mercoledì 28 ottobre 2009

Il Bambolotto e il Pazzo - Boca-River visto da Andrea Meccia

Un pomeriggio soleggiato illumina lo Stadio “Monumental” di Buenos Aires. Il vento lieve che spira dal Río de La Plata completa la giusta cornice per il superclásico che vede scontrarsi il River Plate e il Boca Juniors. Stati d’animo diversi per i due club più importanti d’Argentina. Il River è in grave crisi (sulla panchina dei millionarios siede da poco Leo Astrada dopo l’addio de el Pipo Gorosito), ha vinto una sola gara fino ad ora ma il pubblico gli riserva un’accoglienza degna dell’importanza dell’incontro e della storia del club. Il Boca dopo un inizio stentato ha ingranato la marcia giusta. Il biglietto da visita de el equipo de la ribera sembra incoraggiante: tre vittorie consecutive, un Riquelme che cresce di partita in partita (se ne accorgerà Maradona?) e el Loco Palermo che sembra non voler mettere fine alla sua splendida carriera. Scendono per prima sul terreno di gioco el Burrito Ortega e compagni. Un paio di minuti per salutare il pubblico e promettere loro il massimo impegno. Nel frattempo gli xeneizes aspettano con ansia nel sottopassaggio. Ora tocca a loro salutare il loro pubblico. Palermo con la fascia di capitano e una mascherina protettiva sul viso guida i suoi sul terreno di gioco. Astrada schiera Ortega (170 cm), el Muñeco Gallardo (165 cm) e Buonanotte (157 cm) sulla linea d’attacco, lasciando in panchina El Gordo Fabbiani e piazzando davanti alla difesa Matías Almeyda. Anche il Boca schiera i suoi senatori el Pato Abbondanzieri, el Negro Ibarra, Battaglia, Riquelme e Palermo con il consolidato 4-3-1-2. Agli eurocentrici sono nomi che sanno di giocatori finiti che da noi hanno detto poco o non hanno più nulla da dire, ma non è proprio così. E la partita lo confermerà.

Primo tempo - Il River parte convinto, l’orgoglio è il serbatoio dove attingere motivazioni. Ortega accelera spesso in dribbling e lo stadio si alza in piedi per accompagnare le sue azioni. Al 6’ Nicolás Domingo (ottimo il servizio di Buonanotte) si trova faccia a faccia con Abbondanzieri, ma spara fuori. All’8’ Abelairas cerca di spaventare il Boca con un tiro da fuori ma la palla va alta. Il Boca risponde al 15’ con zurdazo di Rosada. Palla fuori di poco. El pocho Insúa, Riquelme e Battaglia fraseggiano bene, ma davanti a loro c’è un Almeyda in gran spolvero che recupera palloni, smistandoli con velocità e intelligenza. Il River tiene meglio il campo e al 24’ la sua superiorità potrebbe concretizzarsi. Buonanotte controlla (con un braccio?) un pallone delizioso di Ortega, il terzino sinistro Monzón è scavalcato e costretto al fallo. Con lo sguardo verso il Río de La Plata, l’Asinello sistema il pallone sul cerchio bianco. Il Papero lo guarda, allarga le ali e fa un passo avanti (rigore da ripetere), la porta sembra restringersi in un attimo e il pallone è deviato in corner. Ancora 0-0. Buonanotte è un folletto imprendibile e si guadagna una punizione. Gallardo sistema il pallone. Nell’ultimo Boca-River, dalla stessa posizione aveva battuto Abbondanzieri con una parabola perfetta. Parte il Bambolotto e le galline di Nuñez festeggiano gridando: «¡Muñeco, Muñeco, Muñeco!». River in vantaggio meritato. Siamo al 28’. Il Boca sembra non essere sceso in campo. Forse temeva il lupo ferito. El Coco Basile appare disorientato. Al 33’ Abbondanzieri ferma Abelairas andato alla conclusione da pochi passi. Los millionarios sembrano in grado di andare al raddoppio, ma non sanno approfittarne. Cominciano ad arrivare i primi cartellini (Sanchez e Villagra per il River, Rosada per il Boca). Al 45’ l’inconsistenza degli xeneizes si materializza in un tiro di Battaglia. Dopo oltre 3 minuti di recupero si va negli spogliatoi. River 1 Boca 0. Giusto così. Un Boca irriconoscibile e disordinato pensava di incontrare sulla sua strada un gol. Gol che invece il River è andato a cercare, trovandolo.

