giovedì 26 novembre 2009

Giappone-Jiro Taniguchi. "In una lontana città" - 32 squadre-32 libri

Per questi Mondiali metto una fiche color fiducia sul Giappone, puntando su un loro quarto di finale. Basta che il girone eliminatorio non sia proibitivo e sono quasi certo che la squadra nipponica a Sud Africa 2010 arriverà ai quarti di finale. Perché tale convinzione? Takeshi Okada non è un allenatore-immagine, ha giocato bene nel Fukurawa Eletric (storica squadra della omonima compagnia elettrica, ha vinto due Japan Soccer League nel 1976 e nel 1985, 4 Coppe dell’Imperatore e nella stagione 1986/87 ha vinto anche l’Asia Club Championship. Nel girone finale ha superato gli iracheni del Al-Talaba, i cinesi del Liaoning F.C. e i sauditi dell’Al-Hilal, battendoli in casa a Riyadh per 3-4) e ha allenato ancora meglio Consadole Sapporo, portandoli in J League 1 e gli Yokohama F. Marinos vincendo due volte la J League nel 2003 e nel 2004. Alle dipendenze di Okada ottimi giocatori di provata esperienza: Yuji Nakazawa, core de Giappone in difesa e pupillo di Okada, Yuichi Komano a centrocampo, Nakamura a mettere classe, Daisuke Matsui per i contropiede e Keiji Tamada per gli sfondamenti. Accanto a questa cricca di bucanieri, giovani che i giornalisti dicono già cazzuti: Yuto Nagatomo che non gioca sempre con l’F.C . Tokyo, Atsuto Uchida, speranza occhi a mandorla per la difesa, Keisuke Honda a centrocampo per sveltire manovra e pensieri e Shinji Okazaki di punta, che ad oggi ha segnato a valanga in Nazionale e su cui Okada punta molto per ingannare le lente difese avversarie.

Se questa è la squadra e mi piace un sacco, è giusto collegarla ad uno dei più bei libri che abbia mai letto, “In una lontana città” di Jiro Taniguchi. Graphic Novel da togliere il fiato per spunto narrativo (un adulto torna figlio nella città della sua adolescenza), tratto (morbido e pulito come i migliori manga), resa psicologica dei personaggi (Hiroshi è adulto e bambino insieme, e Taniguchi vela il gioco senza mostrarci come fa a rendere la doppia identità) e finale della storia (nel primo passato, il padre di Hiroshi va via da casa alla fine di quella estate. Hiroshi soffre anche lui per la cattiva banalità del quotidiano che spinge il padre a scappare. La fuga all’indietro di Hiroshi lo mette nei panni del padre e gli fa aprire gli occhi: tutti i giorni sono da vivere per quello che danno, la noia del vivere può essere anche compresa e gustata, se gli affetti restano tali e le luci di un’esistenza, magari poche, rendono felici anche solo per un attimo).

Ma una tavola, fra le altre, è da rileggere e rivedere fino a stancarsi. Di questo strano Hiroshi prende una cotta una ragazzina meravigliosamente disegnata, che supera la timidezza dei suoi anni per dirglielo. La resa di quel tenero sentimento è tutta negli occhi, grandi e lucidi. Dall’altra parte un adulto non può che sottrarsi alla bellezza di questo fremito d’amore. Quando accade, un disegno riesce a creare l’atmosfera di dolore adolescenziale più vera e toccante che abbia mai visto, incluse persone in carne ed ossa ovviamente. Alla fine di quella pagina, non puoi non chiederti come un signore di 51 anni possa esprimere con quella profondità i sentimenti di una quattordicenne. Per me è genio più che cuore.

martedì 24 novembre 2009

La nuova guerra del football. Egitto-Algeria è finita?

Di guerre del football tutti ricordano quella che Kapuscinski ha descritto nel suo bellissimo reportage. Tra Egitto e Algeria è ridiscesa in campo quella terribile definizione e insopportabile propsettiva. Tra i tanti articoli letti, rimando a quello scritto da Simone Ricci per Periodico Italiano. C'è molta cronaca e poche supposizioni, per questo lo propongo.

giovedì 19 novembre 2009

Felice di avervi fatto ricredere. Intervista ad Alex Zanardi

Alex Zanardi. Per fortuna a volte basta il nome per aprire nella mente di chi legge o ascolta un vero e proprio mondo. Zanardi è troppe cose per fare il cappello ad un’intervista. Per non scrivere righe inutili, che hanno il solo compito di ripetere quello che tutti sanno, io direi che Zanardi è vita che corre, e non è facile stargli dietro.

