venerdì 29 gennaio 2010

II Premio Andrea Fortunato e il grande Mura

Sono qui a giustificare la mia assenza di qualche giorno dal blog. Ho organizzato, da addetto stampa dell'Associazione "Fioravante Polito" e della Biblioteca e Museo del calcio "Andrea Fortunato", il II Premio Andrea Fortunato.

In sisntesi, bella giornata a bordo di MSC Fantasia e molte belle persone che hanno deciso di fare qualcosa per la salute di chi inizia a fare sport.

Questi i premiati di questa seconda edizione:

Claudio Ranieri
Pierluigi Collina
Edio Costantini
Card. Tarcisio Bertone
Francesco Moriero
Bepi Pillon
Prof. Sante Tura
Fabrizio Ravanelli
Gianni Mura

Il grande Mura è buon ultimo perché, rimandandovi al sito dell'Associazione, http://www.asfioravantepolito.it/ per ulteriori informazioni, durante la sua premiazione ha detto: "Meglio un giorn di Pillon che un anno di Mourinho". A voi le riflessioni.

martedì 26 gennaio 2010

Sotto effetto de "Il maledetto United"

Sono sotto effetto de Il Maledetto United, libro di cui parlerò e di cui sto godendo.

venerdì 22 gennaio 2010

Le riflessioni di Benarrivo. Vignetta Letteratura sportiva

Odio la parcellizzazione dei compiti! Sono nato terzino e mi trovo esterno basso della catena di sinistra. Non lo trovate sminuente?
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mercoledì 20 gennaio 2010

Serbia "La vita è un pallone rotondo" di Vladimir Dimitrijevic - 32 squadre-32 libri

Una delle domande più complicate a cui rispondere (paragonabile solo a qualche problema trigonometrico), sulla quale si sono spente le migliori menti della nostra generazione, è: cosa farà la Jugoslavia prima e la Serbia oggi al Mondiale? Per talento e conoscenza del calcio sarebbe sempre da semifinale, per quella voglia mai assopita di curare il proprio orto di follia, un paio di bastonate nel primo girone non gliele toglie nessuno.
Quest’anno in porta c’è un portiere affidabile e, in giornata sì, straordinario. Carriera iniziata con i bosniaci del Leotar di Trebinje, Vladimir Stojković, oggi è in viaggio tra lo Sporting Lisbona e il resto d’Europa, sprecando non poco la sua esplosività. La difesa può essere impermeabile e svagata, a seconda delle voglie. Al centro si piazzano tre dei migliori centrali in circolazione: Vidic, Ivanovic, Subotic. Sulle fasce ci vanno Lukovic dell’Udinese e Kolarov della Lazio. Tutto dipende dalla difesa a 5 o a 4, che ridefinisce anche i componenti del centrocampo. Stankovic è l’anima e non si tocca. Spesso a fare legna, a quel porcellino d’India di Radomir Antic piace Gojko Kačar più dell’ex Fiorentina Kuzmanovic. Al di là dei centrali, il salto di qualità è nelle mani di tre giocatori che possono sbilanciare il tutto: Nenad Milijaš, insider di professione, capace di sdoppiarsi ed essere presente come pochi. Alla Stella Rossa dominava, al Wolverhampton non sempre è presente a se stesso ed è un vero peccato. Zoran Tošić, che da enfant du pays a Zrenjanin è arrivato al grande Partizan, per poi sedurre Ferguson e il Manchester United. Infine Miloš Krasić, un potenziale campione che fino ad oggi ha fatto vedere meno di quello che vale. Corsa e tecnica su una fascia sinistra che domina nelle giornate di vena. Troppi anni al CSKA Mosca prima di diventare visibile per i grandi club europei. Il reparto più enigmatico è l’attacco: il Koller in gonnella Zigic prometteva più del suo andirivieni Valencia-Santander, Marko Pantelić, principe di Berlino con l’Hertha grazie alla sua astuzia flemmatica, Milan Jovanović, scoppiato all’improvviso allo Standard Liegi dopo anni a non far nulla con lo Shaktar in Ucraina e il Lokomotiv Mosca. Se due di questi tre trovano il periodo giusto di forma, vuoi vedere che la Serbia arriva almeno ai quarti?

