. Boris Becker promuove il sito di poker online Poker Stars, ma a differenza della metafora tango-poker scelta per il mercato italiano, in Germania l’advertising si basa sull’idea che attraverso il gioco del poker si può diventare burattinai del destino altrui, ma solo fino a che qualcun altro non prende in mano il nostro. Se compresa, sembra essere più una pubblicità progresso contro il gioco d’azzardo che un filmato promozionale. Mah…
Il tour continua tutta la sera con cena finale a base di patate immerse nella panna acida e birra. Tornati all’ovile, verso l’una scopro con enorme piacere che sulla D:SF danno un programma totalmente incentrato sulla giornata di campionato (solo il giorno dopo in un notiziario so della vittoria mondiale di Maria Reisch nello speciale femminile. La fiducia in lei era quindi ben riposta). Mentre la Sara sprofonda nel sonno, io mi godo due ore di filmati delle partite (molto particolari questi highlights perché mentre i nostri iniziano sempre con la giocata decisiva del match, in Germania la prima immagine dove si riassume la partita è sempre una giocata non importante per il risultato. Ad esempio, per Bochum-Shalke 04 il servizio si è aperto con una mezza gomitata di Rafinha rifilata a Sestak in area di rigore, mentre per Werder Brema-Borussia M’Gladbach con una occasione fallita da Mesut Ozil), di commenti e di interviste (delle quali non ho capito un’acca). Alle 3.30 della mattina tiro delle somme: 1) dopo aver visto le papere di Neur, Enke e Adler, capisco che la Germania non sta messa tanto bene a portieri. 2) Dobrovski è la bandiera e il trascinatore del Bochum 3) Il portiere belga del Borussia Mönchengladbach, Logan Bailly, è il nuovo Preud’Homme 4) Dopo che è intervenuto in studio, ho capito che Diego è un uomo di poche parole con un carattere bello tosto 5) Josip Simunic, sul quale già nutrivo dubbi riguardo la sua stabilità mentale, è da oggi in poi un giocatore che amerò per sempre dopo averlo visto scartare di tacco nella sua area di rigore Klose, Donovan e Schweinsteiger. Mi addormento con questi pensieri che straripano.
La domenica mi sveglio con la calma dei morti e vai con la tv. Cambio giusto un paio di canali e mi arriva la bella notizia che ci sono i mondiali di biathlon a Pyeongchang, in Corea del Sud e la gara che si sta svolgendo è la 10 km inseguimento donne. Mi aggiusto nel letto e all’improvviso mi si apre un mondo che dura il tempo della chiamata a rapporto per la colazione. Chiaramente dopo tre secondi di telecronaca, mi domando: “Quale altro paese da uno spazio così grande al biathlon, sport che, anche se in Italia avessimo possibili medagliati in un mondiale le nostre tv e il pubblico seguirebbero con il solito interesse annoiato che concediamo allo slittino, alla ginnastica ritmica e al nuoto sincronizzato?”. Qui invece oltre alla bellezza di questo sport, mi rendo conto anche dell’importanza data ai protagonisti degli sport minori in Germania. Atlete come Magdalena Neuner, seconda al traguardo dietro la svedese Johnsson, Kati Wilhelm, quinta, e Martina Beck sono delle atlete seguite e molto considerate. La Neuner l’ho poi beccata con i suoi occhi azzurri su Vox a pubblicizzare delle barrette energetiche e al Kadewe (il più grande centro commerciale dell’Europa continentale) sulla copertina di un videogioco di biathlon per Nintendo Wii. Altro mito del biathlon femminile è Simone Hauswald, intervistata per 15 minuti buoni anche perché in questa occasione era la beniamina anche del pubblico di Pyeongchang, essendo figlia di padre tedesco e madre coreana. Sarei stato ore a vedere il biathlon, ma vengo richiamato all’ordine: Est Side Gallery con i suoi graffiti (uno era fantastico: Ernesto Guevara che indossa la maglietta con la faccia del “Che”. In