Signor Zanardi, questo blog cerca “disperatamente” di parlare di libri e sport. Uso quell’avverbio perché è difficile far credere due cose: la letteratura sportiva è un genere che sforna spesso libri di grande livello culturale e gli sportivi leggono (davvero?). Lei come è messo?

Io leggo molto, anche se preferisco libri non impegnativi. Il libro deve essere avvincente per farmi entrare nel mondo che descrive, deve essere il libro a catturarmi, non la mia cultura a permettermi di decifrare un testo che è troppo complesso e che ha bisogno di troppo impegno per essere compreso.

E poi molti sportivi scrivono (anche questo è difficile farlo credere). Anche lei ha scritto un pezzo della sua storia.

La biografia è uscita nel 2003, per cui sarebbe giusto fare un aggiornamento, però mi sembra di voler raccontare a tutti i costi me stesso, quando la gente sa già tutto e può anche non interessare più di tanto. Il libro è stato scritto nel 2003 e mi rappresenta tantissimo, l’ho scritto con il cuore e mi piacerebbe scrivere magari un romanzo che abbia a che fare con le corse.

In un team di Formula 1, le piacerebbe lavorare?

Al momento non vedo nessuna posizione che potrei occupare con entusiasmo.

Fra quelli incontrati in carriera, qual è stato l’avversario più forte?

Ho avuto la possibilità di misurarmi con grandi piloti come Senna, Piquet, Mansell, ma quello con cui mi sono scontrato sin dai go kart e poi in Formula 3 e Formula 1 è stato Shumacher, che apprezzo come avversario perché è dotato di un talento più unico che raro.

Qual è stata la gara o la vittoria che ricorda con più piacere?

Per mia fortuna sono tante, ma ricordo ancora con affetto la mia esperienza triennale in America. La vittoria che mi ha esaltato di più è stata quella a Lon Bridge, nel 1998, quando ero addirittura doppiato e riuscii a vincere grazie a dei sorpassi mozzafiato. Ancora oggi i tifosi mi ricordano per quella vittoria.

Sicurezza sui circuiti: quali sono, a suo giudizio, gli interventi più necessari e più urgenti?

Le piste seconde me oggi sono abbastanza a posto, bisogna dare priorità alle auto, le forme di sicurezza passiva in caso di incidente.


Lei ha sempre detto che si ritiene un uomo fortunato dopo l’incidente. Ci può approfondire il concetto?

È vero, quando dico che sono un uomo molto fortunato la gente si stupisce. Quando faccio determinate affermazioni, nel mio caso pensano al dramma, alla tragedia, agli episodi gravi che possono toccare ognuno di noi. La mia ripresa è stata notevole, ma tutto sommato normale per uomo che nella vita si è dovuto attrezzare per affrontare le avversità. Io avevo tutte le risorse per farlo, anche economiche, non mi voglio nascondere dietro a un dito, non è stata tutto forza della volontà. A 34 anni ho una bella moglie al mio fianco, un figlio, una famiglia già formata, una tranquillità economica, senza dovermi preoccupare di come sbarcare il lunario e oggi che sono riuscito a riconquistarmi la mia indipendenza, più che disabilità la chiamerei nuovo tipo di abilità. E poi questa condizione mi ha fatto scoprire anche nuovi passatempi, aperto nuove prospettive.

Qual è stata la molla che l’ha spinta a tornare a correre?

Non serviva nessuna molla, ma quello che mi ha spinto a tornare al volante e stata la possibilità di poterlo fare. Una casa automobilistica come la Bmw si è messa a disposizione per questa mia sfida. Chiaramente con me la BMW ha avuto un’esposizione mediatica importante, ma devo solo ringraziarli perché sono stati loro a pensare insieme a me che un uomo senza gambe potesse guidare, partecipare ai campionati, scontrarsi con piloti professionisti e arrivare addirittura a vincere. Ad alcuni, anzi a molti, questo era utopia. Felice di averli fatti ricredere.

mercoledì 18 novembre 2009

Quattro video per quattro goaleador per le quattro nazionali che vorrei passassero il turno in Europa.