Secondo tempo - Basile inserisce il cileno Gary Medel per Ibarra. Guai fisici per el Negro. Al 1’ minuto il River rimane in 10. Villagra si becca il secondo giallo e va fuori. 4 minuti Ortega, furbo ed esperto, provoca il paraguayano Cáceres con una spinta gratuita. Il centrale del Boca si gira d’istinto toccando Ortega al petto. L’ex Samp e Parma rovina a terra toccandosi il viso. Cartellino rosso. 10 contro 10. Il Boca si schiera con una difesa a 3. Al 7’ Nicolás Osvaldo Gaitán si invola verso la porta del River. Dribbling stretto e rapido, tiro forte ma centrale. Vega para a terra. Al 9’ ci prova Insúa con un bel sinistro. Il Boca cresce, il River arretra. Gaitán sembra ispirato, Riquelme e Palermo i soliti temibili sornioni. Al 13’ Vega manda in angolo un tiro del 10 boquense (bello il fraseggio con Gaitán e Insúa). Al 15’ Gallardo esce per far spazio a Maximiliano Coronel. Astrada vuole difendere il risultato, ristabilisce la difesa a 4, ma il gol è nell’aria. Siamo al 18’ della ripresa. Gaitán serve Riquelme, tocco di tacco volante e delizioso, carezza di Palermo (primo pallone toccato) e palla in rete. 1 a 1 e abbraccio (pacificatorio?) fra i due. Il Pazzo risponde così al Bambolotto. Stessi attori, sequenze diverse dell’ultimo Boca-River. La squadra di Basile sembra poterlo vincere questo superclásico. Al 19’ fuori Insúa dentro Chavez. Al 22’ Riquelme manda alta una punizione (stessa mattonella da cui è nato il vantaggio del River) e 5 minuti dopo si becca un giallo. Quando il River sembra sparito (e in realtà è tutto arroccato a difendere il risultato), ancora un ispiratissimo Buonanotte serve un pallone d’oro a Abelairas, che immagina già i titoli dei giornali e l’urlo della folla, senza fare i conti con la sorte. Palla sul palo a Papero battuto. «¡Está bueno el clásico!» commenta dalle frequenze di Radio Continental Victor Hugo Morales, uno che di calcio e emozioni se ne intende. Al 32’ il Grasso fa rifiatare l’Asinello e dall’altra parte Monzón lascia spazio al tucumano Krupoviesa. Al ’35 ancora un giallo, questa volta tocca a Buonanotte. Il Boca ha ancora un paio di occasioni. Punizione di Riquelme parata al 37’ e Paletta non aggancia un pallone a un metro da Vega al 40’. Ancora il tempo per un giallo a Ferrari del River e l’ingresso di Mauro Díaz per un esausto e ottimo Buonanotte. Dopo 3 minuti di recupero l’arbitro Laverni fa calare il sipario sullo stadio Monumental. Emozioni, nervi (neanche troppo tesi), spettacolo sulle tribune, ottima la compagnia di Victor Hugo, tanta nostalgia per Buenos Aires. River e Boca 1-1.



Articolo di Andrea Meccia

lunedì 26 ottobre 2009

L'identità nazionale passa attraverso lo sport. Il caso Slovenia di Stefano Lusa

Riprendo da Osservatorio Balcani questo bellissimo articolo di Stefano Lusa sul sentirsi sloveno nel periodo della “patria allargata”. Il giornalista tira in ballo politica, identità e cultura. Ed una parte importante la fa anche lo sport. Buona lettura.

"Negli anni Ottanta in Slovenia la prospettiva del paese cambiò repentinamente. Fino a quel momento era stata orgogliosamente ancorata alla Jugoslavia ed ai Balcani. Lubiana del resto non aveva avuto alternative.

Per Taras Kermauner, un vecchio scrittore non organico al regime, gli sloveni per sopravvivere dal punto di vista nazionale avevano dovuto voltare le spalle all’Europa. Scegliendo la propria sovranità erano andati contro il centroeuropa e avevano guardato ad Oriente: alla Russia prima e alla Jugoslavia poi. Così si erano “deeuropeizzati”, ma avevano sfruttato la Jugoslavia per emanciparsi.

La tagliente valutazione era stata fatta nel 1985, nel corso di un incontro segreto tra intellettuali sloveni e serbi che il regime avrebbe potuto definire della “destra borghese”. Tra di essi c’era anche Dobrica Ćosić. Si trattava di uno degli esponenti più in vista dell’Accademia delle scienze serba, che aveva già iniziato la riflessione sulla “triste” sorte dei serbi in Jugoslavia.
Le aspettative di allora, le delusioni, ma anche vent'anni di cambiamenti.

In quel periodo gli sloveni, però, si stavano sempre più rapidamente allontanando dai Balcani e cercavano di aggrapparsi a qualcos’altro. Nella repubblica, oramai, gli scrittori, che si consideravano i veri e propri custodi della nazione, stavano riflettendo sulla “dolce morte” del popolo sloveno ed in generale di tutto il centroeuropa. Non era altro che la prosecuzione del dibattito scatenato da Milan Kundera con le sue teorie sulla sparizione dell’Europa di mezzo.

Le chiacchiere da salotto, però, si collocavano in un mutato contesto sociale. In Slovenia, come in tutto il resto della federazione, la crisi economica si era fatta pesantemente sentire. Gli sloveni, vista la posizione geografica della repubblica, potevano meglio di altri paragonare lo standard di vita jugoslavo a quello del “decadente” occidente. Gli scaffali vuoti dei negozi della federazione si contrapponevano a quelli pieni di ogni ben di Dio di Trieste o Klagenfurt.