un’immagine tutta la stupidaggine delle icone global-politiche che fanno moda. In un mercatino c’era anche la maglietta con la faccia di Obama vicina a quella con la faccia di Bud Spencer. Mah…), museo della DDR, foto tra Marx ed Engels, Checkpoint Charlie e il Jüdische Museum sotto il silenzio della neve, altra esperienza quasi irreale da raccontare ai nipoti (anche se dubito che staranno a sentire un vecchio rimbambito). Tornato a casa riacchiappo un programma sul calcio che parla della Zweite Liga e due immagini mi restano in testa: Rukavina che fa un goal al volo e il giovanissimo Lewis Holtby il quale dopo aver segnato va a festeggiare in tribuna con mamma e papà. Poco dopo si parla dei posticipi di Bundesliga e godo degli highlights di Borussia Dortmund-Energie Cottbus e Amburgo-Arminia Bielefield, dove Jarolim durante un’accesa discussione con un avversario gli ha preso le palle e le ha strizzate con forza assassina (sai che spasso il referto del giudice dopo la prova tv). Durante i programmi, le pubblicità vedevano protagonisti spesso personaggi dello sport e con mio sommo gaudio mi sono accorto che molti atleti di sport altri sono “utilizzati” come testimonial per i prodotti più vari: Novitzki promuove la DBA i fratelli Kilitschko degli integratori, e altri come la medaglia d’oro a Pechino nel sollevamento pesi categoria open Matthias Steiner per dei programmi sportivi in onda sulla D:SF. Questo è un altro segno del rispetto e della considerazione che i tedeschi nutrono per gli sport “minori” e per gli atleti che, mi diceva un mio amico tedesco, sono ammirati molto di più dei calciatori. La pacchia finisce verso le 21.00 e si riscende in strada per vedere il quartiere Charlottenburg, dove c’è la Gedächtniskirche che è rimasta un rudere in ricordo della spaventosa pericolosità delle guerre e per andare a mangiare in un ristorante turco nel Kreuzberg, dove di tedeschi non ne ho visto mezzo. Allettato alle 2 scopro altre due cose stuzzicanti. Prima di tutto un programma di semplice analisi tattica delle partite, dal titolo “Spieltaganalyse” e con in studio Olaf Thon (in Italia sarebbe il mio programma preferito; pensateci almeno voi, guru della tv satellitare), nel quale si parla del perché Lam ha sbagliato il movimento in diagonale su Voronin nel primo goal dell’Hertha e del come attua perfettamente la tattica del fuorigioco il Borussia Dortmund dopo l’avvento di Klopp. L’altra cosa che vengo a sapere è l’avvio di un ciclo di documentari sulla storia del calcio a partire da lunedì 23 febbraio. Questa serie è promossa con un video in cui a dominare è il Tor Tor Tor per il goal di Rahn contro l’Ungheria nel 1954, ma in seconda battuta c’è l’Urlo di Tardelli del 1982 e l’ascensione al cielo di Pelè contro di noi nel 1970 (su tre immagini cult due volte l’Italia, bella considerazione di cui sono andato fiero). Di lunedì posso dire poche cose perché incastrato nel Kadewe tutto il giorno. Ascolto la canzoncina “Numero Uno” del comico Matthia Knop, imitatore di Toni, in cui una serie di stereotipi italiani si accumulano su una musichetta dance inascoltabile (vengo a sapere poi dal Guerin Sportivo che questa canzoncina è la versione leggermente corretta di “Pasta e fagioli” di Lino Toffolo, motivetto che prendeva in giro proprio i tedeschi. E allora ben ci sta). Un giornale parla della vittoria della squadra tedesca di combinata nordica nella prova di coppa del mondo a Schonach. Hettich, Frentzel, Kircheisen ed Edelmann hanno completato la prova di salto e staffetta 4x5 chilometri precedendo la Norvegia di 19" e l'Austria di 34". Ci facciamo trasportare assonnati dalla S-Bahn verso l’aeroporto di Schönefeld e sotto una neve che si infittisce lasciamo Berlino alzando le spalle. Segno di delusione per il ritorno.

