martedì 23 febbraio 2010

Sky-Rai e il racconto olimpico

A più di una settimana dal via delle Olimpiadi di Vancouver, è tempo di capire come le televisioni italiane se la stanno sfangando. La domanda che aleggiava da un anno, fino al 12 febbraio scorso è: “Sky ci farà cambiare i modelli di fruizione dello sport olimpico, come ha fatto per il calcio televisivo?”. La minaccia-speranza di vedere tutto, ascoltare ogni atleta, analizzare ogni dettaglio, comprendere i perché delle gare al di là del commento tecnico alla buona, si è solo parzialmente avverata.
Con i 5 canali olimpici riusciamo a vedere tutte le gare, approfittando spesso delle repliche ben distribuite durante la giornata (è chiaro che il solo saperle già svolte diminuisce il trasporto del 50%), ad avere una copertura completa dell’evento senza i soliti collegamenti ondivaghi e i tassativi selvaggi a cui siamo stati abituati negli anni (per dire, non si passa direttamente dall’arrivo dell’undicesimo slalomista alla 5a porta del tredicesimo), conosciamo tutto degli atleti italiani, seguiti prima, durante e dopo le gare con una passione non ripagata dai risultati (purtroppo i quarti, quinti e sesti posti non valgono medaglie e titoli, ma in una competizione olimpica non sono da buttare). Grazie a Sky abbiamo un sacco di cose in più e migliori rispetto alle Olimpiadi Rai, eppure non convince il carrozzone che va avanti da un anno, senza soluzione di continuità.
A mancare sono delle sfumature di fondo che riguardano la concezione dello spettacolo sportivo. Per dare tutti i fotogrammi in diretta, i cinque canali olimpici di Sky non potevano non diventare dei contenitori di gare, tutte in fila e perfettamente suddivise in pillole da assumere in spot differenti. La parcellizzazione di discipline, stili di commento e modelli di regia ci fa rimbalzare da una gara all’altra, disperdendo quello che l’Olimpiade è sempre stata: un grande racconto sul mondo, un flusso narrativo unico in cui si innestano voci differenti che approfondiscono storie e momenti, un romanzetto popolare che muove la casalinga e commuove l’ingegnere. Sky cerca di cucire il menu farcitissimo con Giovanni Bruno, ma l’esperienza Rai da questo punto di vista è imbattibile. Ivana Vaccari non solo ci introduce alla narrazione olimpica, mentre Sky ci scaraventa dentro l’evento ex abrupto, con pochi convenevoli, che di regola sacramentiamo prima delle partite di campionato, mentre per gare di cui conosciamo solo pochi protagonisti e a malapena le regole principali servirebbe a farci montare l’attenzione, ma soprattutto ci accompagna, ci muove l’attenzione a seconda delle esigenze di palinsesto, crea aspettative e tira le somme con pochi ospiti e qualche immagine di corredo. A Sky manca la concezione romanzesca che è dietro un evento così imponente, pensando che impostare tutto su completezza e rigore basta a coinvolgere tutti gli spettatori che vogliono vedere lo sport. Le Olimpiadi non possono essere viste, perché non è pensabile vedere tutto, ed è per questo che bisogna farle vivere, in un percorso magari frammentato e meno denso, come una grande avventura che non finisce mai per 15 giorni.