Nel paese erano, poi, successe altre cose. Lubiana stava riscoprendo Jože Plečnik. L’architetto aveva ridisegnato in chiave post-moderna la capitale ed aveva lasciato la sua impronta anche su Praga. Sino a quel momento il suo lavoro era stato considerato decadente. Ora, invece, si cominciavano a tirare paragoni tra le due città, che facevano parte di un mondo che era stato comune nel periodo austro-ungarico.

Riavvicinarsi alla Mitteleuropa voleva dire anche allontanarsi dai Balcani. Gli sloveni, del resto, parevano alquanto infastiditi dall’afflusso di lavoratori provenienti dalle altre repubbliche jugoslave. Quegli immigrati erano considerate persone senza cultura e portatori di valori diversi da quelli sloveni. Parlavano un'altra lingua (il serbocroato) e si pensava non avessero per nulla intenzione di imparare lo sloveno e di adattarsi allo stile di vita della repubblica. Per certi versi erano visti come uno strumento per “jugoslavizzare” la Slovenia.

I “fratelli del sud”, come venivano chiamati sprezzantemente, però, rappresentavano una minaccia effimera. In realtà si trattava di operai scarsamente specializzati, che andavano a svolgere mansioni che gli sloveni non volevano più fare. Trovavano lavoro in qualche catena di montaggio o nell’edilizia.

L’aumento dell’uso pubblico del serbocroato fece preoccupare molto gli sloveni. La leadership politica, infatti, sin dall’inizio degli anni ottanta precisò che in Slovenia l’unica lingua ufficiale era lo sloveno e che non era ipotizzabile istituzionalizzare qualsivoglia forma di bilinguismo.

Non poche critiche, infatti, erano piovute all’indirizzo della televisione pubblica, che a volte non provvedeva a sottotitolare dichiarazioni in serbocroato. Di mira erano stati presi anche i libri di testo universitari. Alcuni volumi specialistici, infatti, non erano disponibili in sloveno e gli studenti si trovavano costretti ad usare quelli stampati a Belgrado o Zagabria.

Tutta questa attenzione per la lingua si tramutò anche in un mutato atteggiamento dei politici, sempre più messi sotto accusa per la scarsa propensione ad usare lo sloveno negli organismi federali. Forse proprio per questo, nel maggio del 1988 - nel pieno della crisi jugoslava - Janez Drnovšek, quando divenne presidente della federazione, pronunciò il suo discorso d’investitura in sloveno. Prima non era mai successo.

A livello sociale il riposizionamento della Slovenia nel centroeuropea passò anche attraverso lo sport. Già negli anni Settanta iniziò a crescere la passione per lo sci. Si trattava di una disciplina che era molto popolare in Austria ed in Svizzera. Due paesi questi spesso presi a modello dagli sloveni.

Il campione svedese Ingemar Stenmark cominciò a vincere in coppa del mondo con degli sci prodotti in una piccola località slovena. Quel fatto inorgogliva l’industria nazionale, che poteva, così, competere e addirittura vincere il confronto con i migliori produttori occidentali. Sull’onda di quei successi nacque un’agguerrita pattuglia di sciatori.

Nel 1980 Bojan Križaj vinse la sua prima gara di slalom in coppa del mondo. In Slovenia l’avvenimento venne accolto con lo stesso entusiasmo di una vittoria ai mondiali di calcio. Lo sci diventò lo sport nazionale. Durante le gare tutti cercavano di stare attaccati al televisore e sui posti di lavoro spuntavano miriadi di radioline. Gli appuntamenti di coppa del mondo, che facevano tappa in Slovenia, divennero delle vere e proprie feste nazionali, accompagnate da fisarmoniche che suonavano polchette e dall’immancabile presenza dei Kurenti (le maschere tipiche di Ptuj).

Quegli atleti inorgoglivano gli sloveni. La squadra era composta da sloveni ed in essa si parlava sloveno. Certo correvano per la Jugoslavia, ma quelle vittorie erano percepite come successi esclusivamente sloveni. Ovviamente si gioiva anche per le vittorie della nazionale jugoslava di pallacanestro e si soffriva durante le partite della bizzosa rappresentativa calcistica della federazione, ma se vinceva uno sciatore si festeggiava di più. Proprio nello sci, però, emergeva meglio il rapporto tra la “patria allargata”, ovvero la Jugoslavia e quella propriamente detta, la Slovenia.

Un rapporto questo che si ruppe con l’inasprirsi delle tensioni nazionali nella federazione e che si dissolse (anche dal punto di vista sportivo) nel giugno del 1991. Quando la Slovenia proclamò l’indipendenza erano in pieno corso a Roma gli europei di pallacanestro. La Jugoslavia era la favorita indiscussa. In quella squadra c’era anche lo sloveno Jure Zdovc. La leadership politica slovena gli chiese di abbandonare la squadra quando iniziò l’intervento armato in Slovenia e lui se ne andò. La finale si disputò tra Italia e Jugoslavia. Nel palazzetto dello sport qualcuno si azzardò ad esporre uno striscione per nulla profetico: “Jugoslavia unita, Italia campione”. Gli azzurri persero quella partita e la federazione si dissolse".
Articolo di Stefano Lusa, via Osservatorio Balcani

sabato 24 ottobre 2009

Ristampe anastatiche de Il calcio Illustrato

Due giorni fa mi arriva un gran bel messaggio sulla mia casella di posta (questo Web semantico mi fa godere). La casa editrice Edizioni Nuova Phromos di Citta di Castello mi ha inviato la proposta di comprare la ristampa anastatica di tutti i numeri de Il calcio illustrato, anno 1934.