lunedì 9 febbraio 2009

"Ho sempre scritto sapendo più di uomini che di ruote lenticolari". Intervista a Gianni Mura.


Nell’agosto del 2008 la casa editrice Minimum Fax, con un’operazione editoriale oltre che culturale di grande livello, da alle stampe “La Fiamma Rossa”, raccolta dei migliori (accordiamoci su questo punto: Mura scrive tutti articoli “migliori”, vuoi per profondità di vedute, per prospettive nuove, per linguaggio armonico o per conoscenze della materia. Tutti gli articoli sono diversi e “migliori” e come ha spesso detto il curatore dell’opera Simone Barillari, farne una cernita è stata un’operazione molto difficile) articoli che Gianni Mura ha pubblicato come inviato al Tour de France per la Gazzetta dello sport prima e per La Repubblica poi. Come tanti altri, anche al sottoscritto sono bastate due pagine per sprofondare in quelle parole senza più nessuna speranza di distanza critica; quando il piacere ti cattura, addio analisi e piccole misurazioni. Arrivato poi all’ultima pagina, il mio automatico desiderio è stato cercare di parlare con chi quelle parole le aveva scritte e grazie all’addetto stampa della Minimum Fax Alessandro Grazioli e al collega di Mura alla Repubblica Luigi Bolognini sono arrivato a Gianni Mura. Quando dal telefono è uscita la sua voce di nebbia, un groppetto si è annodato in gola e sono andato con l’intervista:

Parliamo del grande amore che lei ha per il ciclismo e dei suoi tanti e diversi protagonisti. In un suo intervento ha precisato: “L’inviato deve trasmettere emozioni e non la rilettura un po’ barocca di un ordine di arrivo”. Ma, soprattutto dopo Pantani, come dare voce appassionata ad uno sport a cui è difficile credere?
Oggi è molto più difficile rendere credibile uno sport che spesso ti spiazza e ti prende in giro. Ogni volta che scrivo un pezzo lo faccio con il freno a mano tirato, soprattutto dopo la vicenda Pantani, però dall’altra parte sono ancora convinto che il ciclismo possa essere uno sport credibile e appassionante anche grazie all’operazione di bonifica che si sta portando avanti da qualche anno e che ha colpito quasi tutti i migliori di questo sport, segnale di serietà e determinazione.

Quindi la passione che la avvicina allo sport più importante della nostra tradizione è ancora viva?

Diciamo che in questo momento ho nei confronti del ciclismo un rapporto di compassionevole vicinanza. Lo sento come un parente che sta molto male e che non riesci, per affetto e ricordi, a lasciare morire senza aver lottato e aver creduto nel suo risanamento.

Lei spesso dichiara: “Ho scritto quello che ho scritto capendo più di uomini che di ruote lenticolari”. Ma nel giornalismo e nella letteratura sportiva contemporanea chi avrà ragione, chi saprà stringere rapporti con gli uomini o chi riconoscerà un rapporto guardando la catena della bicicletta?

Il saper parlare di uomini resta fondamentale. In tutti gli sport la tecnologia ha invaso metodologie di allenamento e attrezzature ma ancora oggi quando scrivo non ci do troppo peso. Preferisco capire cosa stanno vivendo in quei momenti gli uomini, quali emozioni quello sport sta dando a chi lo pratica e chi vi assiste. All’inizio fui preso in Gazzetta perché sapevo scrivere delle storie e ancora adesso va al racconto la mia preferenza assoluta.

Lei infatti fu assunto dalla Gazzetta perché insieme a Gianni Menichelli era il più bravo a scrivere i temi al liceo.

Sì, e questo mi fa riflettere molto riguardo al come era considerato il lavoro in generale e quel lavoro in particolare. Quello che vorrei evidenziare infatti non è il rischio e la stranezza di assumere un ragazzo di 19 anni che sa scrivere bene i temi e fargli fare anche tre articoli al giorno e nemmeno l’investimento folle di inviarlo al Giro d’Italia, ventenne, nel 1965, ma il fatto che oggi una cosa del genere non può assolutamente accadere. Nei giornali vige ormai un conservatorismo condito da una pelosa carità nei confronti dei giovani giornalisti. Un po’ quello che accade anche nelle grandi società di calcio come Inter e Milan: il giovane arriva presto alla prima squadra, ma prima di scalzare il veterano deve farsi un estenuante tour nelle squadre minori senza avere spesso la possibilità di ritornare al mittente e giocare. Come dice Seedorf: “per imparare ad essere da Milan bisogna giocare nel Milan”. Questo è proprio quello che mi è accaduto nei primi due anni di Gazzetta, quando ho imparato tutto quello che dovevo sapere da giornalisti eccezionali. Ma questo è accaduto proprio perché sono stato scaraventato in una redazione appena dopo il liceo. Stare lì e assorbire dai grandi mi ha fatto diventare quello che sono.

I suoi idoli ciclistici sono Ocana, che dipingeva nature morte e si è sparato in bocca, Pantani, che ha vinto 34 corse in tutta la sua carriera, Zilioli, che leggeva Kafka. Perché non Merckx, Hinault, Anquetil e gli altri mostri sacri di questo sport?

