lunedì 25 maggio 2009

Intervista al Sottosegretario con delega allo sport Rocco Crimi

L’onorevole Rocco Crimi, siciliano di Galati Mamertino, è stato eletto alla Camera dei Deputati ininterrottamente dalla XII legislatura. Dal 2008 è Sottosegretario di Stato alla Presidenza del Consiglio con delega allo Sport. Due righe soltanto per introdurre l’intervista all’uomo e al politico che da un anno guida lo sport in Italia.

Onorevole Crimi, da farmacologo di professione, ha scelto fin dal suo primo giorno d’incarico di lottare contro il doping. Quali sono le sue prossime decisioni su questo argomento?

La lotta al doping è un punto fondamentale. Lo sport deve recuperare credibilità. La battaglia doping - antidoping non è solo nella misura delle punizioni per gli atleti che barano. È una battaglia di controlli e di tecnologie. Il nostro impegno è massimo. Investiremo ma abbiamo bisogno anche della collaborazione degli atleti che devono recuperare i valori di una vittoria sincera e capire che nessuna vittoria sportiva vale il rischio della vita.

Sport e malattia da molti anni vengono associati in un abbraccio di sofferenze e dolore. Cosa deve fare lo sport per non essere più “malato”?

Lo sport non è malato. Ha delle sacche di sofferenza. Atleti che competono lealmente, dirigenti rigorosi, nei bilanci e nei comportamenti, tifosi appassionati che respingono ogni forma di violenza. La ricetta perché lo sport non sia malato è semplice ed è tutta qui.


Lo sport e il calcio italiano hanno riconfermato i vertici nelle persone di Gianni Petrucci e Giancarlo Abete. Come intende coordinarsi con il loro lavoro e come crede sia migliorabile il sistema calcio?

Io non coordino, io vigilo sul Coni. È diverso. Il mondo del calcio è migliorabile se la grande passione che anima ogni tifoso viene ricondotta in termini di contributo sano alla competizione sportiva. Credo che la violenza negli stadi sia il problema dei problemi. Passare da stadi blindati alle famiglie che vanno a una partita per godersi lo spettacolo offerto da questo meraviglioso sport è la grande scommessa, non solo mia o del presidente Abete. È la scommessa che devono vincere tutti gli italiani.

Mondiali di basket, Mondiali di rugby, Europei di calcio? Quale di questi eventi crede sarà organizzato dall’Italia nel prossimo futuro?

Noi stiamo lavorando sodo per portarli tutti in Italia. Il nostro Paese offre a queste grandi manifestazioni un popolo che ha una grande tradizione sportiva insieme ad una millenaria cultura di ospitalità. Possiamo vantare città d’arte uniche al mondo, una grande cucina, itinerari di bellezza straordinaria, 3500 musei. Insomma abbiamo tutti gli strumenti per essere convincenti, attraenti. Ce la giochiamo con altri Paesi altrettanto importanti, ma è evidente che il mio sogno è un programma che nei prossimi dieci anni preveda in Italia tutte le manifestazioni più importanti del mondo.

Di cosa ha bisogno con maggiore urgenza lo sport italiano?

Lo sport italiano ha bisogno con urgenza di infrastrutture. È per questo che con lo staff di governo e con tutta la classe parlamentare stiamo lavorando al progetto di una grande legge per gli stadi. La rinascita parte dalle infrastrutture e da impianti moderni. Da quelli per le grandi competizioni a quelli dove lo sport è pratica quotidiana, dai centri delle città alle periferie.

In un periodo così difficile crede che le prossime manovre economiche del Governo taglieranno risorse importanti allo sport italiano?

Intanto questo Governo può vantare un primato perché in questo primo anno abbiamo aumentato le risorse a favore dello sport. Abbiamo fornito un contributo di 470 milioni di euro contro i 450 dello scorso anno. Mi sembra una prova di volontà che non ha bisogno di commenti.

Quali sono i libri e gli autori della letteratura e del giornalismo sportivo che consiglierebbe a tutti di leggere?