NIAL QUINN



OLEG BLOKHIN



EGOR TITOV



MEHO KODRO & ELVIR BOLIC

martedì 17 novembre 2009

Il rovescio di Edberg

Il punto è strano, sicuramente memorabile per chi lo ha visto e raccontabile per chi lo pesca su YouTube. Ma andiamo oltre, più del corri corri generale e dei recuperi con la corda al collo, vogliamo parlare o no dell'eleganza del rovescio di Edberg? Un colpo che non fa rumore e una dinamica del gesto che fa venire in mente la danza classica. Unico e forse irripetibile.


lunedì 16 novembre 2009

Provaci ancora, Bahrein

Ma qualcuno vuole insegnare ai difensori del Bahrein a difendere sui calci d'angolo?



mercoledì 11 novembre 2009

BDR-DDR due anni prima

Da qualche giorno, la DDR è una notizia. Ne abbiamo sentite di cotte e di crude e anche di sport, soprattutto per quel giorno ad Amburgo quando Sparwasser toccò liftato superando Maier.
Questo è l’immagine che resta dello scontro BDR-DDR, ma due anni prima c’era stato dell’altro.

8 settembre 1972, secondo girone del calcio olimpico, Olympiastadion di Monaco di Baviera, Ovest-Est per la prima grande sfida.

La Germania Federale ha l’obiettivo unico di vincere (in quel girone: pareggio contro il Messico del capello ribelle Leonardo Cuellar, icona del trasandatismo selvaggio ad Argentina ’78. E fu proprio Cuellar a pareggiare il vantaggio di Hitzfeld; sconfitta netta contro un’Ungheria che immagina grandi anni ’70 e invece avvierà il declino. Il centravanti Ede Dunai e Lajos Ku, centrocampista nato nel Videoton e arrivato anche al Club Brugge, fanno doppietta, mentre per gli occidentali segna di nuovo Ottmar “l’imbronciato”).

La Germania Democratica invece può giocare anche per il pareggio. Anche per lei Ungheria insuperabile. 2-0, l’altro Dunai, Antal, oro all’Olimpiade precedente e bandierone dell’Újpesti Dózsa (362 partite per 202 goal, mica trippa), e Kalman Toth, che ricordavo essere stato un poeta nel XIX secolo. Con il Messico invece poche storie: 7-0 con triplo Sparwasser, Ganzera, Hafner e Joachim Streich, centravanti dal grande fiuto che ha riempito i tabellini dell’Hansa Rostock e dal 1975 del Magdeburgo che tremare il mondo fa.

Della partita voglio dire poco, essendoci le immagini che, da quegli anni ’70, ci arrivano stupende. Il primo goal è di Pommerenke, perno di quel grande Magdeburgo ma cresciuto nell’Aufbau-Traktor Wegeleben, il pareggio è una sforbiciata di Uli Hoeness, che quattro anni dopo ci sarà e le prenderà di nuovo, vantaggio DDR Di Streich, solito falco, 2-2 con quella crapa di Hitzfeld calda come un forno in quei giorni e vittoria finale DDR con goal di Eberhard Vogel, leggenda del calcio tedesco orientale in quanto calciatore che ha il maggior numero di presenze in DDR-Oberliga, prima con il Karl-Marx-Stadt (squadra di un’altra epoca che nel 1990 mise paura alla Juve nei quarti di Coppa UEFA) e poi nell’altro squadrone degli anni ’70, il Carl Zeiss Jena, protagonista in casa e in Europa con capitani coraggiosi come Lothar Kurbjuweit a fare da guida).

Ho detto fin troppo, le immagini sono quel che sono e il ghiaccio che scende al terzo goal è terrificante.


venerdì 6 novembre 2009

Azzurro Tenebra di Giovanni Arpino. Il miglior romanzo calcistico della letteratura sportiva italiana?