A dire la verità sia di Merckx che di Hinault sono molto amico, però è vero che ho sempre avuto una preferenza particolare con chi dimostrava una certa diversità complicata. Zilioli mi piaceva perché era una persona di estrema e dolcissima sensibilità, in mezzo a tanti che parlavano agli uomini come se si rivolgessero a cavalli, Ocana invece per me resta il prototipo dell’uomo coraggioso e dimezzato. Il padre era scappato via dalla Spagna quando lui era piccolo per allontanarsi dal franchismo rifugiandosi in Francia e Luis ha vissuto il resto della sua vita lontano dalla sua terra che lo odiava perché oppositore. Per questo si sentiva un uomo a metà e straniero ovunque, spagnolo in Francia e francese in Spagna. E proprio per sottolineare questa condizione di emarginato, al momento della morte ha lasciato scritto di farsi cremare e far disperdere le ceneri sul confine franco-spagnolo così che sarebbe stato il vento a decidere da che parte farle andare.

E dei corridori di oggi chi l’affascina di più e soprattutto chi potrebbe portare con sé questo mistero di diversità e fragilità?

Con Armstrong ho avuto un colpo di fulmine. Anche ne “La Fiamma Rossa” si nota come nei primi due anni di vittorie dello statunitense ero davvero rapito dalla storia di quest’uomo che è riuscito a sconfiggere il male e la morte e a vincere una delle gare sportive più massacranti. Quello che aveva fatto valeva più di mille discorsi di medici ed esperti e infondeva un coraggio incredibile. Dall’episodio di Simeoni e da quelle sue successive vittorie furenti e con troppe ombre mi sono sentito tradito, perché aveva perso quel senso di umanità che l’aveva contraddistinto.

Leggendo “La Fiamma Rossa” questo cambio di prospettive nei confronti di Armstrong si percepisce. Ma quanto “dolore intellettuale” costa mettere in discussione un atleta osannato per quello che è stato e quello che ha vinto fino all’anno precedente.

Non eccessivamente, perché una cosa che non riesco proprio a fare è scrivere con sentimentalismo, cosa che accade sempre più spesso oggi. Vedi il caso Englaro di questi giorni: tutti dicono la propria con gli occhi velati da un sentimentalismo falso, mentre nessuno riesce a dire parole vere considerando il sentimento degli uomini coinvolti. Io cerco e spero di scrivere ancora con sentimento ed è questo che voglio trasmettere al lettore.

Da questo punto di vista chi abbonda in sentimentalismo ed è povera di sentimento sembra essere la tv?

Infatti la mia crociata non è contro altri giornalisti della carta stampata che cercano di scrivere comunque quello che sentono e vedono, ma contro la tv che ci mostra una tappa dal primo all’ultimo minuto ma spesso non ci lascia un’emozione che ce la faccia ricordare. Inoltre la tv è stata anche la causa dell’allontanamento del giornalista sportivo dal cuore della corsa. Come è evidente anche solo leggendo le pagine della Fiamma Rossa prima il giornalista aveva una funzione fondamentale durante e dopo la corsa, invischiato nelle faccende di sport e di vita dei corridori. Da suiver (coloro che seguono il Tour) oggi siamo diventati dei precedeur, ovvero dei personaggi di semplice contorno, a distanza dalla gara e dai corridori. Oggi se non hai il telefonino del ciclista non lo potrai mai intervistare per farti dire e capire cosa sta vivendo in un determinato momento.

Cosa salverà il ciclismo dalla fine. Forse il raccontarlo ancora credendo nell’avventura che porta con sé?

Il senso di avventura per fortuna è ancora una delle molle principali che spinge la gente a seguire il ciclismo. Il Tour ad esempio resta ancora un grande circo che chiude a sera per riaprire il giorno dopo in un’altra città con il suo carico di nani, ballerine, sogni e mangiatori di fuoco. E poi a far vivere e soprattutto a far raccontare il ciclismo è quel sapore di sfida ad ostacoli, se vogliamo tenerci sul prosaico, o meglio quell’odore di Chansons de geste che colora questi nuovi cavalieri di fantasia e avventura. Chi segue oggi il ciclismo o è completamente amorale e non gli importa nulla se sono tutti drogati che rischiano la pelle, oppure sono persone che credono a quello a cui stanno assistendo pensando in buonafede che a sfidarsi sono semplicemente degli uomini con le loro armi.