Tanti, però se devo citare un’opera dico quella di Gianni Brera. I suoi volumi, peraltro alcuni recentemente ristampati, fanno innamorare delle alchimie tattiche, dei grandi personaggi, dell’arrosto e del contorno di questo meraviglioso sport.

giovedì 21 maggio 2009

“Il male arriva all’improvviso e ti cambia la vita”. Intervista a Salvatore Sullo

Salvatore Sullo era l’idolo della curva messinese, un centrocampista di carattere, dal destro morbido e preciso. Nel mezzo di una grande stagione con il suo Messina in serie A si accorge della presenza di una strana pallina cresciuta all’altezza dell’inguine. Pensa ad una ciste e la fa asportare senza dire niente nemmeno in famiglia. Venti giorni dopo l’intervento riceve a casa gli esami istologici che gli sbattono in faccia una verità tremenda: è affetto da un linfoma B, tumore particolarmente aggressivo che colpisce il sistema linfatico. Da quel momento Sullo diventa un soldato in lotta contro il male, aiutato da un’intera città e da tutto il mondo dello sport. Dopo 8 mesi di cure, la battaglia è vinta e Sullo torna in campo nella sua Messina con la fascia da capitano al braccio.

Telefoniamo a Sullo che risponde con la sua voce perentoria e non ci nega nessun particolare della sua storia.

Salvatore, la tua storia è simile a quella di tanti altri. Raccontaci la tua, come e quando ti ha aggredito il male?

Nel periodo natalizio del campionato di serie A 2004/2005 all’inguine mi si è gonfiato un linfonodo. All’inizio non ci ho fatto caso, ma appena è diventato visibile mi sono rivolto ad un chirurgo di Messina, il Prof. Ciccolo, che ha deciso di operarmi. Io ero completamente asintomatico e tutti i controlli risultavano negativi. Dopo venti giorni dall’operazione mi è arrivato il responso dell’esame istologico: linfoma non hodgkin B diffuso a grandi cellule. Il male arriva all’improvviso e ti cambia la vita.

E a quel punto, quale è stata la tua prima reazione?

All’inizio ovviamente ero sgomento, non riuscivo nemmeno a pensarci, in fondo stavo giocando in serie A, mi sentivo in piena forma. Ho contattato subito il Prof. Astoril del Policlinico S. Matteo di Pavia dove sono stato rioperato e ho iniziato il mio percorso terapeutico.

Il tuo caso ha prodotto un’eco davvero grandissima. Messina città e la società di calcio ti sono state molto vicine e hanno diffuso in Italia la notizia affinché tutti potessero seguire il tuo percorso e darti una mano.

Oltre alla mia famiglia che mi è stata molto vicina, Messina si è dimostrata una splendida città e il Messina calcio una grande società. Non mi hanno fatto mai mancare nulla. Dai compagni di squadra allo staff tecnico, dai dirigenti a tutta la famiglia Franza, sono stati a dir poco eccezionali e mi hanno fatto sentire importante, molto più di quando giocavo. E questo per una persona che incontra la malattia è qualcosa di incredibilmente importante. Un ricordo forse ancora più gradito per me è l’affetto dei tifosi, delle persone comuni di Messina che mi hanno fatto sentire uno di loro, insignendomi anche della cittadinanza onoraria, uno dei maggiori traguardi della mia vita.

Quali sono i tuoi rapporti con l’AIL?

L’AIL fa tanto per malati e famiglie e lotta affinché si diffonda l’idea della prevenzione. Non posso che collaborare in qualsiasi iniziativa sono coinvolto e ammirare chi fa tanto per una causa così importante.

Uno degli scopi della nostra associazione riguarda l’introduzione di una legge per l’esame dei valori ematici obbligatori dai 6 ai 18 anni, occorrenti per il rilascio della certificazione medica per i praticanti sportivi agonistici e non; un tuo giudizio in merito a questa proposta e per i controlli obbligatori?

Sarebbe un passo avanti fondamentale. E non solo per le malattie gravi come leucemia, linfomi e mielomi ma anche per le malattie ematiche meno problematiche. Testare tutti i giovani che praticano sport è un successo che dobbiamo raggiungere.

Sasà Sullo cosa farà da grande?

Tra qualche giorno appenderò le scarpe al chiodo. L’8 giugno inizierò il Corso per allenatori di Coverciano e questa strada la percorrerò fino in fondo. Il calcio è parte della mia vita e ho tutta l’intenzione di rimanere nel calcio tutto il resto della mia vita. Allenare è l’obiettivo che devo e voglio prefissarmi.

