domenica 30 maggio 2010

"Quel Roma-Liverpool di un mercoledì da cani" di Massimiliano Graziani

Riscrivere di un partita non è facile. Oggi che gli archivi dei giornali sono quasi del tutto disponibili, è possibile andare a vedere cosa hanno scritto a botta calda le grandi penne, così da vivere dentro i fatti l’evento che si racconta. Le analisi sono più stringenti, i commenti più documentati, le emozioni più vere, lo stile magari più conciso ma pieno di fatti e reazioni. Per parlare di una sola partita di calcio quindi bisogna dire molto altro, scivolare sui pendii giusti, che non portano la lettura verso l’inimmaginato, ma che sappiano costruire percorsi paralleli in parte intersecanti. Un narrazione del genere, a più fili annodati, è quella di Massimiliano Graziani per il suo “Quel Roma-Liverpool di un mercoledì da cani”, che racconta la storia e le storie del 30 maggio 1984, il giorno in cui si giocò la finale di Coppa dei Campioni allo Stadio Olimpico tra Roma e Liverpool. Le vicende partono dalla cronaca personale di Graziani e dal suo essere tifoso giallorosso e si spingono verso una storia a più facce. Le facce dei giocatori in campo, con flashback e flash forward a tenere insieme vicende di vita tanto diverse, quelle dei tifosi che quel giorno erano le stesse di tante partite del passato e del futuro, quelle del mondo che gira intorno ad eventi del genere, che saranno sempre uguali in caso di vittoria e di sconfitta, quelle di chi non c’era e la ricorda ancora, ognuno distorcendola a modo suo. I ricordi di una partita epica rimbalzano per anni e, tramandandosi, si ingigantiscono, facendo diventare calciatori senza corazza e parastinchi dei prototipi umani assoluti: uno che sa calciare diventa la Grazia, quello che non si stanca mai la Determinazione, chi sbaglia il rigore la Condanna. Non piacendomi tale visione, non posso che complimentarmi con Graziani, che lascia a terra i calciatori di quella partita, ognuno legato in parte alle vicende di quel mercoledì.

giovedì 27 maggio 2010

I video di Archeologia dello sport 7: Rudy Altig, Vito Taccone, Italia-USA, Catanzaro-Roma

In questo periodo Archeologia dello sport sta proponendo una rubrica quotidiana che si chiama “Le tappe del tempo”, la storia del pedale attraverso il Giro d’Italia e la storia del ciclismo. Per i cari lettori di queste pagine, ringraziando di essere ospitati, abbiamo scelto due filmati tra i più divertenti e significativi.
Nel Trofeo Baracchi 1962 Rudy Altig trascina alla vittoria uno sfinito Jacques Anquetil, arrivando perfino ad “umiliare” il re normanno del cronometro.



Al Giro d’Italia 1965, tappa di Maratea, sprint “rissoso” fra Luciano Armani e Vito Taccone.
Dopo la linea del traguardo Armani rincorre Taccone per dirgliene....quattro. Immagini divertenti della Logos Tv con il commento di Beppe Conti, quest’anno valore aggiunto nelle tribune del Giro.



BASKET AZZURRO UNA VITTORIA STORICA
Quarant’anni fa il mondo girava più piano: in quel maggio 1970, l’immaginario collettivo era rivolto alla nazionale italiana del calcio che stava per volare in Messico. Ma nel mese di maggio un’altra nazionale è impegnata a Lubiana in un altro mondiale, gli azzurri del basket superano i maestri statunitensi. Le fasi di quello storico ITALIA-USA 66-64 sono descritte da Luca Corsolini per per Tv Koper



Permetteteci di tradurre questa frase latina alla maniera di uno scolaro improvvido: c’era il vento!
La partita Catanzaro-Roma del campionato 1981/82 viene sospesa a causa del forte vento nella città calabrese. Si rese necessario un altro incontro che termino 1-1. LE IMMAGINI DI QUEL RECUPERO sono state riprese dal film di Alberto Sordi IO SO CHE TU SAI CHI IO SO. La voce inconfondibile è di Enrico Ameri.



via Archeologia dello sport

martedì 25 maggio 2010

Sottrarre la scrittura dall'impero delle immagini. Intervista ad Alessandro Leogrande

Alessandro Leogrande ha curato un libro sul calcio. Questa notizia mi è arrivata alle 11.30 di un venerdì e ho passato un bel week-end, avendo letto "Uomini e caporali".