Anche perché questo sport è fin troppo cambiato per non avere un pubblico nuovo che lo segue?

Il ciclismo come molti altri sport vive sui ricordi che i grandi uomini del passato hanno stampato nella nostra memoria. Basta pensare alla grazia di Thoeni contro i carrarmati che scendono adesso, oppure alla strategica forza di un pugile degli anni ’50 contro i disperati che si picchiano oggi. L’abbattimento della tecnica e della fantasia è avvenuto nel ciclismo come in tutti gli altri sport, al ciclismo però restano ancora attaccati due elementi che lo rendono più favorevolmente intellegibile dallo spettatore-lettore e lo avvicinano al popolo: la fatica e la sfida non soltanto contro gli avversari ma contro gli imprevisti, le condizioni atmosferiche e tutto quello che la strada ti può mettere davanti.
Se escludiamo il periodo olimpico, il giornalismo sportivo è totalmente calciocentrico. Non crede sia frutto di una limitatezza di vedute che ha danneggiato giornalisti e lettori?

Il ciclismo e la boxe erano gli sport del secondo dopoguerra. Il calcio dopo Superga ebbe un contraccolpo pesantissimo ed era indietro come interesse da parte dei tifosi. Con l’arrivo delle coppe europee e quindi della sfida contro lo straniero il calcio ha ripreso grande valore e ha entusiasmato soprattutto le generazioni giovani di allora. Il ciclismo si è impoverito in personaggi e storie e il calcio ha assunto il ruolo di guida. Tutto questo è avvenuto anche nella considerazione dei lettori, passati dalle gesta di ciclisti e boxeur al racconto del calcio nonché, in anni a noi più vicini, ad interessarsi delle faccende di altri sport come pallavolo e basket. Oggi però a cosa siamo arrivati? Sui giornali sportivi si legge quasi esclusivamente di calcio, senza un briciolo di approfondimento delle notizie e delle situazioni per colpa da un lato di capi servizio che vogliono storie superficiali e notiziole a getto continuo sui tre argomenti che il tifoso vuole conoscere: guadagno, ”femmina” con cui il campione si sta sollazzando e accantonamento in panchina dell’imbolsito giocatore, e dall’altro perché per raggiungere un Beckham qualsiasi si devono chiedere permessi che nemmeno se vai in Corea del Nord. Attraversati decine di addetti stampa e curatori di immagine, tutto quello che un giocatore ci dirà saranno le solite quattro parole ripetute e stanche.

Perché grandi intellettuali come Vasco Pratolini, Alfonso Gatto, Mario Soldati, Anna Maria Ortese, Dino Buzzati nel tempo si sono dedicati anche allo sport, mentre oggi i grandi giornalisti di terza pagina non parlano più delle imprese sportive?

A mancare è proprio la terza pagina e questo è un altro omicidio dei tempi nuovi. Morendo la terza pagina, sono morte anche le penne che nello stile di terza pagina potevano parlare di sport. Se ricordo il Mundial ’82, mi viene in mente Soldati per il Corriere della Sera, Brera per la Repubblica e Arpino per il Giornale, tre scrittori-inviati che hanno scritto in quell’occasione pagine memorabili della nostra letteratura sportiva. Oggi invece allo scrittore gli si chiede di fare il tifoso. Si intervista Veronesi per parlare di Juve o Cucchi per parlare di Inter, ma non si fa nessun accenno ai romanzi o alle poesie di questi intellettuali. L’obiettivo non è far scrivere un pezzo di sport con gli occhi dell’intellettuale, ma un pezzo da tifoso con la firma di un “diversamente noto”.

E questo cosa ha comportato?

Ha comportato che mentre prima chi leggeva le vicende riguardanti il proprio sport preferito emancipava la sua mentalità prettamente tifosa cercando di elevarsi verso concezioni della vita e della socialità più alte, oggi invece di far elevare il lettore verso il livello dello scrittore per capirne il ragionamento di base, deve essere lo scrittore a scendere verso il tifoso peggiorando lo stile e le storie.