Andando poi sul sito, mi sono accorto che ci sono le ristampe anastatiche anche del 1938 e del 1949.

Il prezzo non è eccessivo, anche se io non me lo posso permettere. Ma chi può compri senza paura.

martedì 20 ottobre 2009

"Ancora una volta soffro per il Torino". Intervista a Gianpaolo Ormezzano

Il suo ultimo libro, “Coppi & Bartali (San Paolo Edizioni)” parla delle due figure che nello sport hanno simboleggiato meglio il nostro Paese nel dopoguerra. Oggi chi può essere il simbolo dello sport italiano contemporaneo?

Sicuramente una donna, A piacere fra Idem, Pellegrini, Vezzali. Conosco la Idem e personalmente non ho dubbi: però è di nascita tedesca.


Lei ha spesso riflettuto sul linguaggio giornalistico e “da bar sport” usato per parlare di sport e di calcio in particolare. Che tipo di linguaggio usiamo oggi?

Lo stesso che usiamo per scrivere di tutto il resto: parole troppo libere, frasi spesso criptiche, poca competenza, tanta sentenza, molto interesse, niente amore.

Le tv analizzano lo sport fin nei minimi dettagli. Cosa serve per farsi leggere scrivendo di sport?

Non lo so. Certo che è dura. Se si è Hemingway, va bene anche la cronaca stretta, perché è speciale. Ma il fatto è che ormai nessuno riesce a farsi leggere: d’altronde bastano i titoli, al massimo i sommari. Esistono giornalisti sportivi italiani dei quali si possa indovinare il nome leggendo le prime righe di un suo articolo? Io dico Giani Mura, Emanuela Audisio e mi fermo lì.

Che fase del rapporto “amoroso” sta passando in questo momento con la sua squadra?


La solita fase tremenda, dolente, da tifosi del Toro. Situazione comunque che auguro a tutti perché è molto più produttiva dell’imbecillità di sentirsi qualcuno perché la tua squadra è forte e ricca, anzi è ricca e forte.

I club italiani raccattano un po’ di giovani in giro per il mondo e vecchi giocatori ormai bolliti. È l’inizio della fine o possiamo ripartire dai calciatori italiani?

Dobbiamo ripartire dai calciatori italiani. Ma chi comincia? Francamente, vedo solo un calcio che si avvita sempre più sui suoi difetti, tanto sa di essere immortale, oltre che sapere di possedere la forza di sapersi immorale.

Se il 12 luglio 2010 (magari… vorrebbe dire altra finale mondiale) Marcello Lippi lascia la panchina della Nazionale, chi sarà per lei il nuovo Commissario tecnico?

Non me ne frega niente, anche perché non sono un esperto. E me ne vanto.

Un salto nel futuro. Come immagina il calcio tra 40 anni?

Come oggi, però “migliorato” nell’essere sempre più immorale e intoccabile.

Cosa pensa di questo ciclismo in-credibile?

Che ha il doping perché ha l’antidoping. Gli sport che non hanno il doping sono quelli che non hanno un vero antidoping. Come il calcio. Fra poco il ciclismo sarà l’unica disciplina pulita in mezzo allo sterco del resto dello sport, tutto ipocrita (possibile eccezione l’atletica leggera, che sta facendo un antidoping quasi serio). Fra pochissimo il doping del sangue e quello degli ormoni saranno ridicolizzati dal doping delle cellule staminali, da quello dei trapianti e da quello della genetica. Il doping di oggi apparirà come una cosina gentile, quasi innocua.

Tra instant book, storie leggendarie piene di retorica e libri di grande valore letterario, cosa pensa della letteratura sportiva italiana?

È migliorata in quantità, sta migliorando in qualità. Considerando che noi italiani non abbiamo vera coscienza sportiva, è già miracolosa.

Lei è una delle migliori penne del nostro giornalismo. Quali sono stati suoi riferimenti giornalistici e letterari?

Le migliori penne sono, dicono, le Mont Blanc. Io sono soltanto uno che ama lo sport, gli è riconoscente di tante cose e conosce la lingua italiana per dire di ciò in maniera comprensibile. Ho letto e leggo tantissimo, giornali e libri. Ma non sono assolutamente uno scrittore vero. Sono uno che scrive.

Tre nomi: il miglior calciatore, il miglior ciclista e il migliore atleta a 360° di sempre?

Per l’Italia è troppo facile: Valentino Mazzola, Fausto Coppi e Livio Berruti. Nel mondo non saprei, magari ci sono favolosi campioni di cricket.

lunedì 19 ottobre 2009

"I terremotati" di Giovanni Iozzoli - Come funzionava l'Avellino di Don Antonio Sibilia?