Finalmente l’ho fatto! Era ora, lo so, me lo diceva perfino mia madre che era colpa mia, solo colpa mia. E io là a dare la colpa alla miopia editoriale, al tempo, perfino al vecchio stile italiano che ormai sta tramontando. Finalmente ci sono riuscito, ho letto “Azzurro tenebra” di Giovanni Arpino. Ringrazio pubblicamente la Graphot che ha ripubblicato dopo anni il romanzo di Arpino sotto la sigla Spoon River nella collana Storia & storie. Tutti quelli che aprono il libro di Arpino, lo fanno con una precondizione chiara: sto per leggere il miglior romanzo della letteratura sportiva italiana? Anch’io l’ho fatto e qui vi espongo i punti del perché sì, perché no.

Il titolo è da applausi, sintetica armonia di sensazioni. Eccezionale.

Il testo è arpiniano nel profondo, ragnatela di sviluppi verbali che corrono e percorrono sentieri che si aprono al lettore.

Il ritmo è talmente musicale che si può essere trascinati dal sound scordando che ci sono i sensi.
I personaggi principali del romanzo vivono nel batti e ribatti di dialoghi irreali e di morbida fantasia lessicale. Ma pur dicendo parole impossibili, i vari Giacinto, Bibì, Vecio si mostrano in profondità, tirando fuori un animo che è confermato dalla storia e dalle altrui testimonianze. Saper scrivere degli uomini in quel modo è unico e per fortuna su carta.

Paesaggi e persone palpitano di concreto, oggi pochi scrivono dell’acqua senza parlare di molecole. Per loro è tutto lì lo spirito positivista, mentre Arpino ce ne dice quattro scrivendo di realtà con l’immaginazione.

Non capisco perché tutto è centrato sui 4 amici al bar. Guardare anche agli altri, scoprendoli, avrebbe dato di più al testo e alla storia. Golden, Bomber, Spina, lo Zio restano macchie di sfondo, burattini di una storia di uomini, figure che non ci rispondono a nessuna nostra domanda sul perché è successo.

L’autore extradiegetico affoga le emozioni dell’autore intradiegetico e Arp diventa un grillo parlante ex post che spesso non scopre le carte, ma fa il fenomeno a botta fredda.

Un non so sono le prospettive della storia. L’autore che sa già tutto, conosce anche le rotte successive di ognuno.

A questo punto la domanda è: scrivere solo di quel presente passato oppure di un presente già futuro? Se l’autore vive avanti, credo che sarebbe stato giusto pensare ai diversi uomini in ballo in prospettiva, magari scavando un po’ in più nelle psicologie del dopo.


Risultato finale: un romanzo da leggere anche senza conoscere i fatti. Lo stile merita applausi e il ritmo regge qualsiasi confronto. Un grande romanzo ma non è l’apoteosi non superabile. Ne aspettiamo altri, tanti altri.

mercoledì 4 novembre 2009

Corea del Sud-Park Kun Woong. Il ponte di Nogunri. "32 squadre-32 libri"