Non sono un grande esperto di letteratura balcanica, ma se dovessi immaginarmi uno stile tipico di quei posti, che si ripercuote in altri ambiti culturali, inclusi il calcio (eresia!), “La vita è un pallone rotondo“ di Vladimir Dimitrijevic potrebbe essere un esempio perfetto. Baratri e vette in un solo lungo e solitario fluire, di pensieri e parole, su un tema che è il calcio, ma a pensarci bene la vita, come il titolo suggerisce. Dopo poche pagine la definizione che mi è venuta in testa è “Il più mancino dei tiri serbo”, ma la meraviglia di Berselli, con il passare delle pagine si allontana sempre di più. Memoria e cuore in Berselli diventano orme della Storia e pizzichi di una storia che a tratti si risveglia in un presente che è da vivere, comunque. Dimijtrevic, figlio di un benestante e per questo costretto a scappare in Svizzera e diventare, partendo da commesso di libreria, uno scrittore delle sue vicende, mette insieme pensieri più disparati, meno coerenti. Come se lo scrittore slavo non avesse uno scopo per scrivere, mentre è chiaro il motivo: ricordare per ricordarsi.
Il libretto pubblicato in Italia da Adelphi si muove piano, tra i diversi angoli della vita dello scrittore e il calcio, che da speranza di bambino diviene motore del destino (quando arriva in Svizzera riesce a trovare lavoro e a sopravvivere proprio grazie al pallone). Un grazie per la vita che il calcio gli ha dato, Dimitrijevic glielo doveva. I momenti più belli del libro sono le citazioni dei calciatori jugoslavi degli anni ’40 e ’50, grandi campioni che hanno impostato un modello di calcio seguito negli anni dalle diverse anime balcaniche. Tra i grandi calciatori che lo scrittore cita: Svetislav Glisovic, mito delle parole paterne, riferimento del calcio jugoslavo negli anni ’30, in Svizzera nei ’50, i fratelli Jozo e Frane Matosic, che esordisce nel 1935 nell’Hajduk Spalato, in una partita contro lo Slavija Sarajevo e segna una tripletta. Dopo la decisione di sospensione dell'attività sportiva da parte dei dirigenti dell'Hajduk, nel 1942 Matošić si trasferisce al Bologna, con cui milita in Serie A nella stagione 1942-43, nella quale realizza 13 reti in 28 incontri disputati. Più vicino a noi e vero tuffo al cuore, Dragoslav Sekularac, grande centrocampista offensivo della Stella Rossa degli anni ’60 con cui ha vinto 5 campionati. Dopo la Stella, gira molto, arrivando anche in Colombia, dove gioca con l’Indipendiente di Santa Fé e l’America di Cali. Argento olimpico a Melbourne 1956 al servizio di Veselinovic e Mujic e secondo all’Europeo di Francia ’60, a pensare questa volta per Galic e Jerkovic.

martedì 19 gennaio 2010

Sivlio Piola in Napoli-Novara 0-1

Fantastici highlights di Napoli-Novara 0-1 del 1951-52.

Silvio Piola segna ancora.

lunedì 18 gennaio 2010

II Festival di Letteratura sportiva - La Corsa di Miguel

Per chi è a Roma, venerdì e sabato potrebbe passare pomeriggio e mattina (invece di ingozzarsi o dormire sul divano di fronte ad un reality che sa di vero) con il II Festival di Letteratura Sportiva inserito nel programma corposo e interessante della manifestazione "La Corsa di Miguel"

Questo il programma delle attività annesse a "La Corsa di Miguel":

Giovedì 14 Gennaio – ore 11.00
Conferenza Stampa di presentazione della Corsa
Università di Roma Foro Italico (Palestra Monumentale) – Piazza De Bosis, 15

Sabato 16 Gennaio – ore 09.30
Feste in Corsa – Aspettando Miguel
Allenamenti, gare a cronometro, passeggiate non competitive in 9 parchi di Roma. Gli studenti dalle 09.30, gli adulti dalle 11.30 :
Parco Baden Powell a Colli Aniene; Parco di Santa Maria della Pietà a Monte Mario; Villa De Sanctis a via Casilina; Parco delle Valli; Villa Ada; Parco degli Acquedotti a via Lemonia; Parco Alessandro Conti a Torre Angela; Castello di Ostia Antica; Istituto Agrario di via Ardeatina 524.