Scommettiamo che Salvatore Sullo finirà presto su una panchina importate del nostro calcio?

domenica 17 maggio 2009

La partita del giorno è AEK Atene-Larissa

La partita del giorno è AEK Atene-Larissa per la prima giornata del girone greco di qualificazione alla prossima Champions League. Tra Paok, Panathinaikos, AEK Atene e Larissa, la vincente del girone va in Champions, il resto in Europa League. Allo stadio Olimpico “Spiros Louis” di Atene (ha ospitato le Olimpiadi di Atene 2004 ed è stato costruito tra il 1981 e il 1982, in tempo per i campionati di atletica leggera. Venne inaugurato dal Presidente dell’epoca Konstantinos Karamanlis, per i greci “l’Entarca”. Le tribune laterali sono un progetto di Santiago Calatrava e nel 2005 e 2006 al suo interno si sono svolte due prove speciali dell’Acropolis Rally of Greece, entrambe vinte da Sebastien Loeb con la Citroen) si sono scontrate la quarta e al quinta del campionato greco.
AEK è un acronimo che sta per Αθλητική Ένωση Κωνσταντινουπόλεως (Athlitiki Enosis Konstantinoupoleos), "Unione Sportiva di Costantinopoli". Dopo la Guerra greco-turca degli anni 1919-1922 molti greci che vivevano in Turchia scapparono in Grecia, perlopiù ad Atene e Salonicco. La Guerra greco-turca scoppiò a causa delle richieste pressanti della Repubblica di Turchia di Mustafa Kemal Atatürk, tese a riprendere il possesso dei territori dell'Anatolia e della Tracia assegnati alla Grecia con il Trattato di Sèvres del 10 agosto 1920, che sanciva la pace nella prima guerra mondiale. Questa guerra terribile per le ritorsioni successive dei greci sui turchi e dei turchi soprattutto sugli armeni è in parte narrata nel racconto di Hemingway “Il lungomare di Smirne” e fa da sfondo ai personaggi di “Middlesex” di Jeffrey Eugenides. Il 13 aprile 1924, un gruppo di rifugiati provenienti da Costantinopoli si ritrovò al negozio di articoli sportivi di Emilios e Menelaos Ionas, situato in via Veranzerou, nel centro di Atene, e fondò l'AEK. Il primo incontro calcistico, contro l'Aias Athinon, venne vinto per 2-0 dall'AEK. La popolarità della neonata squadra di calcio crebbe velocemente negli anni '20, oscurando quella di altri club fondati da immigrati greco-turchi (Panionios, Apollon Smirne). Non possedendo un campo, l'AEK giocava le sue partite in diversi impianti intorno ad Atene. Il primo presidente della società, Konstantinos Spanoudis (1871-1941), un giornalista vicino all'allora Primo Ministro greco Eleftherios Venizelos, fece una petizione al governo affinché mettesse a disposizione un terreno atto alla costruzione di un nuovo stadio. Nel 1926 venne donato al club un terreno, un tempo destinato ad ospitare rifugiati, nei pressi di Nea Filadelfia, quartiere popolare della città. I membri dell'AEK iniziarono ad utilizzare quel terreno per gli allenamenti e già nel 1930 la proprietà passò al club. Venizelos approvò presto un progetto per la costruzione di quello che sarebbe stato l'impianto casalingo dell'AEK per oltre 70 anni, lo Stadio “Nikos Goumas”. La prima gara giocata nel nuovo stadio, nel novembre 1930, fu un'amichevole contro l'Olympiakos terminata 2-2. Dopo le prime vittorie negli anni ’30, una nidiata di ottimi giocatori vestirono il giallo nero negli anni ’50: Giannis Kanakis, Andreas Stamatiadis e il portiere Stelios Serafeidis, i quali, insieme ai vecchi Poulis ed Emmanoualidis, nel 1956 portarono l'AEK alla vittoria della coppa nazionale, ottenuta battendo l'Olympiakos 2-1 in finale. Il 1957 fu l'anno del debutto di uno dei più grandi attaccanti greci dell'epoca, Kostas Nestoridis. Giunto all'AEK (proveniente dal Panionios) nel 1956, Nestoridis fu costretto a saltare tutta la stagione 1956 a causa di una disputa tra i due club, relativa al suo trasferimento. Nel 1958 e nel 1959 vinse il titolo di capocannoniere del campionato, anche se ciò non fu sufficiente per dare all'AEK alcun titolo. Affiancare a Nestoridis, la seconda punta Dimitris Papaioannou (che diventerà recordman di presenze e reti nel club) è il colpo che farà tornare alla vittoria in campionato l’AEK nella stagione 1962-1963. Noto con il diminutivo di "Mimis", Papaioannou fu l'autore delle due reti che, nella gara di spareggio contro il Panathinaikos valida per il titolo, portarono il risultato sul 3-3. L'AEK conquistò così il suo primo campionato del dopoguerra grazie alla miglior media realizzativa. Dopo altri due campionati vinti, nel 1974 Loukas Barlos prese la presidenza della società e, con l'aiuto del tecnico cecoslovacco Frantisek Fadrhonc, costruì una delle migliori squadre nella storia dell'AEK. Il "periodo d'oro" sotto la gestione Barlos vide l'arrivo di alcuni giocatori ritenuti tra i migliori ad aver vestito la