mercoledì 17 febbraio 2010

Sport storici vs Sport globali

Vancouver 2010 ha ri-sottolineato che le discipline sportive, non solo quelle olimpiche, sono da dividere in due categorie sempre più diverse. Da una parte ci sono gli sport storici e dall’altra gli sport globali, lontani e non comunicanti per regole, ritmo, tipologia di campioni. Gli sport storici si rifanno a tradizioni secolari, disciplinate in competizioni sportive tra la fine dell’800 e l’inizio del ’900, quando il leisure time borghese acquista un valore qualificante per la classe sociale ed è da mettere in mostra per evidenziare una differenza. In questa fase la giovane borghesia industriale dell’Europa settentrionale e nordamericana istituzionalizza i due elementi fondamentali dello sport classico: il tempo libero è da investire per una qualificante affermazione sociale e l’utilizzo del tempo libero stesso può diventare strumento di guadagno. Dalla seconda metà dell’800 agli inizi degli anni ’80 del secolo scorso, a questi due pilastri dello sport se ne è aggiunto soltanto uno: l’utilizzo delle attività nel tempo libero come mezzo di propaganda e disciplina delle masse.
Con la nuova filosofia del consumo degli anni ’80 e la fine del regimi comunisti, lo sport ha acquisito una nuova dimensione, che è quella mediatica, primo passo per le prospettive globali dello sport contemporaneo. In questi anni, gli sport della tradizione si sono evoluti e trasformati, diventando quello che sono oggi: competizioni organizzate secondo un regolamento che esalta la prestazione fisica degli atleti. Prendiamo Vancouver 2010 e il biathlon come esempio: sport dalle ascendenze millenarie (Virgilio parla di caccia sugli sci nel 40 a.C.), dalla fine dell’’800 iniziano a svolgersi le prime gare che contemplano lo sci di fondo e il tiro al bersaglio con fucile. Da allora, il biathlon è diventato lo sport dell’Europa del Nord (scandinavo e russo in primis) e dagli anni ’90 ha invaso la Germania, con le gare trasmesse in diretta e seguite da un grande numero di appassionati. Oggi il biathlon ha ancora le sue caratteristiche ormai secolari. Poco o nulla è cambiato e in Italia, in USA e in tante altre nazioni, il biathlon è uno sport secondario, che non va in tv e da una sensazione di vecchiotto nonostante l’affascinante Magdalena Neuner.
Sempre più lontani da questi sport storici, si stanno creando una loro identità gli sport globali, basati su una nuova concezione dello sport, intesa come serie di performance individuali regolate da pochi principi di base, che danno grande attenzione alla sfida, al challenge, dove a vincere non è per forza di cose il miglior atleta per tecnica e forza, ma chi riesce a superare l’altro in quella contesa particolare. Detta così sono evidenti i plus di maggiore spettacolarità di questi sport: maggiori emozioni, nessuna gerarchia consolidata, poca o nulla tradizione che ha fatto sistema, creazione del personaggio-atleta, competizioni semplici da comprendere e molto 'easy' dal punto di vista della fruizione televisiva.
Per sviluppare meglio il concetto, mettiamo in comparazione biathlon e snowboard cross in quest’edizione olimpica. Nella 10 km sprint maschile di biathlon, a vincere è stato Vincent Jay, francese, davanti al norvegese Emil Hegle Svendsen e al croato Jakov Fak (sorpresa non pronosticata). Tra i primi 20 ci sono 5 russi ed ex-russi, 9 mitteleuropei, 3 scandinavi. Nella prova di snowboard cross maschile, ai quarti sono arrivati 6 nordamericani, 3 mitteleuropei, 3 dell’Europa latina, 1 russo e 1 australiano. Solo da questi numeri, senza tirare in ballo la storia olimpica di questi sport, è chiara l’estensione “globale” di sport come lo snowboard cross, perfettamente televisivo (i migliori sono nordamericani, dove lo sport è in buona parte show, e per restare a noi, Rai Sport ha trasmesso tutte le run della gara maschile e femminile, mentre il biathlon abbiamo dovuto acchiapparlo su Sky Olimpia 3, perché Sky Olimpia 1 era occupata dallo... snowboard cross), di alto ritmo, godibile anche senza conoscenze pregresse delle regole, con pochi sviluppi intricati, anzi molto lineare nella comprensione.
Questi i principi basilari per offrire uno sport televisivo che possa interessare il non competente. La strada intrapresa dal CIO è sostenere questo tipo di discipline, inserendole con grande anticipo sui tempi di attesa nell’agone olimpico, e tenere per le “nicchie” ancora forti ed esigenti gli sport storici nazionali. È figlia di questo compromesso l’inflazione delle discipline alle Olimpiadi soprattutto estive. Da una parte occhio alla commercializzazione di nuovi spettacoli sempre più appassionanti, dall’altra logiche geo-politiche per tenere buoni i grandi elettori. Ma non possiamo arrivare ad Olimpiadi con 200 discipline, per cui una linea dovrebbe essere scelta. A meno di non far durare i Giochi due mesi, con venti canali televisivi a disposizione.