Mercoledì 20 gennaio – ore 18.30
Presentazione del libro “Identità alla prova”
La controversa storia del test del DNA tra crimini, misteri e battaglie legali” di Alice Andreoli
Intervengono: Marina Mantecón Fumado (Diritti Umani Ambasciata Argentina), Nicolás Vincenti (Secretería de Derechos Humanos de la Nación), Giorgio Corrente (Istituto Italiano di Psicologia Sociale), Daniela Santucci (Istituto Superiore di Sanitá), Jorge Ithurburu (Rete per l’identità – Italia), Alice Andreoli (autrice del libro)

A seguire:

Proiezione del documentario “La Santa Cruz, refugio de resistencia”, storia dei familiari che si riunivano nella chiesa di Santa Cruz per raccogliere fondi e firme allo scopo di denunciare la scomparsa dei loro cari, sequestrati e desaparecidos. Interviene: Suor Genevieve Jeanningros, nipote di una Léonie Duquet, una delle suore desaparecido nella cosiddetta chiesa.
Auditorium Casa Argentina – Via Veneto, 7 – 2° piano, Roma

Giovedì 21 gennaio – ore 18.30
SPORTANGO
Serata dedicata al tango: Letture di brani di Borges, Soriano, Alfredo Le Pera.
Immagini tratte da alcuni film: da l’Exil de Gardel di Fernando Solanas (1985), Lezioni di tango di Sally Potter (1997) Tango di Carlos Saura (1998) tra gli altri.
Musiche di Piazzola e Gardel. Ma anche lezioni di tango, esibizioni ….
Scuola dello Sport (Aula 6), Largo Giulio Onesti, 1 – Roma

Venerdí 22 e Sabato 23 gennaio
II Festival di Letteratura Sportiva
-Venerdì 22 gennaio, ore 18.30
PAGINE A PEDALI: letture, fughe, improvvisazioni e sorprese con la bicicletta
-Sabato 23 gennaio, ore 09.30
GIOCHIAMO I MONDIALI LETTERARI: 32 brani, 32 autori dalle 32 nazioni qualificate per Sudafrica 2010
Università degli Studi di Roma ‘Foro Italico’, Piazza De Bosis, 15 (Ingresso Giardino del Cinghiale)

Domenica 24 gennaio – ore 8.30 (Ritrovo) Ore 10.00 (Partenza)
CORSA DI MIGUEL 2010
Via dei Campi Sportivi – Acqua Acetosa