Sul Manifesto e per la casa editrice "Il Manifesto" è uscito da pochissimo un gran bel libro che bisogna leggere. "I terremotati" di Giovanni Iozzoli promette benissimo dalle poche righe che ho trovato online. Lo leggerò e cercherò l'autore per parlare con lui. Per adesso non ho riferimenti, se qualcuno mi può instradare, parli.

Ecco il link dove è possibile leggere uno stralcio de "I terremotati" , dove si parla dell'U.S. Avellino e di Don Antonio Sibilia.

venerdì 16 ottobre 2009

Olimpiadi 2020: candidata Ospidaletto d'Alpinolo

Dopo le candidature di Roma, Palermo e Venezia, anche Ospidaletto d’Alpinolo si candida per l’organizzazione delle Olimpiadi estive del 2020. “Dopo un’attenta valutazione”, afferma il Sindaco alla conferenza stampa di ieri, “abbiamo capito che con solo pochi interventi strutturali possiamo ospitare le Olimpiadi”. Soddisfatto e orgoglioso, anche l’Assessore allo Sport sottolinea l’adeguatezza di Ospidaletto: “Ogni anno ospitiamo quasi 500 persone per la Sagra della pasta e ceci. Siamo un riferimento trai i paesi sulle pendici di Montevergine”. Non si sono fatte attendere le reazioni delle parti politiche. Berlusconi è possibilista, convinto che “in 40 giorni costruiremo gli impianti ad Ospidaletto”. Critica l’opposizione. “Ospidaletto è la solita candidatura politica. Scenderemo in piazza per appoggiare la candidatura di Atripalda”. Previste 200 persone. Il CIO ha favorevolmente risposto alla candidatura di Ospidaletto d’Alpinolo e attraverso il Presidente Rogge, ha affermato: “Ad Ospidaletto d’Alpinolo 2020 potrebbe essere la prima volta del tamburello!”

mercoledì 14 ottobre 2009

Sara Simeoni mondiale: 4 agosto 1978

Il record del mondo di Sara Simeoni ha significato tanto per l'atletica italiana. Dopo anni di nulla (a mente ricordo solo Ondina Valla) l'atletica femminile è finalmente una reltà.
Bellissima l'immagine dell'abbraccio con Erminio Azzaro, di Salerno, marito e allenatore della Simeoni. E prima di lui atleta, anno di grazia 1970, secondo alla Coppa Europa e alle Universiadi di Torino. Due quasi vittorie arrivate dopo il record italiano che ha cancellato Giacomo Crosa e preceduto Enzo Dal Forno.

mercoledì 7 ottobre 2009

"Lerici legge il mare" per perdersi nella Biblioteca del mare


Con mio sommo dolore perché, come quasi sempre accade troppo lontano e costoso per me, dal 18 al 20 settembre si è svolto “Lerici legge il mare”, rassegna italiana interamente dedicata alla letteratura e alla cultura del mare. Organizzata nel Golfo dei Poeti dal Comune di Lerici e e dalla locale Società Marittima di Mutuo Soccorso in collaborazione con la casa editrice Mursia e l’Autorità Portuale della Spezia, in calendario ci sono stati incontri con gli scrittori di storie di mare, convegni, mostre fotografiche, spettacoli, film, animazioni per bambini. La prima edizione di “Lerici Legge il mare” è stata dedicata dedicata a “Pirati, corsari e lupi di mare”, figure da sempre al centro della letteratura marinaresca. Dal pirata Long John Silver, ad Andrea Doria, il principe corsaro, fino ai nuovi predoni del mare, per tre giorni a Lerici le storie di ieri e di oggi hanno avuto per protagonisti pirati, corsari e lupi di mare. Il cuore della rassegna (e la vera trippa che ai lettori interessa) è stata «La Biblioteca del mare», una libreria specializzata che verrà allestita in piazza Garibaldi. In questi scaffali all’aria aperta, i nomi e i titoli fanno venire mal di testa: “L’ammiraglio del Sultano” di Ernle Bradford, “Il Manuale del Filibustiere” di Alexander Oliver Oexmeling, “Il respiro del deserto” di Marco Buticchi. Ecco perché non ci sono andato, avrei speso tutti i risparmi gelosamente custoditi dal colon del mio porcellino.

domenica 4 ottobre 2009

Una nuova legge-quadro per lo sport per tutti. Intervista a Edio Costantini

Parlare di sport in modo intelligente è un piacere sottile, una boccata di ossigeno che ci strappa dal chiacchiericcio mediatico sul nulla. Farlo con Edio Costantini, Consultore per il Pontificio consiglio per i Laici e Presidente della Fondazione “Giovanni Paolo II per lo sport” fa allargare la mente ed è un peccato non riportare la discussione per la lettura da parte di tutti.

Siamo per questo motivo onorati di riportare qui un’intervista fatta proprio ad Edio Costantini, che tocca e approfondisce temi su cui tutti noi dovremmo riflettere.