martedì 16 febbraio 2010

Francia "Zidane. Una vita segreta" di Besma Lahouri - 32 squadre-32 libri

Disastrata, rinnegata, umiliata, accusata… è la Franciaaaa, canterebbe a pieni polmoni Rino Gaetano, se fosse a 4 mesi dal Mondiale e avesse avuto lo stesso tempo per pensare al calcio come facciamo noi. La squadra è da 10 o da 2, a seconda se scatta l’effetto 2006 e c’è qualcuno che s’inventa di essere Zidane per un mese. In porta Domenech non vuole avere ragione: Frey è il meglio, Coupet da sicurezza, faccio giocare Lloris che nel Lione non fa nulla di particolare, ma al riccio piace. In difesa c’è tutto per andare in guerra: Gallas-Abidal centrali, al massimo Escude, ma Mexes può stare sotto il Cupolone. I terzini sono Sagna ed Evra, gli altri faranno panca. A centrocampo i due Diarra, Lassana più di corsa e Alou di pura interdizione. Gourcuff dovrebbe fare lo Zidane e Ribery ci mette il pepe necessario. Nasri, Toulalan e Flamini anche qui saranno comprimari. In attacco Henry e Anelka appoggiano , uno dei due o insieme, con un Diarra in panca, Gignac, l’uomo forte su cui Raymond ha deciso di puntare. Tra il libri per rappresentare la Francia scegliamo proprio la biografia di Zidane, che tante volte è stato citato nella prima parte.
Se “Zidane. Una vita segreta” di Besma Lahouri non avesse avuto premesse che tirano in ballo addirittura i poteri occulti, sarebbe un buon libro, parzialmente documentato sulla vita da calciatore di Zinedine Zidane (alcuni strafalcioni sono tremendi, tipo quello di pag. 212 che assegna a Zidane il goal dell’1-0 contro il River Plate per la vittoria dell’Intercontinentale juventina nel 1996) e con buoni momenti giornalistici in cui si racconta il dopo calcio di uno che non potrà mai più passare indifferente. Le bozze del libro rubate e cancellate dal computer dell’editore, le minacce alla Lahouri, i muri di omertà trovati in giro per il mondo creano aspettative di contenuto, di stile e intreccio troppo alti per poi cavarsela con un raccontino, magari ben fatto, ma con poca verve. Zidane è un ex campione che chiede molto e dà poco. Non c’è niente di strano, se gli viene concesso tutto quello che chiede. Zidane amministra i suoi affari ed è diventato ormai un’industria. Anche qui niente di strano se gli sponsor hanno bisogno della notiziabilità continua come il pane. Zidane è francese in Francia e arabo in Algeria. L’obiettivo primo del multiculturalismo è proprio questo: ricevere e dare cultura, comprendendone i significati e vivendoli fino in fondo. Ha una moglie che fa affari, una corte che chiede miracoli, strani ceffi che parlano per lui. Se perfino con i calciatori di Lega Pro bisogna stare alle lune dei “manager”, perché il più grande calciatore del mondo per 5 anni buoni non dovrebbe avere i vassalli. Insomma Zidane è un normale campione dell’era post-maradoniana: fulcro di interessi nuovi e globali, con al centro l’immagine per i diversi mercati internazionali. Questo vuol dire presenza, comportamento, performance, tutte componenti da mantenere ad alto livello per 15 anni. Per fare tutto c’è bisogno di un’organizzazione aziendale della propria persona, che va oltre il semplice allenarsi e vivere bene. Serve saper vendersi ai pochi e migliori offerenti. Gli scoop dell’eventuale relazione celata al mondo e della protervia di chi rappresenta Zidane sono sciocchezzuole rispetto ai denti aguzzi di chi Zidane lo vuole per le sue campagne umanitarie. A questo punto nasce il fatidico dubbio: vuoi vedere che la cara Besma conosce così bene i flussi commerciali e comunicativi dell’oggi, che ha deciso di cavalcarli mirando al mistero dell’intoccabile? Vuoi vedere che ha capito come vendere un pezzo di Zidane senza il suo consenso? Besma Lahouri non ha per niente considerato dove viviamo oggi o forse troppo bene?

lunedì 15 febbraio 2010

Vancouver 2010: Zoeggeler immenso e francesi performanti

Zoeggeler è uno dei più grandi campioni dello sport italiano non solo perché ha vinto sempre, in qualsiasi situazione e contro qualsiasi avversario, ma perché si è portato appresso una specialità dove non c’erano piste e voglia di investire. E poi la sua umiltà e serietà è a prova di interviste sciocche, con quel suo slang teutonico sempre attento nel dire quello che la testa vuole. Ieri non ha buttato via un oro, ha vinto un bronzo sul più giovane e quotato Albert Demtschenko, prima dell’ultima prova a pochi millesimi dall’azzurro. Sulla pista canadese, l’immenso Zoeggeler ha ceduto il suo dominio al campione del futuro: Felix Loch, 4 volte campione del mondo nelle ultime due edizioni (singolo e doppio sia a Oberhof che a Lake Placid) e oggi dominatore della specialità senza avversari. Il secondo, David Möller, a 6 decimi è segno di superiorità schiacciante, su una pista accorciata per la disgrazia di Kumaritashvili. Il primo bronzo Zoeggeler lo ha vinto a 20 anni, come Alessandro Pittin, che inizierà a farci vedere in tv la combinata nordica (che sia benedetto per i prossimi 20 anni). Se Pittin ha messo la prima pietra del suo scintillante futuro (è 2 volte campione del mondo juniores), ieri è stato il giorno delle sorprese francesi: proprio la combinata nordica è sta vinta da Jason Lamy-Chappuis, grande nella prova di fondo (dopo il bronzo ancora più inaspettato di Dorin nel biathlon, i sospetti di materiali fantastici in casa francese sono molto fondati), capace di battere Johnny Spillane e il grande Hannu Manninen, addirittura 13esimo. L’altro francese bum bum è stato Vincent Jay , quest’ultimo ancora più sorprendente, senza errori al tiro, ma soprattutto con sci che volavano sulla neve canadese. Secondo, il più in forma dei norvegesi, Emil Hegle Svendsen, e terzo l’altro miracolato Jakov Fak. Ole Einar Bjørndalen 17esimo con quattro errori vuol dire età avanzata più che materiali poco performanti. Tedeschi scomparsi, e questo deve far pensare a quanto le Olimpiadi sono strane. Delle Gobbe uomini e dei 3000 m pattinaggio velocità donne potrei dirvi tanto ma dormivo beatamente perché oggi è lunedì.

domenica 14 febbraio 2010

Vancouver 2010: 1° giornata. Vuoi mettere Lee Jung-Su e Sampdoria-Fiorentina?