venerdì 15 gennaio 2010

Slovacchia -"Correre" di Jean Echenoz - 32 squadre-32 libri

La Slovacchia vuole fare l’imbucata di lusso e molti pensano che sarà la nostra terza rilassante partita mondiale, altri la squadra che ci butterà fuori. Aspettiamo. In porta gioca Jan Mucha, proprio in Polonia, all’ultima partita delle qualificazioni sotto una neve incessante, autore di una buona prestazione grazie al suo fisico da mulo. La difesa è aggressiva ed elastica. Gira intorno alla nervatura accesa di Skrtel, con Martin Petras (in 4 anni 4 squadre italiane di B), Peter Pekarík (dallo Zìlina, ai campioni di Bundesliga del Wolfsburg) e Marek Cech, core ‘ngrato dopo il passaggio dall’Inter Bratislava allo Sparta Praga (poi pagato 1,8 milioni di euro dal West Bromwich, dopo una parentesi degna di lode al Porto). Difesa grezza abbastanza per non impaurirsi di fronte a Cabanas e, purtroppo per noi, Toni. Il centrocampo è il fiore all’occhiello. L’incursore perfetto che tutti dovrebbero avere in squadra Marek Hamsik,il frangiflutti Zdeno Strba, che se la sfanga nello Skoda Xanthi in Grecia (società comprata nel 1991 dalla società Viamar S.A., l'importatore ufficiale dei veicoli Skoda in Grecia), l’ala destra all’Antonino Asta, Miroslav Stoch, che al Twente detta legge, e la mezzapunta difficile da controllare: Stanislav Sesták, da 3 anni al Bochum, segnando molto per gli standard dei bomber teutonici. A questi quattro presunti titolari, aggiungiamo Jan Durica, spesso titolare quando c’è da difendere, Miroslav Karhan, capitano di lungo corso che è passato per mezza Europa, e la nuova promessa benedetta: Vladimír Weiss, classe ’89 del Manchester City che Mancini terrà di sicuro in considerazione. L’attacco è il reparto più smorto, con la coppia formata da Robert Vittek, una vita al Norimberga insieme al connazionale Mintal, che forse Vladimír Weiss (non il ragazzo, l’allenatore, vecchia poiana dell’Inter Bratislava degli anni ’80) porterà con sé, e Filip Hološko, buon goleador con il Besiktas, che non fa così tanta paura. Se ci mettiamo che la riserva dei due è Martin Jakubko, ci sentiamo più sollevati.
Di Slovacchia pura nel libro “Correre” di Jean Echenoz forse non c’è niente. L’autore è francese, il personaggio della biografia è ceco (Koprivinice, luogo di nascita, è una città della Moravia-Slesia) e ha corso per il mondo. A salvarci la coerenza resta il fatto che dopo la spartizione nazista in Protettorato di Boemia e Moravia e Repubblica di Slovacchia, il PCUS ha deciso di dare vita alla Terza repubblica e di ricreare l’ormai vecchia Cecoslovacchia (scriverla tutta attaccata fa ancora un certo effetto, almeno al mio medio sinistro).
Echenoz scrive di Zatopek, per il quale correre vuol dire non fare niente di male a nessuno, per cui è giusto farlo, almeno per non annoiarsi troppo. La decisione di Zatopek di iniziare a correre avviene proprio per questo inutile e quanto mai sensato motivo: fare qualcosa di buono non è poi così male. E Zatopek corre, corre fino a sfinirsi e appena sente che il fisico inizia a cedere insiste, così le gare saranno molto meno terribili dei pomeriggi freddi di Koprivinicee Zlìn. La biografia corre veloce appresso alle faccende di Emil e si sofferma con maggiore attenzione solo quando ai Campionati Interalleati di Berlino del 1946 uno Zatopek sfibrato da un viaggio in treno e messo male in arnese per le poche risorse dello sport cecoslovacco, si presenta, viene deriso, sopportato e poi osannato dai soldati di mezzo mondo che in quel posto avevano deciso di stanziarsi a vita. Si arriva poi alle Olimpiadi di Londra, dove vince oro e argento, e a quelle di Helsinki dove l’apoteosi si compie: 3 ori olimpici dai 5000 alla Maratona. Mai nessuno più come lui e se mai ci sarà, passerà per dopato, pazzo, mito, e non potrà più uscire di casa per la furia dei giornalisti occupati ad occupare il suolo davanti casa. Anche Emil è stato incastrato dal regime, che vuole dapprima usarlo il più possibile come portabandiera, poi si rende conto che una fuga per la libertà del suo figlio più grande sarebbe uno smacco tremendo e decide di trattenerlo e controllarlo a dovere. Solo dopo la morte del tiranno di guerra Klement Gottwald, qualche spiraglio iniziò ad intravedersi. Zatopek poteva fare i meeting e i cross country, ma iniziò anche a perdere qualche colpo. La fine di tutto (o l’inizio di una vita più che normale) si ebbe dopo il Manifesto delle 2000 parole, firmato dal nostro che voleva semplicemente invecchiare senza gente sotto la sua finestra. La primavera di Praga tramonta, al potere va la vecchia zia Gustáv Husák, e Zatopek va prima a spalare , poi a non far nulla (dovrebbe fare lo spazzino ma i colleghi esigono che non lavori) e dopo molto tempo diventa archivista del Ministero dello sport.
Rileggendo quello che ho scritto fin adesso mi sono accorto di non aver parlato affatto del libro, ma solo della vita del grande campione cecoslovacco. Beh, questo credo che sia un pregio. Raccontare delle vicende senza girarci troppo attorno.

giovedì 14 gennaio 2010

Juve-Indipendiente: il passo di Bochini per l'Intercontinentale

La Juventus domina, sbaglia di tutto, prende pali e traverse, Cuccureddu spara un rigore in curva. Poi arriva Bochini, scambia con Bertoni e fa un goal che sembra una danza, con un gran passo finale. Gracias Maestro!


mercoledì 13 gennaio 2010

La vittoria di Ferrara - Le vignette di Letteraturasportiva

Una delle prime cose che leggo su una pagina di giornale è la vignetta. A questo punto, ho deciso di farle anch'io, chiaramente a modo di Letteraturasportiva. Spero piacciano.

Stasera se vince, Ferrara si salva....... La tipica vittoria di Cirro

martedì 12 gennaio 2010

Calcio come instrumentum regni - Il caso Togo

Le riflessioni su calcio, Africa e attentati "mediatici" sono partite un attimo dopo lo sparo. Riporto e rimando all'articolo di Moris Gasparri che mette in evidenza alcuni punti interessanti: la grande Europa nel pallone, il calcio al fianco del potere, i calciatori azzittiti, l'attentato che può creare emuli.