maglia giallo-nera. Christos Ardizoglou, Giorgos Dedes, Giorgios Skrekis, i tedeschi Walter Wagner e Timo Zahnleiter, Dionysis Tsamis, Pantelis Nikolaou, Petros Ravousis, il serbo Dušan Bajević (grande attaccante, cresciuto nel Velez Mostar che ha un invidiabile score con la nazionale: 37 presenze e 29 goal), Takis Nikoloudis, Stefanos Theodoridis, Christos Itzoglou e Nikos Christidis, furono alcuni giocatori che contribuirono a rendere la squadra una delle migliori dell'epoca anche in campo europeo. Nella stagione 1976-1977 infatti, l’AEK raggiunse le semifinali di Coppa UEFA, prima squadra greca a riuscirvi. Dopo aver sconfitto la Dinamo Mosca, il Derby County la Stella Rossa, e il Queens Park Rangers, l'AEK dovette arrendersi in semifinale alla Juventus che vinse poi quella coppa nel catino del San Mamés, primo trofeo europeo della sua storia. A questa squadra già molto forte si aggiunse un grande goleador: Thomas Mavros, che si aggiudicò nel 1978 e nel 1979 il titolo di capocannoniere (22 e 31 reti) e diede un contributo fondamentale per il double campionato-coppa del 1978 e per la vittoria di un altro campionato nel 1979. Per vincere un altro campionato i gialloneri aspettarono dieci anni esatti. Guidato dall'ex giocatore Dušan Bajević, l'AEK poté finalmente rimettere le mani sul titolo dopo il big match all'Olimpico di Atene contro i diretti rivali dell'Olympiakos: Takis Karagiozopoulos fu l'autore della rete che risolse la partita a favore dei giallo-neri (1-0). A partire da questa vittoria, l’AEK dominò il calcio greco degli anni ’90 con tre titoli nazionali consecutivi (1991-1992, 1992-1993 e 1993-1994) e una Coppa di Grecia (1990, sconfitto in finale l'Olympiakos per 3-2). In squadra i grandi protagonisti erano: Toni Savevski, Daniel Batista, Vaios Karagiannis, Vasilis Dimitriadis, Giorgos Savvidis, Alekos Alexandris e Refik Šabanadžović. Proprio a fine decennio, al culmine dei bombardamenti NATO sulla Serbia, l'ex presidente del club Dimitris Melissanidis organizzò un'amichevole con il Partizan, a Belgrado. Come gesto di compassione e solidarietà verso il popolo serbo, i giocatori e lo staff dell'AEK rifiutarono di obbedire all'embargo NATO e si recarono a Belgrado per giocare l'incontro. La gara si chiuse sul punteggio di 1-1 e dopo soli 60 minuti di gioco, dal momento che centinaia di tifosi serbi invasero pacificamente il terreno di gioco per abbracciare i giocatori.
Il Larissa ha molto meno pedigree rispetto agli ateniesi. La società fu fondata come Athlitiki Enosi Larisas nel 1964, risultato della fusione di quattro squadre locali - Iraklis Larisas, Aris Larisas, Toxotis Larisas e Larisaikos. L'AEL 1964 è l'unica squadra con sede in "campagna" (cioè fuori da Atene, Salonicco e altre aree metropolitane) ad aver vinto l' Alpha Ethniki (ora chiamata Super League greca), nel 1988. Di giocatori celebre in quella squadra c’era soprattutto Georgis Mirsibonas, difensore che ha giocato 210 partite con il club amaranto. La vita di Mirsibonas è legata a doppio filo con quella di Leftersi Milos, centrocampista albanese e suo ex compagno di squadra. Entrambi, a distanza di un anno, nella stessa curva a 3 km da Larissa muoiono a causa di un incidente stradale.
La partita è veloce, scorretta e piena di cose come tutte le partite greche. Le marcature sono aperte dagli ospiti del Larissa con Facundo Parra, amico di Messi dai tempi dell’Argentina sub-20, raggiunti subito dal pareggio del gioiello Nichalis Pavlis. Pavlis ha due record profetici: è il più giovane giocatore dell’AEK ad aver esordito in una competizione europea (il 3 settembre 2007 contro il Siviglia in Champions) e il più giovane giocatore greco ad essersi procurato un rigore in Europa (durante la stessa partita). Il gioco del Larissa ha messo in grosse difficoltà l’AEK e con un contropiede da manuale, Sasa Ilic ha di nuovo riportato in vantaggio gli amaranto. Mezzala dal passaggio geniale del Partizan, svernò un anno al Celta Vigo senza lasciare tracce. Passato al Galatasaray nel 2005, gli fu offerto la maglia numero 10, declinando per la “sua” numero 22. Con la Serbia è stato utilizzato spesso fuori ruolo, ma un suo goal è entrato nel tabellino di Serbia&Montenegro-Costa d’Avorio, gara inutile e bella di Germania 2006. Anche stavolta, solo il tempo di riorganizzarsi, e l’AEK pareggia con Gustavo Manduca, ala sinistra leggerina che in Grecia fa buone cose. Terminato il primo tempo 2-2, come spesso succede, il secondo è all’insegna dell’attesa. Il Larissa stringe la difesa perché il pari è un buon risultato, mentre l’AEK ha paura del contropiede micidiale degli ospiti. La gara la decide un calcio di rigore visto da pochi e realizzato da Ismael Blanco.