La prima giornata di Olimpiadi è arrivata e per fortuna lo sport ha distolto veramente gli occhi e la mente dal dolore. La prima gara è stata morbida, vittoria dell’uomo dato come in grande forma, lo svizzero Simon Amman, che ha battuto nel salto con gli sci K95 il baffetto volante Adam Małysz. La sorpresa è stata più che altro la debacle austriaca, con il vincitore dei quattro trampolini Kofler solo diciannovesimo, mentre a salvare l’onore con un bronzo ci ha pensato l’ultimo vincitore di Garmisch, Gregor Schlierenzauer. Per gli altri gara modesta, tranne che per lo sloveno Peter Prevc, assolutamente non considerato ma capace di una seconda prova eccezionale. Sorprese ben più grandi invece nella 7,5 km sprint di biathlon femminile che ha visto la vittoria inaspettata della slovacca, di origine russa (il fratello è Anton Shipulin, biathleta russo), Anastasiya Kuzmina, molto più forte nella mass start (argento ai mondiali 2009 di PyeongChang), ma aiutata spaventosamente da materiali che le hanno permesso di volare e battere la tedesca Magdalena Neuner, lei sì perfetta al tiro e in grande forma nel fondo, ma perdente per un solo secondo. Altra miracolata dalla soffice neve che si sbriciola sotto gli sci il bronzo francese di Marie Dorin, fin adesso solo bronzo nella staffetta 4x6 ai mondiali sudcoreani di un anno fa. A fare la figure delle papere impantanate nei loro sci che affossavano lo slancio le tedesche e le russe, mentre il vero miracolo dei miracoli stava scappando alla kazaka Elena Khrustaleva, alla fine quinta. I 5000 m di pattinaggio velocità hanno visto il dominio perfetto dell’idolo olandese Sven Kramer e la prova immensa di un piccolo sudcoreano, Lee Seung-Hoon, sbattuto dalla pista corta alla lunga per un argento insperato. Anche il bronzo il russo Ivan Skobrev non era pronosticato e nella batteria con Fabris ha schiantato l’italiano nel ritmo. Per Enrico Fabris, Torino è lontanissima, per gli americani gli screzi interni e l’età avanzata sembrano fare male, norvegesi e altri olandesi hanno fatto la loro discreta gara. Nella notte, tra un bel Skill Challenge Nash-Williams, una gara da tre punti niente male tra Billups e Pierce e un’annoiante gara delle schiacciate vinta da Nate Robinson senza colpo ferire, sono riuscito a spararmi anche i 1500 di Short Track (sempre meglio di più della metà delle partite del nostro campionato, anzi diciamo il 90%), e ho visto il dominio sudcoreano sputtanato dalla follia fratricida di Sung Si-Bak e Lee Ho-Suk (il grande Lee Ho-Suk, su cui alla vigilia avrei puntato senza dubbio) all’ultima curva. Per fortuna Lee Jung-Su, classe 1989 e semplicemente soddisfatto alla fine della gara, era troppo avanti per essere abbattuto dal fuoco nemico. La stronzata coreana ha dato un altro argento ad Apol Anton Ohno e un bronzo davvero sgraffignato a Celski, due americani che sprizzavano tutto da tutti i pori, in mezzo ad un più che compassato Lee Jung-Su, che se ne fregava altamente di cerimonie e premi e si vedeva da lontano che aveva solo intenzione di rimettersi i pattini. Infine, alle 5, stremato ma felice non sono riuscito a dire di no alle Gobbe femminili. Disciplina bruttina che adesso capisco perché inserita nel panorama olimpico: vanno fortissimi gli americani che hanno vinto oro con Hannah Kearney e bronzo con Heather McPhie. In mezzo la canadese Jennifer Heil, a cui gli veniva da piangere vedendo le feste americane davanti ai connazionali abbacchiati.
Stasera Zoeggeler può diventare un mito (per me anche solo con una medaglia). Pista di merda e tracciato che è la metà del previsto. Solo lui riesce a capirci qualcosa, al di là dei due tedeschi che hanno già prenotato oro e argento grazie alle loro lame. Dopo Fabris, ho capito che questa Olimpiade la vedranno pochi italiani. Il motivo è presto detto: avremo poche medaglie e io pronostico nessuna medaglia dorata. Per la maggior parte delle persone è un motivo ottimo per sintonizzarsi su Sanremo o su Sampdoria-Fiorentina di ieri sera.