Letto e recensito Ogni maledetta domenica, mi sono spinto verso l'intervista per capirne di più della sua idea di sport e letteratura.

Calcio e letteratura, due mondi che spesso cercano di toccarsi. Solo un pretesto o c’è del narrativo vero nel marcio magico del calcio?

Per molto tempo, lo sport è stato considerato un argomento basso dalla letteratura. Poi si è aperto un varco: dapprima con il ciclismo, poi con il calcio. Anzi, raccontarlo è stato un modo per allargare il fronte del realismo (uso la parola realismo in senso lato, senza un riferimento a specifiche correnti letterarie). Pasolini, Soldati, Arpino hanno scritto splendidamente di calcio, come prima di loro Pratolini, Gatto, Buzzati hanno scritto splendidamente di ciclismo. Oggi che le distinzioni tra alto e basso (e direi anche tra letteratura e non-letteratura) sono saltate, si scrive tantissimo di calcio, in forma di fiction e in forma di non-fiction. Credo sia in fondo una cosa normale: il calcio fornisce ancora, nonostante tutto, brandelli di epos in una società priva di epica. Non solo: come dimostra l'ultimo campionato, è uno sport ancora largamente imprevedibile, in cui uno squadrone come l'Inter può essere inseguito e rimontato dalla Roma, e la parola fine viene scritta solo all'ultimo minuto dell'ultima giornata. La sua struttura narrativa è quindi immediatamente letteraria, o addirittura cinematografica.

Il giornalismo sportivo in questi 20 anni si è completamente trasformato. Chi scrive non può più fare cronaca pura, tutti hanno già visto quello che si doveva. Resta il commento, l’approfondimento, l’analisi, il retroscena, il gossip. È un’evoluzione secondo te?

Sicuramente il cambiamento è stato radicale, anche se non sempre le evoluzioni tendono verso il peggio. L'epoca del giornalismo eroico (altra faccia della medaglia dello sport eroico) è definitivamente tramontata, mentre nell'epoca del dominio totale dell'immagine (quella in cui viviamo) qualsiasi evento sportivo è di fatti filmato e riproducibile all'infinito. L'incanto rischia di svanire: il ricordo puro non esiste più, tutto può essere rivisto e quindi smitizzato. Ciononostante esistono ancora degli spazi di dissidenza e di racconto. A volte ci sono ancora dei retroscena profondamente umani, se non propriamente eroici. Quando ad esempio Gianni Mura va su un campetto di provincia per inseguire Damiano Tommasi e raccontarne una partita, porta a casa un racconto radicalmente diverso. Sottratto alle immagini, e quindi nuovo.

La letteratura sportiva spesso va paurosamente incontro all’epica, scadendo nel grottesco inconsapevole. Scrivere di sport può essere anche un modo per raccontare altro (come avete fatto benissimo con il libro che hai curato “Ogni maledetta domenica”), al di là delle imprese in sé?

Lo sport è uno specchio formidabile della società. Raccontarlo vuol dire raccontare questo specchio. Non è importante raccontare il campo da gioco, ma ciò che accade a pochi metri di distanza. E la relazione materiale e immateriale che si stabilisce tra dentro e fuori. Per questo è importante saper raccontare il tifo, ed è altrettanto importante saper ricostruire la biografia di alcuni calciatori o allenatori (magari outsider, non necessariamente celebri), la cui vita dice qualcosa anche della nostra società e delle sue trasformazioni.

Il calcio è tante cose, rovinato da tutto. Scriverne è una catarsi o un’incancrenire la semplicità del gioco?

Scrivere può essere anche autoreferenziale e inutile. Nelle ultime due settimane, in vista dei mondiali, ad esempio, sono usciti decine di libri sul calcio. Di molti non se ne sente la necessità. Di alcuni sì. Il problema allora non è scrivere, ma come scrivere, cosa voler illuminare. Ogni volta che ci si allontana dal linguaggio giornalistico-televisivo-medio o dall'epica di zucchero (e allo stesso tempo un po' reazionaria) si fa qualcosa di utile.

Il tuo scrittore di sport preferito e perché?