"Il tragico attentato alla nazionale di calcio del Togo ha catturato in questi giorni l'attenzione della stampa internazionale ed ovviamente anche della stampa italiana. Non poteva essere altrimenti. Vuoi perchè Mourinho dovrà fare a meno di Eto'o, vuoi perchè Ancelotti sarà privo di Drogba, vuoi perchè il Napoli sembra essere sulle tracce del nuovo Maradona delle Piramidi, al secolo Mahmoud Shikabala, la Coppa d'Africa è un evento che nelle ultime settimane è stato al centro delle cronache calcistiche, che in Italia, con buona pace dei benpensanti, formano larga parte del tessuto connettivo della nostra (debole) identità nazionale.

Proviamo però ad aggiungere al cordoglio sentito e sincero nei confronti dei giocatori togolesi e dei loro connazionali qualche riflessione ulteriore, per non annegare tutto nella consueta retorica di circostanza.
Anche se sono ancora in pochi a rifletterci sopra con la dovuta attenzione che l'argomento meriterebbe, il calcio è oggi un elemento geopolitico di primaria importanza, soprattutto per descrivere le traiettorie storiche di due continenti come Europa ed Africa, che, assieme al Sudamerica, rappresentano oggi i maggiori centri di diffusione di questo sport.

Consapevolmente o meno, noi europei sublimiamo infatti nel calcio – la cui potenza d'attrazione economica e mediatica supera quella di ogni altra dimensione sportiva su scala globale - le ambizioni continuamente negate di poter contare e “pesare” nella definizione degli scenari del XXI secolo. Un esempio su tutti è illuminante. L'annosa domanda sui confini del nostro continente - che a livello politico continua ad essere un elemento di frammentazione e di debolezza strategica in seno alla UE - a livello calcistico è diventato al contrario il trionfo strategico-economico-mediatico della Champions League, in cui gli opposti si armonizzano e assieme all'Europa "bruxellese" dei 27 stati membri convivono felicemente le principali squadre di club di Turchia, Russia, Israele e chissà, tra qualche anno, le squadre dei paesi della sponda sud del Mediterraneo.

Uno scenario da Grande Europa, governata dal "grande politico" Michel Platini. E se a livello geopolitico siamo costretti a sognare i sogni altrui - di Obama, della Cina, dell'India - a livello calcistico sono gli altri che sognano di emularci. Provare per credere.
La scorsa estate la nazionale di calcio indiana in tour in Spagna ha pareggiato per 1-1 in amichevole con il Castelldefels, la terza squadra di Barcellona che gareggia nella terza serie spagnola. Bene, all’indomani del match i quotidiani indiani riportavano la notizia con un enfatico quanto deferente "L'India ferma l'Europa".

Spostiamoci sul versante Africa. Il calcio africano è da sempre intimamente legato a quello europeo. Europei sono gli allenatori che nel corso degli ultimi trent'anni hanno progressivamente "esportato" il know-how tecnico che ha permesso la crescita ad alti livelli del calcio africano (tra cui molti italiani, dal “pioniere” Bersellini a Scoglio, passando per Dossena). Europei sono i club dove giocano le principali icone sportive del continente nero. Più di tutti però, il calcio è oggi per l'Africa, e soprattutto per le sue élite politiche, un potente strumento d'immagine e di legittimazione in chiave interna ed internazionale, utile per proiettare alla ribalta del presente la volontà di uscire dal perpetuo stato di minorità geopolitica e geoeconomica.

Non a caso le federazioni calcistiche dei vari stati africani sono spesso delle vere e proprie emanazioni del potere governativo, e non sono casuali i passaggi dal calcio giocato alla politica, come testimonia l’esempio dell’ex centravanti del Milan George Weah. Il calcio come moderno ed efficace instrumentum regni, insomma. In questo senso la concomitanza tra la Coppa d'Africa e i Mondiali sudafricani del prossimo giugno rappresenta per molti una sorta di congiunzione astrale. Sudafrica ed Angola sono infatti le due nazioni-emblema di questa volontà di riposizionamento africano, pur nella diversità dei rispettivi regimi politici (una democrazia elettiva nel primo caso, un regime autoritario nel secondo) e dei rispettivi sistemi economici (l’economia più sviluppata del continente di contro ad un’economia fondata sulla rendita petrolifera nel secondo).