sabato 13 febbraio 2010

Vancouver 2010: la morte non si dimentica

La Cerimonia d’apertura per me è andata a farsi friggere. La morte non è per forza qualcosa da dimenticare. Lo sport lo fa sempre, anzi se lo impone, per poi ritornarci su a tempo debito e costruirci la storiella per gli sponsor. Io non ci sono dentro da atleta, ma in un certo senso il mondo dello sport mi tange. E per quello che ho visto, è vero che tutti pensano a vincere ma tra sportivi si è davvero più che amici o più che nemici, si ha verso l’altro un sentimento che non può essere indifferenza. Veder morire un altro atleta crea angoscia e dolore che non si può mettere da parte per sfilare con la collezione inverno di Freddy, ti fa vedere anni di sacrifici ammazzati dalla voglia di andare oltre, la stessa voglia che hai tu e che inizia a farti paura. La cerimonia di ieri ha creato i momenti di ricordo ma non basta. Non si può passare dalla morte alla dance in tre secondi. Non è giusto per chi è morto ma soprattutto per chi è vivo, come se non contassero niente le emozioni che stai provando e che non possono abortire a comando. Per me bisognava soltanto iniziare a gareggiare, perché fare lo sport è l’unica cosa che ti fa andare veramente avanti. Non ho citato il nome di quelli che tutti chiamano “slittinista georgiano”, proprio per non cadere nella categorizzazione selvaggia.

Lui era Nodar Kumaritashvili


P.S. ma se moriva un “pezzo grosso”, uno di quelli che conosce anche il mio salumiere, secondo voi cosa sarebbe successo?

venerdì 12 febbraio 2010

Vancouver 2010: agenda del telespettatore assonnato

Cercando di svignarmela mentalmente dal posto che occupo, oggi la sensazione che stanno arrivando le Olimpiadi inizia a farsi sentire forte. Ho già un programma personale di gare da seguire, con intermittenze di sonno e veglia già immaginate e calibrate sulla percentuale minima di facoltà sensoriali e intellettive necessarie da conservare per il giorno successivo (ho stimato almeno il 30%. Ce la dovrei fare a sopravvivere due settimane). Inizio quindi una guida che spero particolare, perché parla del telespettatore folle, che vuole fortissimamente vedere il curling ma i ritmi fisici del suo corpo non gli permettono la totale insonnia. Vancouver vista da qui, che poi sarebbe un divano della zia Clementina o un letto che non ha mai cigolato una volta. Stanotte c’è lo sciroppo della cerimonia di apertura, sempre meno fantasmagorica delle Olimpiadi estive e con l’atleta più in primo piano. Nelly Furtado me l’aspettavo e mi aspetto anche Wayne Gretzky. Pioggia d’acero in arrivo stanotte, nella speranza che la parata più rookie-sophomore mi tenga sveglio. Con l’attesa è nata la solita bava per capire quale gara non perdere d’occhio per prendere al volo l’evento irripetibile. Il primo giorno Discesa Libera e Fabris, anche se Torino dal Canada è troppo lontano. Il secondo Zoeggeler può diventare il nostro atleta del secolo, con i calciatori che dovrebbero fargli la spesa. Il terzo lo Snowboard cross non può solleticare le voglie distrutte dalla panzetta del vecchio scavezzacollo. Il quarto Supercombinata uomini perché devo dormire almeno un giorno a settimana. Il quinto un altro slittino, questa volta in coppia con quei nomi teutonici che mi piacciono tanto. Il sesto parte lo skeleton, quello che ho indicato come sport dell’anno (mi ero appena mangiato dello stracchino scaduto). Il settimo 15 km inseguimento perché, anche se quest’anno la squadra italiana ha poco da dire nello sci di fondo, resta Dario Cologna per cui tifare. L’ottavo ho bisogno di biathlon. Il nono Ski cross (vedi terzo giorno). Il decimo il Team Sprint che per parecchi fa poco sci di fondo ma è televisivo (quei parecchi vorrebbero sgozzarmi per questa affermazione). L’undicesimo 10.000 metri di Fabris. Il dodicesimo vai Blardoneeeeeee. Il tredicesimo Carolina Kostner è un’appendice, la meraviglia della danza basta. Il quattordicesimo Bob a 4 senza i giamaicani che facevano pure folclore ma non li ho mai visti scendere. Il quindicesimo finale Curling; dai, parte a mezzanotte tra sabato e domenica, ce la faccio a restare sveglio. Il sedicesimo finale hockey con pronostico secco: Canada-Svezia 7-5. Da stanotte si parte.

giovedì 11 febbraio 2010

Insieme a Verona 35 anni fa

Meravigliose immagini anni '70.

Ma quello che ho notato e mi ha fatto bene sono i tanti tifosi napoletani che esultano e si confondono con quelli veronesi. Senza barriere né steccati.

Cosa è successo in questi anni?


lunedì 8 febbraio 2010

Juventus e Democrazia Cristiana

Ripensando alla storia della Juventus dagli anni ’60 in poi, un paragone, o meglio una traccia parallela (anche per il valore sociale e politico che il calcio ha assunto nel tempo) ne ha seguito il percorso. Le parabole che ho in mente, con molti punti di contatto, sono quelle della Juve e della Democrazia Cristiana.