Fare un nome è difficile, perché se ne escluderebbero tanti altri. Però penso che il libro più bello che ho letto sul calcio è Futebol di Alex Bellos. Sul tifo (in quel caso sul tifo violento) è invece Tra i furiosi del calcio di Bill Buford.

Del tuo calciatore preferito (tutti inclusi, anche i trapassati) cosa scriveresti sulla sua lapide?

Beh, visto che la risposta potrebbe risultare jettatoria, parlerò solo di alcuni dei miei calciatori preferiti tra i già trapassati. E allora penso a Obdulio Varela, il capitano dell'Uruguay del 1950. Sulla sua lapide scriverei ciò che realmente fece: “Vinse un mondiale consolando i tifosi del Brasile sconfitto al Maracanà.” E poi George Best. Sulla sua lapide scriverei ciò che realmente disse: “Ho speso gran parte dei miei soldi per donne, alcol e automobili. Il resto l'ho sperperato.”


E sulla lapide del tuo scrittore preferito?

Mi è difficile pensare a una lapide per i miei scrittori preferiti. Sulla tomba di Carlo Levi, ad esempio, nel piccolo cimitero di Aliano, in Lucania, c'è scritto solo nome cognome, data di nascita e data di morte. L'essenziale, ogni altra parola in questo caso sarebbe superflua.

Hai 10 posti liberi per giocare una partita di calcio da vincere, chi convochi?

L'Italia del 1982. Ricordo davvero la formazione a memoria: Zoff Gentile Cabrini Oriali Collovati Scirea Conti Tardelli Rossi Antognoni... e magari entro io al posto di Graziani.

Hai 5 ghost writer a disposizione per il tuo libro definitivo, chi convochi?

Il ghost writer è chi scrive anonimamente i discorsi o libri di chi (in genere uomini politici) non ha tempo, voglia o capacità di infilare dieci righe che abbiano un senso. Non me ne servirei mai in tutta la mia vita, mai. Se invece la domanda si riferisce agli editor, a coloro i quali leggono un manoscritto già steso, segnalando errori e refusi che lo scrittore non vede o individuando punti da sviluppare ulteriormente, beh, il loro lavoro è indispensabile. E in tutte le case editrici con cui ho collaborato ho trovato editor e correttori di bozze di grandissimo valore.


Come hai sviluppato le tematiche e la cura di “Ogni maledetta domenica”?
Un curatore bravo, deve…

Un curatore bravo deve dare le giuste indicazioni, essere molto chiaro nel definire il progetto di fondo del volume. Deve saper ragionare insieme a chi scrive sul percorso da intraprendere per raggiungere almeno una parte degli obiettivi che ci si è prefissati, ma soprattutto deve saper ascoltare gli interessi, le urgenze, le ossessioni degli autori con cui lavora e aiutarli a sviluppare questo magma con calma. Sviluppare cioè tutto questo in un racconto che sia lungo, pieno, complesso e non strozzato dalla fretta di giungere al termine.

mercoledì 19 maggio 2010

Tutti a Guidonia

Per fortuna in Italia qualcuno va ai Festival letterari, partecipa ai concorsi e gira per le diverse Fiere del Libro. A Guidonia, dal 27 al 30 maggio, ci sarà All’incrocio delle righe, Festival del racconto sportivo.

Cliccando qui potete leggere il ricco programma. Chi è di zona, non si faccia vincere da shopping outlettanti.