domenica 10 maggio 2009

"I portieri del sogno" di Darwin Pastorin

Ormai l’ho capito, anzi no! Leggere un libro di Darwin Pastorin è un’esperienza d’immagini e sensazioni che pensavo di aver ormai assaporato una volta per tutte e invece al prossimo libro tutto ti ritorna sempre addosso con nuova freschezza letteraria. L’infanzia brasiliana, dispersa in una tabucchiana memoria per tutto quello che era dolce, la Torino del miracolo economico, tra gli immigrati del Sud che hanno “fatto” l’Italia con le mani e il cuore, scalfendo una barriera culturale almeno fino agli anni ’70 difficile da superare (anche se la chiusura culturale vera e propria è stata superata del tutto quando ha cambiato d’abito, incancrenendosi ancora di più, e si è rivolta verso il non italiano), il lavoro di giornalista in mezzo ai protagonisti senza l’obbligo dell’amicizia per dovere e la speranza del salto di ufficio, la non spiegabile estasi del diventare padre e del prendersi cura della vita come compito più difficile e meraviglioso che ci sia. Tutto questo Pastorin lo ha già diluito nelle sue opere precedenti: “Tempi supplementari”, racconti delle passioni di un ragazzo-uomo, Lettera a mio figlio sul calcio”, riflessione su come va questo pazzo mondo, “Avenida del Sol”, dove storia e valori di un Paese non danno vita al solito depliant turistico. L’ultima fatica letteraria di Pastorin, “I portieri del sogno” (Einaudi, 86 pag., 2009), riprende tutti i fili che fanno scia allo scrittore Pastorin per un ricamo ancora una volta nuovo e pieno di armonia. I portieri sono i soliti pazzi, tristi, diversi protagonisti di un universo di segni ormai riconosciuto. Ma partendo dal già detto, le pagine di Pastorin non buttano via i soliti stereotipi intorno ai portieri, indagando invece i momenti in cui hanno deciso di fare storia, magari subendola (Zoff e la presa sulla linea contro il Brasile nell’82, Quiroga e la sua marmelada, Rojas e la sua sceneggiata), oppure gettando un occhio verso il non conosciuto, tra le voglie culturali di Giuliano Terraneo, l’astratta presenza del Van der Sar juventino, Chilavert e la sua amicizia con Augusto Roa Bastos, autore di “Yo, el Supremo”, “il libro civile” della letteratura sudamericana. Il sogno del titolo ha tanti inconsci: quello di Pastorin che scrive per Einaudi dopo aver tanto letto e imparato, quello di Buffon che in prefazione ci dice semplicemente che quello che voleva è un sogno arrivato a segnarne la strada, quello di tutti i protagonisti dei racconti, da Gilmar e le sue sognanti ginocchia che (mai) hanno visto il Pastorin bambino, a Joao Leite, il cui sogno è far capire a tutti che Dio è più grande delle nostre pochezze, dal sogno della poesia di Saba che diventa carne, al sogno del Che, portiere per caso e sognatore di professione.