1) L'Associazione "Fioravante Polito" con cui collaboro ha fondato una delle poche Biblioteche italiane a tematica sportiva, intitolandola ad Andrea Fortunato, ci piacerebbe conoscere il suo suo pensiero su questa iniziativa.

È certamente una bella ed autorevole iniziativa. La cultura sportiva italiana è molto sommaria e superficiale. Interamente “calcio-centrica”, protesa sullo sport che fa spettacolo e business e addirittura ritiene che esso sia tutto lo sport, l’unico degno di interesse. La cultura sportiva di questo Paese viene ancora misurata con le medaglie e i record conquistati. Pertanto, creare una biblioteca dedicata esclusivamente allo sport, come avete fatto voi, è stata un’impresa culturale di grande valore. Lo sport ha ancora molto da dare all’individuo e alla società, a condizione che il modello di sport perseguito non sia solo quello professionistico, ma sia anche quello dello sport per tutti, che costruisce cittadinanza, partecipazione, educazione, formazione umana, integrazione e coesione sociale.

2) Uno degli scopi della nostra associazione riguarda l´introduzione di una legge per l´esame dei valori ematici obbligatori dai 6 ai 18 anni, occorrenti per il rilascio della certificazione medica per i praticanti sportivi agonistici e non e durante l´attività; lei ci sostiene in questa nostra battaglia, un suo giudizio?

È un’iniziativa intelligente e mi auguro che la proposta di Legge venga presa in seria considerazione dal Parlamento ed approvata. Purtroppo la visita medico sportiva viene sempre considerata una banale formalità. In realtà essa rappresenta un passo fondamentale e preventivo per chiunque abbia intenzione di iniziare un’attività sportiva, agonistica o amatoriale.

3) Che messaggio può lanciare il calcio giovanile e quale ruolo sociale può assumere all’interno della società.


Il Calcio è un’attività sportiva tra le più significative dei giovani. Esso riproduce su un piano simbolico la realtà della vita, che è impegno, sacrificio, lotta, sofferenza, ma anche gioia, speranza, soddisfazione e felicità. Milioni di ragazzi italiani sono cresciuti e sono diventati adulti e bravi cittadini praticando il calcio. Alcuni di loro sono diventati anche dei grandi campioni. Così facendo - il calcio - ha svolto in Italia una vera opera educativa che ha affiancato per diverse generazioni la famiglia, la scuola, la parrocchia nella costruzione della “comunità delle persone”. Purtroppo costa fatica proporre un calcio di qualità, capace di accogliere i “volti” di tutti i ragazzi: i bravi e i meno bravi, abili e disabili, i cosiddetti campioni e le “scamorze”. Una cosa importante è che non possiamo considerare i nostri giovani dei semplici consumatori di servizi sportivi ed offrire loro solo partite di calcio, ma dobbiamo aiutarli ed orientarli, proprio attraverso l’esperienza sportiva, a dare un senso alla loro vita e a diventare campioni, se possibile, ma innanzitutto bravi cittadini. C’è un vero bisogno di società sportive che siano anche luoghi educativi, d’incontro e di amicizia, e le cui attività sportive ed associative si offrano come autentiche esperienze di vita.

4) La Fondazione Giovanni Paolo II per lo sport, che lei presiede, si prefigge l’obiettivo di coltivare e trasmettere l’insegnamento di Giovanni Paolo II applicando il Magistero della Chiesa nell’ambito sportivo, con un’attenzione particolare verso il mondo dei giovani.


Educare e far crescere i ragazzi e i giovani praticando lo sport secondo il pensiero di Giovanni Paolo II è la vera missione della Fondazione ” Giovanni Paolo II” a questo proposito ha lasciato all’associazionismo sportivo il richiamo ad un impegno forte, ad una missione che non si può esaurire in funzione della semplice promozione dell’attività sportiva ma deve andare oltre, per contribuire a rispondere alle domande profonde che pongono le nuove generazioni circa il senso della vita, il suo orientamento e la sua meta. In questa affermazione c’è la chiave per interpretare il ruolo educativo della pratica sportiva e riscoprire il significato profondo del gioco, del movimento e dell’agonismo, come forze positive e come valori fondamentali per l’uomo, e riconoscervi la presenza di Dio e del Suo disegno per gli uomini.


5) Qual è il suo ricordo di Giovanni Paolo II. Nei vostri incontri parlavate molto di sport?


Il grande Karol è stato nostro capitano. Nei suoi ventisei anni di pontificato ha stupito ed affascinato il mondo intero. Ha saputo trasformare in entusiasmo l’indifferenza di tanti giovani. Io impazzisco letteralmente ogni volta che risento i suoi discorsi. Mi sento catturare dalla vitalità del suo linguaggio, quasi che non siano parole, ma spintoni, ustioni, che non riesco a cavarmele dal cuore, vi si annidano fino a farlo scoppiare e continuano a ripetermi: “Alzati, ascolta, mettiti in cammino”. Abbiamo tanti buoni motivi per continuare a ringraziarlo ed implorare il suo aiuto. Ci ha lasciato un’eredità grande, ricca di tanti interventi magistrali, frutto di una sollecitudine pastorale verso i più deboli, i ragazzi e i giovani. Pagine di discorsi apparentemente semplici ad una prima e veloce lettura e che invece ti catturano “il cuore” appena le scandagli in profondità. E proprio attraverso il suo amore per il Vangelo ci ha riproposto con forza il valore non negoziabile della persona umana e dell’obbligo urgente di fare la storia e di farla dalla parte dei poveri, degli sfruttati, degli oppressi. Ci ha mostrato orizzonti sconfinati. Ci ha indicato come diventare protagonisti. Ci ha costretto a rimboccarci le maniche, a sudare, a conquistare la meta, pezzo dopo pezzo.