Ma non tutti sono preda dell’entusiasmo.
Ad esempio, per gli osservatori più disincantati la Coppa d'Africa con i suoi sbandierati ritorni economici non cambierà assolutamente nulla per le condizioni di vita dell’enorme massa di poveri angolani, come è spiegato bene qui.

Torniamo ora all'attentato. La tragica vicenda occorsa alla nazionale del Togo ha spezzato questa immagine dell’ ”Africa Shining”, mostrandone il suo fondo conflittuale ed irrisolto. Una perfetta inversione tattica: se il calcio è instrumentum regni per i capi di stato africani, allo stesso tempo può diventare un'arma simbolica potentissima per le rivendicazioni dei contropoteri locali e delle fazioni in lotta contro i governi. E’ questo lo spietato calcolo alla base dell’attacco al bus togolese effettuato dalle milizie del Fronte per la liberazione del Cabinda.

Questa connotazione geopolitica del calcio africano ha ovviamente delle conseguenze. Nel calcio come instrumentum regni, i calciatori sono un dettaglio. Non stupisce perciò che la preoccupazione di tutti gli attori in gioco sia stata quella di andare avanti. Ha vinto la via "cinica" degli organizzatori, per i quali è meglio proseguire come se niente fosse accaduto, perchè fermare lo spettacolo significherebbe fermare la potente macchina politico-economico-mediatica di cui si è detto sopra. In fondo si è trattato di un incidente di percorso, dovuto alla scarsa cautela dei dirigenti della nazionale togolese, così si sono giustificati gli organizzatori.

Ancora, il ripetuto ordine di ritorno in patria e di abbandono della competizione lanciato dal primo ministro del Togo Gilbert Houngbo ha avuto la meglio sulla volontà dei giocatori di partecipare ugualmente alla Coppa d’Africa, in ossequio al ricordo dei membri dello staff uccisi nell’agguato di venerdì. “Siamo obbligati ad obbedire”, questa la mesta risposta data dal capitano della nazionale togolese Adebayor, stella del City di Mancini. Per una strana inversione del destino, quelle che da noi sono delle icone mediatiche apparentemente irraggiungibili ed onnipotenti (ed Adebayor è tra queste) in suolo africano si sono tragicamente trasformate in mere pedine alla mercè del potere politico. Pensateci su se in questi giorni vi capiterà di assistere ad un match della Coppa d’Africa".

lunedì 11 gennaio 2010

Il duo e Armin, che è il miglior atleta del decennio?

Ad un mese dalle Olimpiadi, gli slittinisti ci fanno sognare nottate insonni da Vancouver (bel labirinto).
A Winterberg, prima il duo Christian Oberstolz - Patrick Gruber, poi il grande Armin Zoeggeler, che batte un Demtschenko eccezionale nella prima prova, vincono una prova fondamentale della Coppa del mondo di slittino.

A proposito, la butto lì: ma l'atleta del decennio appena trascorso non è proprio Armin?