Per molti in questi anni DC e Juve hanno significato cose accomunanti: squadra e partito paese, dove tutti potevano riconoscersi in una medietà figlia della poca competenza, ovvia per una popolazione che la mattina deve andare a lavorare; rifugio di senso per i tanti alla ricerca di sicurezze e sistematicità in due campi complicati da decifrare; fulcro di un sistema intricato e retto dalla poca trasparenza di tutti gli avversari; specchio nazionale di rappresentanza, ambasciatrici dei nostri modelli di stato e di calcio.

La Juve come la DC aveva pochi ma ottimi appassionati veri che ne propagandavano i buoni frutti e le perfette intese, moltissimi aderenti che, turandosi il naso, erano vicini alle squadre vincenti, molti ma divisi avversari i quali, consci del potere di sistema che le due squadre facevano, si adattavano cercando i loro spazi.

I percorsi paralleli di Juve e DC, molto vicini fino all’inizio degli anni ’90, si sono distanziati con Tangentopoli, fine di una Repubblica tenuta su dalla guerra fredda e dagli interessi di un settore industriale che la fine degli anni ’80 aveva irrimediabilmente trasformato. La Juve ebbe un contraccolpo con il nuovo potere milanista diventato d’un tratto irraggiungibile, ma le capacità di Agnelli di capire chi poteva ridefinire un nuovo sistema ha portato alla Triade e ad altre vittorie.


Ma nel 2006 è arrivata con ritardo anche la Tangentopoli juventina, distruggendo il sistema-Triade, indebolito dalla perdita di potere di Carraro, ma soprattutto imploso dalla guerra interna con i nuovi Agnelli.


Oggi, come la DC post-Tangentopoli, anche la Juve vive momenti di grande incertezza, senza una leadership interna che possa prendere in mano un nuovo corso. È qui il punto del discorso: alla Juve serve l’uomo forte, capace di tirare fuori l’azienda dalle ceneri e dai discorsi di stile che fregano una mazza a tutti (tranne a chi vorrebbe crearne una marca d’abbigliamento), di ridefinire un sistema basato su altre logiche, che non siano quelle predatoriali di Moggi e Giraudo, ma di sapiente distribuzione di servigi e prebende. Non serve più accentrare un potere e regalarlo a pochi eletti, ma distribuirlo (insieme ai soldi ovviamente) in maniera più diffusa e paritaria, a partire dai soldini Sky.



Serve in poche parole un Berlusconi del calcio, un dis-integrato del sistema capace di dire cose nuove in un tempo brevissimo, un nuovo riferimento per i medio-piccoli, un avversario morbido ma inconcepibile e inafferrabile per Inter e Milan.

venerdì 5 febbraio 2010

Spot olimpici - Immagini dello sport per gli altri paesi

In giro per la rete, ho pescato diversi spot per le prossime Olimpiadi della neve a Vancouver. Eccone un po'. Ci sarebbe da fare una bella disquisizione sull'immagine dello sport nelle varie nazioni, però è troppo complicato e ho troppo poco tempo. Se ci ragioniamo insieme però, ci possiamo divertire.