Finite le domande, ci salutiamo senza straparlare.

venerdì 6 febbraio 2009

Lo sport in Tv - 3. Sportitalia


Una televisione che cerca di differenziarsi per stile è invece Sportitalia. L’impatto d’immagine cercato è: freschezza competente. Le curve di ascolto e la capacità di attirare investimenti pubblicitari dicono che il risultato è ampiamente raggiunto. Sportitalia si muove in diagonale rispetto a Rai Sport e Sky Sport. Della prima non ha gli eventi più importanti ma ne sfrutta l’intasamento del palinsesto generalista fornendo notizie e informazioni accessorie all’evento ma che fanno audience prima e dopo di questo. Di Sky Sport non può reggere la forza d’urto della sua completezza nella cronaca live, ma riesce a rimbalzare tra gli eventi sportivi con ottime dosi di commento e, grazie ad un tempismo perfetto, fagocitando gli interessi di chi vuole capirne un po’ di più. La reattività mentale della redazione si vede ad esempio nella scelta dei focus giornalistici: prima di tutto la serie B, di cui non si hanno più i diritti per le prime immagini o per la cronaca live ma di cui si ha ormai il monopolio dei contenuti grazie a Speciale serie B. In secondo luogo la NBA, con il programma fiume NBA Tv dall’una di notte in poi e la partita della notte replicata il pomeriggio successivo. Con l’NBA, Sportitalia ha realizzato il suo vero capolavoro. Anche non mandando in onda le miglior partite della stagione, diffuse da Sky Sport, ha costruito intorno a NBA Tv una presenza costante e autorevole riguardo al mondo del basket americano, innalzando molto in alto la bandiera Dan Peterson ma affiancandolo anche con una programmazione precisa, dettagliata e con poche cadute d’interesse. Quello che ha caratterizzato Sportitalia nei primi anni di esistenza sono le rubriche monotematiche sulle singole discipline, che adesso sta lentamente lasciando in disparte preferendo notiziari generalisti accompagnati da quelli che trattano solo di calcio. Credo che in questo momento sia una scelta giusta; il non settorializzare la programmazione spezzettando troppo il pubblico è in questa fase di maturità aziendale, dopo lo start up iniziale a base di grosse novità, una scelta oculata. Buona anche la scelta di cavalcare le onde che si è per primi portati in Italia: calcio olandese, calcio sudamericano a 360°, calcio portoghese, l’Europa del volley, il ciclismo preparativo ai grandi giri. Un’altro ottimo spunto di Sportitalia è scegliersi e creare voci di commento autorevoli e diverse dal già visto: Dan Peterson per il basket, Alfredo Pedullà per il calcio, Luca Tramontin (che è qualcosa più della semplice voce) per il rugby danno un plus al semplice “parliamone”. Benzi poi con il Wrestling da solo riempie mezzora. Troppi complimenti, annoto i difetti. Per me Sportitalia ha già una buona posizione nell’immaginario dello spettatore che cerca notizie e approfondimenti (soprattutto grazie a Sportitalia 24), è arrivato il momento di scendere più in profondità in due modi: ottenere almeno un grande evento mainstream da commentare in diretta (io punterei tutto sul Giro d’Italia, potendo costruire eventi paralleli nelle diverse località toccate attraverso un buon marketing operativo) e mettere in campo nuovi programmi che guardino dove né la Rai né soprattutto Sky Sport tendono. Un esempio è un programma culturale che parla di sport, alla “Sciagurato Egidio” per intenderci. Sky, chiudendo il programma e dando più spazio a programmi quali Fantascudetto Tv e altri, ha chiaramente suggerito la sua strada, Sportitalia potrebbe prenderne il testimone e fidelizzare una buona fetta di pubblico che nello sport ci vede anche altro al di là della faccenda spicciola e del divertimento puro.