venerdì 8 gennaio 2010

Germania - Hertha Muller - "Il paese delle prugne verdi" 32 squadre-32 libri

Arriverà di nuovo in fondo? Sarà sorniona e paciosa per tutto l’inizio torneo, per poi piazzare le stoccate giuste dagli ottavi in poi? Se nei 3 Mondiali precedenti le risposte potevano essere diverse, quest’anno sembrano tutti d’accordo che per la Germania sarà proprio così (tanto gli amici teutonici non sono superstiziosi).
La squadra viene dalla rinascita della passione nazionale nel 2006 e da un Europeo giocato al meglio delle proprie possibilità. Il cantiere Germania è praticamente chiuso e Low ha chiare idee sul calcio e sugli uomini. In porta solo Enke poteva fare ombra a René Adler, strepitoso nel Bayer Leverkusen schiacciasassi del girone d’andata. In difesa resistono i titolari del’ultimo decennio: Metzelder, se risorge ancora una volta sentendo profumo di Germania, Mertesacker se non succede un cataclisma, Friederich e Lahm terzini. Alle loro spalle Low ha deciso di puntare forte sui campioni d’Europa Under 21 con i terzini Beck dell’Hoffenheim e Boenitsch del Werder Brema e i centrali Boateng e Serdar Tasci, di origini ghanesi il primo e turche il secondo. A centrocampo le scelte sono più nette. Ballack, Schweinsteiger e Hitzlsperger giocheranno sempre, a sinistra farà il pendolo Podolski e le uniche due note nuove saranno i fantasisti Marko Marin e Mesut Ozil, poco più di un quintale in due ma con quello che serve nei match troppo tattici. L’attacco ha la solita certezza, Klose, e un grande giocatore che deve cercare di mettersi in luce con la Nazionale: Mario Gomez. Potranno sovvertire le gerarchie solo i due Leverkusen, Toni Kroos, fantasista classe ’90 ancora intermittente ma spesso molto brillante e Stefan Kiessling, biondone dal coraggio e dalla poca grazia alla Klinsmann.
I tedeschi devono condividere con la Romania l’ultimo premio Nobel. Figlia di contadini svebi (minoranza tedesca in Romania), Hertha Muller è la voce più vera del regime di Ceausescu e delle sue tremende privazioni. Quest’anno ha vinto il Premio Nobel e l’abbiamo scoperta; molto spesso a Stoccolma decidono quello che è bene per noi. Hertha Muller ha sempre avuto la voglia di raccontare il presente che viveva o del quale aveva esperienza e la sua particolare condizione ne ha fatto un simbolo di libertà.
Scritto in tedesco, “Il paese delle prugne verdi” (Keller, 2008) è un libro meraviglioso, sospeso a mezz’aria nella rarefatta e impossibile aria romena degli anni ’80. Un suicidio-omicidio dettato dalle costrizioni fa smuovere gli animi e le menti di giovani che non riescono più a non vivere. La prosa quasi cantata di Hertha Muller ti porta con sé nelle tradizioni di un popolo nel popolo, tra i pensieri annullati dalla violenza del regime. Il dittatore è un ombra, vive nelle paure di tutti e nei pensieri più cupi. La stampa lo mette in pericolo di vita ogni tre settimane, per capire meglio chi è a favore e chi contro. In questa condizione la protagonista che narra le vicende e i suoi tre amici sentono tutto il soffocamento di una città romena in quel tempo, dove ci si prostituisce per pochi grammi di frattaglie (ma non c’è disperazione ne l farlo, quasi leggerezza), dove l’intimità non esiste e conta solo il controllo e il tradimento. A prima vista sembra un libro incoerente: pagine e pagine di melodiose sensazioni e ricordi, scritte senza nessun motivo apparente, inframmezzati da momenti in cui è descritta la vita sotto dittatura. Solo dopo aver letto molto però, quelle finestre surreali si illuminano e prendono senso, quei momenti di distacco dalla realtà fanno parte di un grande disegno ricamato dalla memoria e dalla storia che vive sottotraccia e pulsa nel cuore degli uomini romeni.

giovedì 7 gennaio 2010

Il giorno che nacque Alex Ferguson

Aberdeen-Real Madrid 2-1

7' Eric Black 1-0, 14' Juanito (pen) 1-1, 112' John Hewitt 2-1

martedì 5 gennaio 2010

Lo skeleton sarà lo sport dell'anno (non ho bevuto)

Poco prima della Befana che porta via le belle feste, lascio il mio sicuro vaticinio per il 2010: questo sarà l’anno dello skeleton. La disciplina che gli arrampicatori a mani nude considerano pericolosa si appresta a partecipare per la terza volta consecutiva alle Olimpiadi della neve, il che testimonia la sua effettiva esistenza anche per chi è abbonato a Inter, Juve o Milan Channel.

Vivo da sempre (gli scavezzacollo per fortuna non hanno età), lo skeleton nasce nel 1885 insieme alla Cresta Run di St. Moritz. Per decenni i fuori di testa andavano solo là a praticare il loro sport e soltanto alle Olimpiadi organizzate dalla città svizzera, lo skeleton ha avuto accesso.

1928: la gara, solo maschile, vide dieci atleti in corsa, anche se il francese P. Dorneuil e lo svizzero W. Noneschen non riuscirono a portare a termine tutte e tre le discese previste. La somma dei tempi vide medaglia d’oro l’americano Jennison Heaton con 3:01,8, argento nel bob a 5 nella stessa Olimpiade, seguito dall’altro americano John Heaton con 3:02,8 e medaglia di bronzo per il britannico David Earl of Northesk con 3:05,1 (il primo Conte di Northesk fu John Carnegie, mentre il nostro era l’11°). Quarto il nostro Agostino Lanfranchi e solo quinto uno dei re della specialità, lo svizzero Alexander Berner.