6) “Correre sulle orme di San Paolo” è stato un grande evento sportivo, culturale e religioso organizzato dalla fondazione Giovanni Paolo II per lo sport, per promuovere i valori, le virtù e i nuovi luoghi educativi dello sport. Dopo la partenza da Gerusalemme il 23 Aprile, ci racconti in breve le sensazioni e il messaggio degli altri 34 giorni, fino all’arrivo a Roma il 27 maggio.


"Correre sulle orme di San Paolo" è stato un grande evento culturale, religioso e sportivo in grado di portare migliaia di giovani e non giovani a solcare le strade percorse da San Paolo duemila anni fa. La maratona è stata anche un pretesto per discutere di sport, di educazione e di emergenza educativa. Ogni tappa, infatti, ha ospitato un convegno sul tema “Avere a cuore il destino dei ragazzi. I nuovi luoghi educativi dello sport”, in cui sono stati promossi momenti di confronto con gli educatori, gli amministratori locali, i dirigenti sportivi, sacerdoti, insegnanti, per ascoltare le proposte di quanti hanno a cuore il futuro dei giovani. Entusiasmante è stato il nostro arrivo a Roma e l’incontro con Benedetto XVI.

7) Lei è stato nominato da Benedetto XVI Consultore per il Pontificio consiglio per i Laici. In cosa consiste il suo ruolo?


Sono grato al Papa Benedetto XVI per la nomina a Consultore del Pontificio Consiglio per i Laici. È stato un bellissimo regalo che ho accettato di cuore. Il Pontificio Consiglio per i Laici, presieduto dal card. Stanislaw Rylko, è il Dicastero della Curia Romana che coadiuva il Santo Padre nella promozione e nel coordinamento dell’apostolato nella vita cristiana dei laici. In particolare questo Dicastero cura i rapporti con le Conferenze Episcopali nel mondo e con le Chiese locali, con le associazioni ed i movimenti di tutto il mondo.


8 ) Il suo sogno nel cassetto?


Sogno una Legge quadro per lo sport. Chissà quando verrà l’occasione di mettere intorno ad un tavolo tutti i soggetti promotori dello sport italiano per arrivare alla formulazione di una legge quadro che servirà a fare funzionare meglio questo comparto della vita nazionale che muove milioni di persone e migliaia di milioni di euro di fatturato, ma cammina con le scarpe vecchie e logore di più di sessant’anni. L’Italia ha un modello sportivo molto particolare. Salvo un breve periodo in cui c’è stato un Ministero dello sport, il Governo esercita sul comparto sportivo solo una funzione di vigilanza, per lo più tramite un apposito Sottosegretariato. La funzione di governare lo sport è demandata al Comitato Olimpico Nazionale Italiano, cosa che non accade in nessun altro paese. Questa funzione, attribuita dal Parlamento al CONI nel 1947, è stata confermata dal D.L. 15/2004. Poiché non esiste una Legge-quadro sullo sport che definisca almeno in che modo la materia sportiva debba essere intesa nel suo insieme e come debba essere regolata dal CONI e dagli altri eventuali soggetti pubblici e privati, lo sport professionistico convive con lo sport per tutti, che è il più esteso e il più strutturato dell’Europa occidentale e il meno tutelato legislativamente. Infatti, in nessuna parte del mondo il finanziamento allo sport per tutti è gestito – con criteri ampiamente discrezionali – dal sistema olimpico nazionale. Ne deriva uno sbilanciamento di energie e di attenzione. Una Legge-quadro non solo guarirebbe questo potenziale “conflitto di interessi”, ma definirebbe anche come dovrebbero essere usate le “chiavi” della politica sportiva, che la riforma costituzionale del 2001 ha assegnato alle Regioni, «salvo che per la determinazione dei principi fondamentali, riservata alla legislazione dello Stato». Ormai tutto l’associazionismo dello sport per tutti ritiene che sia giunto il momento perché il legislatore si accorga, traendone le opportune conseguenze, che esiste nel Paese un modello sportivo diverso da quello olimpico tradizionale, che con questo convive ma ha bisogno di essere riconosciuto, inquadrato e sostenuto nella sua peculiarità e per la sua spiccata funzione sociale. Sulla base di queste considerazioni è bene che sia la “politica”, senza trincerarsi dietro l’alibi dell’autonomia dello sport (una favola per ingenui), a dare vita ad un movimento culturale che “rivoluzioni” la sottocultura sportiva esistente in Italia e il suo sistema sportivo. Un movimento di idee, progetti e strategie che possa coinvolgere il Governo, il CONI, con tutte le componenti del mondo sportivo, le Regioni, gli Enti Locali, la Scuola, le famiglie e tutti gli altri soggetti interessati alle dinamiche sportive per dare forma ad una Legge quadro che riduca le disuguaglianze nello sport e riscriva l’intero sistema sportivo italiano. Questa è la vera sfida e qui va provata la vera responsabilità del mondo politico e di quello sportivo.

venerdì 2 ottobre 2009

Il 2009 è l'anno del calcio nigeriano?