martedì 5 maggio 2009

La partita del giorno è FK Victoria Zizkov-SK Dynamo Ceské Budejovice

La partita del giorno è FK Victoria Zizkov-SK Dynamo Ceské Budejovice per il 26esimo turno della Gambrinus Liga ceca. Come molti altri campionati in giro per il mondo, il nome Gambrinus viene da un marchio, la birra Gambrinus appunto, che in Repubblica Ceca va davvero a ruba. Il terreno di gioco dove si è svolta la partita è il “FK Viktoria Stadion” di Praga, che può contenere 5600 spettatori. Il FK Victoria Zizkov è una squadra di antiche tradizioni. Fondata nel 1903 da un gruppo di studenti nella cittadina di Zizkov, che dal 1922 è un distretto della capitale. Il periodo di maggiori successi per il club si è avuto tra le due guerre mondiali, con la vittoria del campionato nel 1928 e il secondo posto nel 1929. Dal 1948 in poi è iniziato invece un periodo nerissimo, terminato soltanto nel 1993 con la risalita nel massimo campionato. Da quel momento ottime prestazioni in campionato e Coppa nazionale vinta nel 1994 e 2001, dopo le 7 vinte nel periodo d’oro. Il team riuscì ad arrivare anche ad una semifinale di Mitropa Cup nel 1928, perdendo nella terza partita di spareggio contro il grande Rapid Vienna di quel periodo allenato da Edi Bauer. L’FK Victoria Zizkov è una delle poche squadre sui cui tifosi è basato un film comico, Muzi v Offsidu del 1931, tratto da un libro di Karel Polacek, grande umorista ceco. Dopo la prima guerra mondiale, Polacek iniziò a lavorare come impiegato nella Commissione per l’importazione ed esportazione. In base alle sue esperienze dirette, scrisse il libro Kotoloc (Il Carosello) che sbertucciava l’iperburocratismo delle istituzioni ceche. Fu licenziato, ma attirò l’attenzione di Josef Capek (grande artista, pittore, poeta e inventore della parola robot) che gli offrì di collaborare alla rivista umoristica “Nebojsa”. In pochi anni divenne redattore del famoso giornale “Lidové Noviny” dove scrivevano i migliori scrittori comici del paese. Il giornale restò in vita fino all’occupazione nazista, durante la quale Polacek, ebreo, fu internato nel campo di concentramento di Terezìn per poi morire in quello di Gleiwitz. Altra informazione interessante riguarda Vlasta Burian, noto attore cecoslovacco degli anni ’20 che ha giocato come portiere nel club nella stagione 1916. Burian insieme al collega Jaroslav Marvan fecero coppia fissa in molti film fino al 1943. Dopo la guerra fu accusato di collaborazionismo dal regime comunista e gli fu negato ogni altro lavoro.
L’SK Dynamo Ceské Budejovice è la squadra di České Budějovice, famosa nel mondo per la produzione della birra che ha avuto inizio nel XIII secolo. In città ci sono state per un lungo periodo le birrerie dell’Imperatore del Sacro Romano Impero e oggi la più grande azienda produttrice della zona è la Budweiser, insieme alla Pilsener che è prodotta a Plzen. Il club è stato fondato nel 1905 ed è salito nella serie maggiore soltanto nel 2006. Hanno mosso i primi passi in squadra ottimi giocatori come Jiri Nemec, mediano che si è spolmonato anche nello Shalke 04 e in nazionale, Jaroslav Drobny, portiere affidabile, ma soprattutto Karel Poborsky, che ha aperto nel 1991 e chiuso nel 2007 la sua carriera di calciatore per diventare presidente della squadra appena terminata l’attività agonistica.
La partita era molto delicata. La squadra di casa è in acque molto tribolate, trovandosi in penultima posizione, quella ospite in undicesima posizione a 10 punti di distanza. All’inizio del match, gli ospiti sono partiti con il piglio giusto, prima sfiorando il goal con Martin Lestina e poi passando in vantaggio al 18’ con l’ala destra Petr Benat. In questa come in altre partite, l’ago della bilancia per il Ceske Budejovice è il brasiliano Hudson, tipica mezzapunta brasiliana. Subìto il goal e vedendo molto più vicino lo spettro della serie inferiore, i padroni di casa hanno buttato all’aria ogni tattica d’attesa e si sono gettati in avanti. Questo ha portato alla fine del primo tempo ad un goal molto bello di Zdenek Koukal, e all’inizio del secondo al goal del sorpasso con un esterno destro del capitano Ludek Straceny.Ultimi minuti incandescenti, con grandi interventi del portiere slovacco Peter Bartalsky e di Marian Palàt, che ricordo nel FC Luch-Energiya Vladivostok e che, come tutti gli altri che hanno giocato in quella città misteriosa, ammiro tanto.