1948: vittoria dell’italiano e grande skeletonista degli anni ’50 e ‘60 Nino Bibbia, primo campione olimpico italiano nella storia dei Giochi olimpici invernali. Originario della provincia di Sondrio, Nino Bibbia risiedeva proprio a St. Moritz dove lavorava come fruttivendolo. La gara di skeleton, sei discese ripartite su due giorni, era in programma il 3 e il 4 febbraio sulla Cresta Run. Bibbia aveva iniziato a praticare questa specialità solo poche settimane prima delle Olimpiadi. Nonostante la poca esperienza, al termine della prima giornata era secondo, a pari merito con il solito John Heaton e dietro al britannico John Crammond, che aveva un vantaggio di 2 decimi di secondo. Il giorno dopo, nelle tre discese restanti l'italiano distanziò progressivamente gli avversari, facendo segnare in ognuna il miglior tempo di manche. Con il tempo complessivo di 5'23"2 Bibbia vinse l'oro con un distacco di 2"4 su Heaton, secondo, e 2"9 su Crammond, terzo. Nino Bibbia continuò a gareggiare nello skeleton anche dopo la cacciata dal tempio olimpico e ogni volta che qualcuno metteva un nuovo record, lui si scapicollava lungo la Cresta Run e lo cancellava.

Torna per fortuna a Salt Lake City nel 2002 e ci sono anche le donne. Tra gli uomini vince l’americano Jim Shea, già campione del mondo ad Altenberg nel 1999, davanti all’austriaco Martin Rettl, campione del mondo nel 2001 a Calgary ed oggi impiegato all’aeroporto di Innsbruck, terzo lo svizzero Gregor Stähli, grande protagonista ai Mondiali (vinti 3 volte) e alle Olimpiadi con un altro bronzo a Torino 2006. Americane anche le prime due nella gara femminile: Trista Gale oro e Lea Anne Parsley argento. Bronzo per la britannica Alex Coomber.

Nel 2006 vengono fuori i canadesi che ancora oggi dettano legge nelle gare di Coppa del mondo. Primo Duff Gibson, che a 39 vince la medaglia d’oro più vecchia in una gara singola ai Giochi Olimpici invernali, superando il norvegese Magnar Solberg che a 35 anni vinse i 20 km di biathlon a Sapporo ‘72. Secondo Jeff Pain, due volte campione del mondo nel 2003 e 2005 e beffato dal vecchio compagno di squadra. Terzo lo svizzero Stahli. Il Canada arriva anche al bronzo femminile con Mellisa Hollingsworth-Richards, cugina di Ryan Davenport, campione mondiale della specialità nel 1996 e 1997. A vincere è la svizzera Maya Pedersen arrivata a Torino con il favore del pronostico. Argento per la britannica Kristan Bromley, anche lei con lo skeleton in famiglia, avendo sposato Kristan Bromley campione mondiale ad Altenberg nel 2008.

Oggi tra gli uomini il ranking è dominato da canadesi e americani (due nomi su tutti: lo statunitense Zach Lund e il canadese Jon Montgomery, insidiati dai connazionali Eric Bernotas e Paul Boehm). Il vecchio continente punta tutto sui britannici: Kristan Bromley e Adam Pangilly. Per il resto, qualcosa può dire solo il tedesco Sebastian Haupt.

Tra le donne stesso dominio nordamericano: USA agguerritissime con Katie Uhlaender e canadesi forse imbattibili con Michelle Kelly e Carla Pavan. Anche qui le tedesche sono toste e c’è la russa Bella Sterlikova che lotterà per il podio.

lunedì 4 gennaio 2010

I 15 pugili più grandi scelti da Torromeo

Dario Torromeo, giornalista de Il Corriere dello sport e autore del libro che devo assolutamente leggere e recensire "E chiamavano me assassino" (Absolutely Free), ha messo in fila i 15 pugili più grandi della storia della boxe. La lista è chiaramente soggettiva ma analizzarla e discuterne è molto interessante:


1. RAY ROBINSON
2. JOE LOUIS
3. MUHAMMAD ALI
4. MARVIN HAGLER
5. JULIO CAESAR CHAVEZ
6. ROBERTO DURAN
7. ARCHIE MOORE
8. RAY LEONARD
9. ROCKY MARCIANO
10. JOE FRAZIER
11. HENRY ARMSTRONG
12. SALVADOR SANCHEZ
13. EDER JOFRE
14. CARLOS MONZON
15. THOMAS HEARNS