GERMANIA



USA



AUSTRIA



SPAGNA



CINA



INGHILTERRA

giovedì 4 febbraio 2010

Inghilterra "Il Maledetto United" di David Peace - 32squadre-32libri

All’Inghilterra per diventare l’Italia lippiana del 2010 serve davvero poco. I calciatori hanno gli anni giusti, né troppo giovani né troppo andati, con l’esperienza internazionale che serve per non farsi sotto in un ottavo di finale che finisce ai rigori, c’è un centravanti che fa i goal, un centrocampo che sa reggere e aggredire l’avversario, senza scoprirsi, una difesa che fisicamente regge qualsiasi impatto. Il portiere è un enigma, ma può succedere che un portiere per un mese gioca normalmente e può bastare. I dubbi sono nella tenuta mentale. Senza birra e figa mi rendo conto che è dura, ma serve stare sul pezzo un mese e Capello può anche diventare Sir. Il portiere per me sarà ancora una volta David James. Capello ha sempre preferito un titolare esperto e un secondo di prospettiva. Qui non ha nessuno dei due, ma James è l’unico che si avvicina di più. In difesa Terry prenderà le ramanzine per le corna inflitte a Bridge ma a giugno se ne saranno dimenticati tutti. Vicino ci vedo addirittura Upson, perché seguirebbe il capitano fin dentro il fuoco, ma alla fine giocherà Ferdinand. Le fasce sono di Glen Johnson, che tanti allenatori amano, e Ashley Cole. A centrocampo non ci sono tante perplessità. Finalmente qualcuno ha capito che Lampard deve giocare mezzala e Gerrard incursore, tenendo un mediano basso, Gareth Barry, a coprire i due. Il quarto girerà in base agli avversari. Lennon, Carrick, Beckham, Wright Phillips, Milner servono per cose diverse e giocheranno tutti spezzoni di partita. L’attacco ha Rooney stella cometa e poi? Per me Agbonlahor piace a Capello e se serve freschezza giocherà. Con le squadre più deboli Crouch serve più degli altri e Emile Heskey va a finire che si fa quella mezzora quando serve dare mazzate.
Ma che libro è “Il maledetto United” di David Peace? Agli amanti, ma anche ai semplici intrattenitori occasionali di letteratura sportiva non deve mancare. Al suo interno due binari convergenti e due storie: la prima va dal Clough giocatore al Clough mito del Derby County. Con i Rams si afferma e vince un campionato impossibile nel 1971/72. Prova a giocarsi la Coppa dei Campioni, ma la Juventus e gli italiani bastardi e mariuoli lo fregano (questo fatto potrebbe non fare una grinza ma ormai è strasentito per non essere palloso). Da qui il garbuglio si complica: il Presidente e quasi l’intero consiglio direttivo non lo sopportano perché vince senza ritegno, parla senza dare quel falso rispetto che si attendono i capi, allena schiacciando il mondo di una squadra tra le sue mani. Lo licenziano e il popolo s’infuria. Lui vorrebbe diventare capopopolo ma la realtà è più brutta di qualsiasi altro incubo. Per dispetto, per sfregio, per spregio, accetta la proposta fatta al mare da un sudato emissario del Leeds United, la squadra più odiata, la squadra che vince male e sputtana le idee di Clough sul calcio e sulla vita. Don Revie ha soccorso la Nazionale in ambasce dopo la notte di Tomaszewski. A lui, che puntava all’Albione per superbia e meriti, resta la nemesi e la vendetta: allenare il Leeds distruggendo lo stile di Revie e fare propri quei calciatori che lo odiano più di qualunque altro. A questo punto si riavvolge il nastro per partire dalla prima pagina, scorrendo la storia parallela dei 44 giorni di Clough al Leeds, in un delirio di cattiverie a cui tutti partecipano. I nomi e i caratteri di quegli anni scorrono per farsi ricordare e ripulire l’aria idiota che molti di loro hanno oggi. Questo il pregio primo, far vivere un’atmosfera calcistica che oggi esiste solo nelle sue sfaccettature impure. È una sfida di orgogli che ormai non si vede più. Domina l’idea malsana che siamo tutti professionisti.
Il libro è eccezionale perché vive dei pensieri di Clough, che sa di essere burattinaio e burattino insieme, e che conosce il mondo in cui vive. Non sembra mai vittima Clough, perché domina qualsiasi situazione, anche quelle in cui è disperato, anche quando perde in campo e nella vita, sa che il suo destino non si fermerà lì, sa che tutto ritornerà a girare nel suo verso.
Il libro è un turbine da cui non riesci ad uscire, anche grazie ad una scrittura martellante, che non lascia respiro, fatta di frasi che si arrotolano su se stesse e corrono veloci, lasciandoti l’esperienza dell’emozione provata attraverso gli occhi.
Ma Clough è un santo o un diavolo? Di sicuro è un uomo e David Peace ce lo fa capire bene, senza fermarsi all’immaginato. Un tuffo in un cervello. Fatastico.

martedì 2 febbraio 2010

La prima grande Nigeria

La prima grande Nigeria della storia è quella apparsa nel 1980, alla Coppa d’Africa organizzata in casa. Questi i protagonisti di quella squadra: Best Ogedengbe, morto il 28 settembre scorso per problemi dopo un’operazione agli occhi. È stato il gatto degli Shooting Stars; Christian Chukwu, grande capitano degli Enugu Rangers, in quegli anni riferimento primo del calcio nigeriano e nel 1977 vincitrice dell’African Cup Winners, battendo in semifinale il compagno di nazionale Ogedengbe e gli Shooting Stars; Andy Atuegbu, che quell’anno giocava indoor con i San Francisco Fog. Soccer America Magazine ha inserito il suo nome nel College Team of the Century; Segun Odegbami, una vita sulla destra pennellare cross in Nazionale e con gli Shooting Stars. Era chiamato “Mathematical”, perché ha studiato ingegneria, ma anche per la precisione dei suoi cross. Oggi fa il giornalista in patria; Mudashiru Babatunde Lawal, una carriera lunghissima, iniziata tardi perché faceva il meccanico.
Quel 22 Marzo, a Lagos, segnò due goal Segun Odegbami e uno Muda Lawal. L’Algeria schierava gli uomini del 1982, ma Madjer era infortunato ed entrò a partita in corso senza incidere.


lunedì 1 febbraio 2010

Ascesi e sport

Per aprire la settimana, vorrei riportare le parole di Don Marco Pozza, lette "Sulla strada di Emmaus". L'intervento è molto più lungo e vi consiglio di leggerlo qui, e a me ha favorevolmente interessato il discorso sull'ascesi e sul gesto atletico come metafora del desiderium naturale videndi Deum.