giovedì 5 febbraio 2009

Lo sport in Tv - 2. Rai Sport


Rai Sport di fronte alla forza d’urto di Sky ha tirato i remi in barca ed è attraccata sui territori meno ambiti: Coppa Italia di calcio e serie inferiori, sport invernali e a volontà sport ancora più minori (dal calcio a 5 al tamburello, dall’hockey su ghiaccio alle bocce). I fari sono puntati sugli eventi planetari come Olimpiadi (fino a Pechino) e Mondiali di calcio (fino a Germania 2006) e sulle esclusive per il pubblico medio: Giro d’Italia, Tour de France e tutto il ciclismo internazionale, incontri della nazionale di calcio, formula 1 (che dà anche Sky con una copertura più tecnica) e atletica leggera. Il nuovo direttore Massimo De Luca ha cercato di dare un senso al canale tematico Rai Sport Più ma, nonostante l’NFL, ancora non ci è pienamente riuscito. Alla Rai manca il saper costruire l’appuntamento (il Super Bowl è stato pubblicizzato solo i due giorni che hanno preceduto la la gara, mentre a Sportitalia, che aveva soltanto un inviato di stanza a Tampa, ad ogni trasmissione “generalista” gli si dava la parola per 5 minuti), mancano i giornalisti riconosciuti come grandi voci di quel determinato sport (se si esclude Franco Bragagna per atletica e sci di fondo) e l’organizzazione a lungo termine (forse a causa dei continui cambiamenti al vertice dell’azienda). Oggi lo sport sulla Rai è l’ancora di salvezza del pensionato sfrattato dal divano coniugale e di chi non ne vuole sapere di Sky per lontananza culturale o disagio economico. Lo scopo dovrebbe essere a medio termine almeno quello di diventare uno spazio di riferimento per gli sport della nostra tradizione: se Sky vuole le nazionali, gliele lasci, serve di più costruire un discorso quotidiano con lo spettatore-tifoso attraverso la cronaca settimanale di sport come il basket di serie A1, il tennis di qualche grande slam e puntare forte su discipline che potrebbero creare passione popolare in futuro come il calcio femminile (la nostra Under 19 è campione d’Europa) e la pallanuoto (stiamo ricostruendo su buone basi).

mercoledì 4 febbraio 2009

Lo sport in Tv - 1. Sky Sport


Le grandi concentrazioni mediatiche che trattano lo sport in Italia sono 4: Sky Sport, Rai Sport, Sportitalia ed Eurosport. Le altre realtà cercano la nicchia dello sport singolo oppure hanno un respiro locale che gli basta e avanza. Ma come vengono identificate dal telespettatore e cosa questo sconosciuto chiede alle diverse redazioni?

Sky Sport è la tv del calciomane imperterrito, che vuole sapere tutto della propria squadra e spesso in mancanza di notizie sulla Reggina o il Catania si accontenta di quelle strabocchevoli su Adriano e Mourinho. Tutte le trasmissioni di calcio hanno sempre le notizie più aggiornate e gli editor che le curano sono quasi perfetti. Al di là del calcio, Sky dà soddisfazione agli amanti del volley e basket italiano, dell’NBA (le trasmissioni di Tranquillo-Buffa sono dei piccoli saggi sul costume americano oltre che sapienti lezioni del chiacchierare di sport) e del rugby internazionale. Poi si cerca soprattutto l’evento con Wimbledon, la Ryder Cup, fino all’anno scorso il Super Bowl e l’MLB con le guest Elio & Faso.

Si puntava molto sui club, quasi per nulla sulle nazionali. Uso l’imperfetto perché con i Mondiali di calcio del 2006 i manager di Sky Sport hanno compreso un elemento del nostro gusto sportivo nazionale abbastanza chiaro: l’appuntamento sportivo per eccellenza da mettere in agenda è prima di tutto quello che riguarda la nazionale. E questo è valido soprattutto per gli sport minori, purtroppo mal vissuti dal pubblico medio che non sente appartenenza di nessun tipo con la squadra di basket, volley, baseball, ecc, della propria città. Restano sacche di tifosi per gli sport di serie B (li chiamo così per intenderci) che si vanno sfaldando a favore del dio calcio e per colpa della tiritera delle tre squadre-nazione, Milan, Inter e Juve tifate dai giovani senza nessun aggancio territoriale. Con queste nuove prospettive Sky ha voluto fortissimamente accaparrarsi la nazionale di calcio negli eventi principali (Mondiali e Confederations Cup) e soprattutto le Olimpiadi, altro mega-evento che l’italiano medio segue per spirito di patria.

Prendere i mondiali inoltre ha segnato un salto di qualità non tanto negli abbonamenti ma nel valore relativo dato dall’italiano medio ai canali sportivi di Sky. Ad un tratto Sky Sport ha perso le caratteristiche di canale-stadio (incontrarsi per vedere su Sky la partita era la sua funzione primaria) ed è diventata canale-quotidiano (accendere Sky per sapere l’ultima su quello che ci interessa). Varare Sky Sport 24 è la chiusura del cerchio perfettamente compreso. L’obiettivo dei manager di Sky Sport è diventare canale-amico, il che vuol dire mettere in pista un palinsesto con tanti personaggi riconosciuti e stimati più per quello che sono stati che per quello che dicono e una serie di eventi mainstream da pubblicizzare a tappeto. Prevedo che nel giro di qualche anno Sky darà sui suoi canali tutte le partite di calcio dell’Italia, europei e mondiali di volley e Sei Nazioni di rugby.