sabato 2 maggio 2009

I calciatori guadagnano i soldi

Nell’opinione pubblica contemporanea, grazie alle frontiere continuamente abbattute dai media di massa, non ci sono più tabù. Si pensa e parla allegramente di sesso, omosessualità, malattia, dolore, morte. Niente più è celato alle orecchie del pubblico e stiamo piano piano arrivando all’idea che anche gli occhi vogliono la loro parte per cui da qui a pochi anni avremo un’emancipazione anche per quanto riguarda le immagini (negli USA ci sono programmi televisivi dove è centrale l’immagine dei morti e dove l’omosessualità non viene celata neanche nella sua parte intima. Sul web poi le immagini che “non si possono vedere” fanno click). Tra gli addetti ai lavori di tutti i campi, soprattutto per quelli che svolgono la propria professione attraverso i mass media (politici, gente dello spettacolo, imprenditori della comunicazione), resta intoccabile e inaccessibile un solo grande argomento, che nessuno sfiora nemmeno lontanamente nei tanti discorsi vacui che ci vengono imposti: il denaro. Nessuno sa e dice, nemmeno sui giornali scandalistici, quanto guadagna un politico, un attore, una presentatrice e se esce fuori qualcosa dei 740 dei vip la presa di posizione contraria è completa, compatta, monolitica. Si parla di sponsorizzazioni, di affari, di compravendite, come se quello fosse un mondo del quale all’opinione pubblica non interessa sapere di più. Se qualcuno osa dire: “Tu ci hai guadagnato!”, giustamente si ribatte, senza inalberarsi nemmeno più di tanto, che è una conseguenza professionale, con una faccia che sembra pure un dispiacere. Alcune voci di partito hanno bacchettato il cachet di Benigni a Sanremo, altre della stessa idea hanno ripreso i ribelli, sottolineando l’importanza di un premio Oscar. Altre voci differenti hanno cercato di mettere in piazza i denari del Silvio nazionale, subito zittite dai compagni a suon di “l’iniziativa privata è il motore della nostra Patria!”. Non si parla di soldi, mai, è l’unico peccato che si commette. Solo per un settore non è valida questa regola sociale creata ad hoc da qui guadagna davvero: il calcio. Quotidianamente, su tutti i giornali che scrivono di sport, ci sono almeno dieci articoli in cui si parla delle finanze di qualche addetto ai lavori. Tutti i comportamenti, anche leggermente fuori dalle regole, sono stigmatizzati per una sola ed unica ragione: “ma con tutti i soldi che guadagna si permette anche…”. I soldi sembrano girare solo nel mondo del calcio e in un periodo di crisi come questo l’oscurantismo economico per gli altri settori è ancora più pesante, mentre per i calciatori i milioni sembrano scendere dal cielo senza sapere perché. Contrariamente a tutto quello che sento in giro, ho un’idea molto simpatica: i calciatori dovranno iniziare a guadagnare di meno quando un politico spiega dove prende i soldi per la sua campagna elettorale. I finanziamenti pubblici? Ahahahahahahahhaaahahahahahahahahahahahahha