Ecco gli stralci dove si parla di questi due argomenti:


"... Il termine ascesi (dal greco askesis) vanta un campo semantico che oltrepassa la banale rinuncia, il distacco dal mondo, l'esaltazione esasperata del dolore come arma per affinare l'interiorità. Nel suo etimo originario tale termine evoca l'esercizio e la pratica per affinare qualche abilità. Per il popolo greco anche il soldato - che si esercitava nell'uso delle armi - e il lottatore - che s'allenava e s'apprestava alla battaglia - erano degli asceti. L'esercitazione nel bene e la repressione delle passioni nocive resero prezioso questo termine pure al fatto cristiano. Ma entrambe le sfumature - sia quella pagana che quella cristiana - fanno riecheggiare nell'animo l'idea dell'esercizio, dello sforzo, dell'applicazione per inseguire e conquistare determinati traguardi: diversi a seconda della prospettiva da cui s'inizia il viaggio.

Pure il corpo chiede applicazione e pratica per essere valorizzato e vissuto in modo positivo: non sarà difficile leggere dietro una sana passione per il proprio corpo un rispetto anche per l'anima che lo abita. In questo senso lo sport - e il gesto che ne è l'esplicitazione esteriore - possono essere letti come una forma ascetica, seppur senza religione. Anche un neofita dell'esercizio sportivo s'addentra ben presto nella frequentazione di termini che richiamano il sudore e la caparbia ricerca del meglio da conquistare: passione, applicazione, metodo, stile, fantasia, caparbietà, aspirazione, sogno, costanza, emozione, sacrificio. L'animo dell'atleta viaggia vicinissimo a quelle frequenze che fecero di gente dalla biografia comune grandi santi additati dalla chiesa: la sfida, il limite, l'oltre, l'ardire, il confine, il record. Il santo e l'atleta - pur partendo da posizioni diverse e partecipando ad aspirazioni diverse - tengono la convinzione che l'uomo sia proprio così: sempre oltre, sempre in stato di parto, sempre cacciatore lanciato all'inseguimento di una preda.

L'esperienza che invade e conquista l'animo di un giovane che s'addentra nelle cattedrali dello sport ha qualcosa che rinvia al concetto stesso del rapimento, dell'estraneazione, dell'estasi, della perdita e del ritrovamento di sé: termini che non sono per nulla estranei alla teologia cattolica e alla spiritualità che si tramanda di generazione in generazione. Dal momento che l'ascetica sportiva e quella religiosa tendono a ritrovarsi sotto il medesimo traguardo: quello di mettere l'uomo nudo di fronte a se stesso e spingerlo verso il bene massimo di cui è capace nel tentativo di accenderlo. Scrive Roger Bannister:

“Possiamo giocare a guardie e ladri con la realtà, senza mai affrontare le verità che ci riguardano. Nello sport ciò è impossibile. Con il suo confuso alternarsi di fallimento e di successo, lo sport ci scuote alle radici, ci spinge verso le più straordinarie scoperte su noi stessi, mette a nudo i nostri limiti e le nostre capacità”.

... La teologia medievale parlando dell'uomo ha tramandato la splendida affermazione del desiderium naturale videndi Deum: la convinta e convincente scommessa dell'incontro possibile tra Creatore e creatura. E' lo Spirito che - muovendo il cuore e aprendo gli occhi della mente - permette a Dio di attrarre l'uomo alla comunione con Lui infondendo un dinamismo nuovo; la grazia opera dall'interno e orienta i desideri dell'uomo. La predicazione aggiungerà il “di più” operando dall'esterno. D'altronde già Agostino era del parere che nessuno può insegnare alcunché ad altri perché «in interiore homine habitat veritas»: ragione per cui il possibile è solamente quello di far risuonare dall'esterno dei segni che destino la persona alla ricerca della pienezza.

Riconosciuta l'immanenza di questa intenzionalità e il suo innato tendere ad Deum, la necessità che ne consegue è quella di accendere i passi. Quando il cattolico discutere accademico - in particolare nel versante della Teologia Fondamentale - s'aggrappa al termine credibilità per mostrare la proposta di senso del messaggio cristiano, parte dall'evento della Rivelazione: Dio che impreziosisce il cuore dell'uomo e della storia stessa di quello che Karl Rahner definiva una forma di «magnetismo spirituale». Qualcosa che, acceso, inizia a far sintonizzare tra loro i due poli d'attrazione. Ebbene, la Rivelazione inserisce dentro la storia un orizzonte prospettivo del quale l'uomo non può ignorarne l'esistenza se vuole arrivare alla pienezza del suo essere: è un'offerta fatta alla storia di un qualcosa che vada oltre l'immanenza per accompagnare verso l'autenticità. Mutatis mutandis è un po' quello che s'innesta nel cuore dell'atleta quando si staglia all'orizzonte della sua immaginazione un traguardo da vincere, un record da abbassare, una strenua lotta da ingaggiare per arrivare a quel traguardo, a migliorare quella prestazione, a superare un limite ormai datato. Insomma: c'è qualcosa che riscalda il cuore dell'atleta e lo rende capace di significazione".