lunedì 2 febbraio 2009

Alla Francia il mondiale di Pallamano

Domenica, come ultimo atto dello stupendo mondiale di pallamano giocato in Croazia, la Francia è riuscita nell’impresa di battere la squadra padrona di casa di fronte ai 15000 tifosi allibiti di Zagabria. Contro una Croazia con tutti gli effettivi rispetto ai Giochi olimpici, la squadra transalpina, vincitrice proprio a Pechino 2008, ha vinto nettamente nel gioco e nel punteggio (24-19). Il migliore dei francesi come statistiche è stato Daniel Narcisse, capace di 6 realizzazioni in altrettanti tentativi, ma la vera sorpresa della finale è stata l’ala sinistra Michael Guigou, una spina nel fianco della difesa slava. Prove di grande spessore difensivo sono state quelle di Luc Abalo e Guillame Gille, mentre il naturalizzato croato Karabatic ha di nuovo sofferto molto la sfida contro i suoi ex-connazionali (nella partita del secondo girone la Croazia vinse contri i francesi 22-19 grazie a un grande Igor Vori, in finale poco assistito e perfettamente controllato Cedric Sorhaindo). Nella Croazia pessima prova di Ivano Balic, il quale dall’infortunio olimpico in poi non ha più trovato la forma, mentre una grande prova come sempre è stata quella di Ivan Cupic, che a Pechino mancava per infortunio. La Francia ha giocato su ritmi che nessuno riesce a mantenere, non soffrendo mai la difesa fisica dei croati. I francesi bissano così dopo solo cinque mesi la straordinaria vittoria olimpica, in un Mondiale dal grande tasso atletico che ha messo in luce giocatori di grande livello. Il terzo posto lo ha ottenuto la Polonia, che scende di un gradino rispetto al 2007 ma, riconfermando un impianto di gioco molto semplice e fatto di scambi lenti e macchinosi, mette in mostra atleti di potenza eccezionale come Karol Bielecki e Tomasz Tluczynski. La Danimarca, che ha fatto fuori la Germania, nulla ha potuto, accontentandosi del quarto gradino. Delusione della competizione proprio la Germania, quinto posto finale, che nel secondo girone di qualificazione alle semifinali ha perso contro la Norvegia e la Danimarca, riuscendo a pareggiare (35-35) solo contro la Serbia. Pessimo Glandorf per tutto il torneo, soltanto Torsten Jansen ha giocato ai suoi livelli. Altra delusione la Spagna, bronzo in Cina e solo tredicesima in Croazia. Dopo le vittorie facili contro Kuwait e Cuba, tre scoppole pesanti contro Svezia, Croazia e Corea del Sud l’hanno estromessa dal secondo girone dei quarti. Ci si aspettava un Alberto Rocas sui livelli di agosto, ma lui insieme alla squadra hanno giocato una pallamano scialba e sempre fuori ritmo. Squadra invece in vera e propria caduta libera è la Russia, eliminata già nel primo girone dalla Macedonia e quindicesimo posto finale dopo la sconfitta con la Romania. Timur Dibirov da solo non è riuscito a mantenere a galla la sua squadra. Nota molto positiva invece l’Ungheria, sesto posto finale, che ha mostrato un gioco duro ma ficcante insieme a giocatori di grande fama internazionale come Laszlo Nagy e giovani interessanti come Tamas Ivancsik. Buone prove anche per Norvegia e Slovacchia, che si sono sfidate nella finale per il nono e il decimo posto (vittoria norvegese 34-27), totalmente differenti per caratteristiche di gioco: atletismo e pochi schemi continuamente ripetuti per gli slovacchi di Peter Kukucka, gioco di potenza raffinata, l’unico in un certo modo accostabile a quello francese, lo stile norvegese. Bella figura anche per la Serbia che ha avuto un grande Mladen Bojinovic in tutto il torneo. Solita e solida Svezia e più che decenti Macedonia e Corea del Sud completano la lista delle migliori. Tra le altre, straordinarie prestazioni le ha ottenute l’Egitto che ha battuto anche la Russia e la Tunisia che al primo turno ha battuto la Macedonia grazie ad una prova magistrale del portiere Maroaune Magaiez. In Italia nessuna emittente ha trasmesso la competizione, nemmeno Eurosport. Per non ammalarsi di mourinhite, viva santo streaming.