Quest’anno la Nigeria ha sbancato le Coppe CAF. Due le squadre in semifinale di Champions League africana (Kano Pillars e Heartland FC si sfideranno e una di loro incontrerà in finale i sudanesi dell’Al-Hilal o il TP Mazembe della Repubblica democratica del Congo. Un’altra squadra nigeriana ha già prenotato la finale, il Bayelsa United dovrà giocare l’ultima partita di Orange Confederations Cup contro gli algerini dell’E.S. Setif.


E pensare che sono dovuti passare 39 anni prima che una squadra nigeriana vincesse la Champions League africana con l’Enyimba nel 2003, quando sconfisse in finale gli egiziani dell’Ismaily vincendo 2-0 ad Aba e perdendo solo 1-0 ad Ismaïlia, per poi ripetersi l’anno successivo sconfiggendo i tunisini dell’Etoile Sahel (doppio 2-1 e vittoria ai rigori. In semifinale altro doppio pareggio e rigori per eliminare sempre una squadra tunisina: Esperance di Tunisi).

Prima dell’exploit dell’Enyimba e la grande stagione 2009, la Nigeria si affaccia alla finale della CAF per la prima volta nel 1975 con l’Enugu Rangers International, battuto dalla più forte squadra africana degli anni ’70, l’Hafia Football Club di Conakry, in Guinea, che poteva schierare calciatori storici come Papa Camara e Souleymane Cherif, mentre a difesa della porta c’era Abdoulaye Keita, detto Banks. Altre finali perse poi nel 1988 per l’Iwuanyanwu Nationale contro gli algerini dell’ES Setif e dallo Shooting Stars FC contro gli egiziani dell’Al Zamalek.


In questo frangente le squadre nigeriane hanno vinto la defunta Cup Winners Cup tre volte, nel 1975 con lo Shooting Stars di Ibadan (contro il Tonnerre of Yaounde), nel 1977 con gli Enugu Rangers (contro il Canon di Yaounde) e nel 1990 con i Lions BCC di Gboko contro i tunisini dell’ African Club.


Per quanto riguarda la CAF Cup, creata nel 1992 e cancellata nel 2004, le squadre nigeriane hanno vinto la prima edizione con le Shooting Stars contro gli ugandesi del Nakiuvbo Villa e nel 1994 con il Bendel Insurance contro gli angolani del Primeiro de Maio. A sostituire la CAF Cup è stata creata la Confederation Cup (fusione di Cup Winners Cup e CAF Cup), mai vinta da nessuna squadra nigeriana, arrivando in finale solo con il Port Harcourt sconfitto dal FAR di Rabat nel 2005.


In 90 competizioni di club africane, la Nigeria, che con la Nazionale ha vinto due Coppe d’Africa, 1 Olimpiade insieme ad una finale persa contro l’Argenitna di Messi, 2 Mondiali giovanili, ha vinto soltanto 7 trofei continentali. I motivi sono vari: troppa approssimazione nella gestione delle società, troppi giocatori che lasciano da giovanissimi i club di appartenenza per l’Europa e l’Asia, i mecenati che tengono in mano le squadre nigeriane sono troppo volubili e fanno variare l’esposizione economica a seconda degli umori senza pianificare nel medio-lungo termine. Questo però per le squadre nigeriane sembra l’annata buona. Qualcosa è cambiato laggiù?

giovedì 1 ottobre 2009

A Tahiti si cambia look. AS Manu Ura alla ricerca del tris


La Federazione tahitiana di calcio cambia volto, lanciando il nuovo logo e slogan in vista della prossima stagione. Non sembra una gran notizia ma c’è anche a chi può interessare (spero). Il nuovo logo incorpora un tatuaggio polinesiano (sbrodoleranno tutti i tatuati che mi girano intorno in continuazione) più i colori rosso e bianco che fanno parte della bandiera nazionale.


La FTF ha scelto anche un nuovo slogan: “Feel the Future”, per sottolineare l’impegno nei confronti dei giovani calciatori che stanno purtroppo mal comportandosi ai Mondiali d’Egitto (due 8-0 contro Spagna e Venezuela).


Il campionato con questo nuovo slancio è partito il 26 settembre scorso e ha visto i campioni dell’AS Manu Ura vincere contro l’AS Tamarii Faa’a per 2-0. I giornali tahitiani hanno sottolineato soprattutto la prova di Jonathan Torohia, che, dopo aver sostituito il vecchio portiere Daniel Tapeta in Nazionale, ne ha preso il posto anche nel club.