Da oggi, di mia sponte e con sommo piacere, apro una rubrichetta letterario-pallonara: "32 squadre – 32 libri", per ogni squadra qualificata ai Mondiali di calcio del Sudafrica cercherò di leggere un libro di uno scrittore di quel paese e recensirlo. Chiaro no? L’avventura sembra ardua (devo farlo in pullman durante l’andata e il ritorno, lottando con il sonno e le lucette fulminate). Speriamo bene.
Per adesso un libro è andato e tange la Corea del Sud. La squadra si è qualificata agevolmente nel suo girone asiatico, lottando contro i cugini del Nord che ce l’hanno comunque fatta dopo il 1966. I calciatori migliori della squadra restano il diavolo rosso rosso (Manchester-Corea del Sud vale doppio) Park Ji Sung (lo ricordo in maglia bianca e manicotti viola della squadra giapponese Kyoto Sanga, squadra che nella storia ha visto esibirsi anche l’ex cesenate Paulo Silas) e il terzino geometra (per lo stile pulito) Lee Young-Pyo (anch’esso ricordato nell’Anyang LG Cheetahs che ha vinto la K-League nel 2000 e ha visto due giocatori dalla storia strana: Grafite, brocco prima e orco adesso in Bundesliga, e Tuta, stella ad inizio carriera e, dopo che compagni e avversari lo malmenano per un suo goal dopo Venezia-Bari, in fase calante). I prospetti che il Mondiale metterà in mostra dovrebbero essere Kang Min-Soo in difesa, classe 1986 e ottimo centrale difensivo del Jeju United, Ki Sung-Yong a centrocampo, ventenne terribile dell’FC Seoul. Insieme a Lee Chung-Yong, adesso al Bolton, i due sono conosciuti come i "Ssang Yong“, traducibile con un fantasioso Double Dragon. Terzo possibile astro è l’attaccante del Jubilo Iwata Lee Keun-ho, che ha segnato il raddoppio a Riyadh nella partita di qualificazione con tro l’Arabia Saudita che ha chiarito le intenzioni sudcoreane.
Di prospetto in prospetto è il viaggetto da questi giovani calciatori ad un grande disegnatore, Park Kun Woong, di cui ho letto la graphic novel “Il Ponte di No Gun Ri”, pubblicata in Italia dalla Coconino Press. Nato a Seul nel 1972, Park Kun Woong si è diplomato presso la Facoltà di Belle Arti alla Hong-ik University. Durante il periodo universitario è attivista politico. Nel 2002 per i 4 volumi della serie FLOWER riceve dal Ministero della cultura il premio New Artist al Korean Comic Aword. Nel 2003 disegna “The souls” e successivamente “Atasalam Alaiku” (“pace a te” in islamico), storia sulla guerra in Iraq, pubblicata su internet a puntate. Dal 2004al 2006 realizza la storia a fumetti NO GUN RI. Park è stato fatto conoscere e pubblicare in Europa grazie a Igort.
Il libro è davvero eccezionale per intensità e fatti. Racconta lo sterminio di 400 persone avvenuto in Corea del Sud tra il 26 e il 28 luglio 1950 sotto il ponte ferroviario di Nogunri. La strage è stata compiuta dalle forze americane in ritirata dalla Corea del Nord, che scoprirono e ammazzarono senza alcuna pietà i rifugiati che cercavano riparo sotto il ponte. Grazie alle amicizie con il governo locale, il fatto venne fatto passare sotto silenzio e non se ne seppe nulla, fino a quando non venne pubblicato un libro scritto da Chun Eon-Yong che vinse il premio Pulitzer nel 2000 ed è co-autore della graphic novel.
È un libro di una forza e di un dolore impareggiabile. Inchiostro e parole scivolano come lacrime impiastrate di catrame e si fermano nella mente come chiodi conficcati e velenosi. La memoria di un popolo in sofferenza è il tema principale del racconto, il disegno di Park Kun Woong la esprime in tutta la sua forza d’urto per il lettore, con tutto il peso dell’angoscia della morte ignobile e vile. In pochi prodotti artistici ho visto il senso di comunità espresso in questa graphic novel. Quasi sempre emerge una personalità, un carattere fra gli altri. Credo che sia una scelta narrativa prettamente occidentale. Abbiamo bisogno di un perno intorno a cui riflettere le sensazioni dello spettatore-lettore e riverberarle in tutto il testo. In Oriente ci sono molte opere in cui lo spirito di una comunità si esprime senza un centro focale su cui strutturare la storia e sviluppare i significati che si vuole dare alla narrazione. La storia di Park Kun Woong non è un semplicistico patchwork di storielle di paese, è il momento di vita di un gruppo compatto che pensa e agisce in base ad alcuni valori di base.
Dipinto originariamente a pennello su carta di riso, è un libro che fa piangere prima che pensare. Non è un male, perché dalle emozioni può nascere l’unico pensiero vero e non filtrato dal dubbio e dall’interesse.

lunedì 2 novembre 2009

Libri e libertà in Corea del Nord. Marco Ansaldo da leggere.

La Corea del Nord sarà l'ultima squadra di calcio ad arrivare ad un Mondiale con quell'ombra di mistero che ricopriva le squadre dell'Est europeo fino a 25 anni fa. La cosa mi affascina e ingoio tutto quello che riguarda quel povero paese. Uno degli articoli migliori scritti negli ultimi tempi sulla Corea del Nord è di Marco Ansaldo di Repubblica che tocca temi cari a chi legge questi post, libertà e libri.

Non dare troppo peso alle mie parole e vai a leggere l'articolo.