martedì 18 maggio 2010

Io non sto con Dunga

Si fa un errore di stima quando si usa la famosa espressione: “Nel nostro paese siamo 50 milioni di CT dell’Italia”. Questo è in parte falso, perché oltre all’Italia siamo sul pezzo anche per le altre 31 squadre qualificate e per un altro numero imprecisato di nazionali a cui andrà meglio la prossima volta. Proprio per questo motivo, dopo aver parlato di Maradona e Argentina, mi sembra giusto parlare anche di Dunga e Brasile, con i 23 sotto mano. Se Maradona, per me, ha motivi più che validi per le sue scelte, Dunga ha lippianamente chiuso le prospettive del suo calcio, portandosi appresso i fedelissimi, tutti usurati da campionati pessimi (vedi Kakà) o faticosi (vedi Maicon). Il punto di partenza è che il Brasile ha la difesa più forte del mondo. E su questo magari non ci piove, ma puntare tutto sull’arrocco difensivo, previo golletto da assicurare, in Sudafrica non può durare. Gli schermi difensivi sono addirittura due, Gilberto Silva e Felipe Melo, lenti ogni giorno di più e faticosamente capaci di registrare qualche passaggio che faccia guadagnare campo. Tra gli 11 è obbligatorio l’inserimento di Ramires, ma non c’è comunque il regista che modera il gioco. Le mezzeali dovrebbero essere il fiore all’occhiello: Elano, quest’anno involuto sia nella fase di recupero che in quella di inserimento, Kakà, pubalgia o non pubalgia, con il passo stanco di chi ha già accelerato troppe volte, Robinho, lunatico come i suoi dribbling che in Europa non hanno fatto proseliti. Un goccio di brasilianità nel motore totalmente europeo di questa squadra ci doveva essere e uno della nidiata Under 21 (Giuliano, Erick Flores o uno ancora più attaccante come Douglas Costa) poteva farsi il viaggio. L’attacco è completo ma nessuno quest’anno ha fatto sfracelli. E poi c’è ancora un altro appunto, che molti contesteranno: per come è costruita la squadra e per il tipo di calciatori che giocheranno titolari a centrocampo, il non aver portato Ronaldinho è il più grande errore di Dunga.

giovedì 13 maggio 2010

Io sto con Maradona

Quando più di tre persone ti dicono che stai sbagliando, vuol dire che devi continuare così. È una frase che in questo momento storico sta a pennello a Maradona e a me, perché entrambi convinti, nonostante ci prendano per culo un po’ tutti, che Cambiasso e Zanetti in questa Argentina non servivano. Esteban Cambiasso ha giocato quest’anno più di 50 partite ed è in questo momento al vertice della forma. Non può giocare mezzala, né essere posizionato su un lato del centrocampo, deve giocare davanti alla difesa, dove Maradona ha impostato dalla sua prima partita da tecnico Mascherano. Mascherano deve giocare perché Maradona gli ha dato le redini difensive della squadra e non può farlo insieme a Cambiasso, altrimenti non si aprirebbero spazi per le mezze punte argentine, servite con lentezza da due calciatori non eccelsi nell’accelerazione del gioco palla a terra. A questo punto meglio uno dal pensiero veloce che fa girare rapidamente la palla. Maradona, che ha sempre adorato i calciatori flemmatici ma abili ad attivare le mezze punte (vedi Romano fortemente voluto per il primo scudetto e Batista, vero alter ego maradoniano in Messico e Italia), ha scelto Veron invece di Gago, e su questo potremmo discutere.
Javier Zanetti è un altro calciatore al massimo possibile della forma e Mourinho lo sta spremendo come non mai in un triplo ruolo che fa bene alla catena di destra perché l’Inter ha un terzino di fascia che sale molto e ha bisogno di copertura. Maradona non ha Maicon o un facsimile e allora Zanetti dovrebbe ritornare a fare il laterale destro di difesa, ruolo nel quale nemmeno Mourinho lo fa giocare, mentre sulla mediana destra, dove invece il portoghese lo impiega, non serve in un centrocampo con Veron e Mascherano che ha bisogno di aprire rapidamente palla sulle fasce presidiate da calciatori agili e abili a saltare l’uomo.
Zanetti-Cambiasso è un duo che deve essere preso a scatola chiusa e riproposto così com’è. Maradona ha in mente un altro calcio e ha preferito giocarsela come vuole. L’11 luglio vediamo chi ha ragione.

domenica 9 maggio 2010

I video di Archeologia dello sport 7 - Juve 1973, Italvolley, Gino Bartali

HITCHCOCK HA DETTO JUVENTUS
Siamo alle battute finali del calcio nazionale; il finale di Campionato più incredibile riguarda indubbiamente la stagione 1972/73, una serie di colpi di scena che indussero IL CORRIERE DELLO SPORT a titolare la giornata con il titolo di cui sopra. Vi invitiamo al riepilogo di questa TRENTESIMA GIORNATA DEL 20 MAGGIO 1973 che testimonia con un flash anche il goal con cui Loris Boni, forte centrocampista blucerchiato, portò in salvo la Sampdoria a Torino. Immagini Rai-Logos, audio ridescritto per necessità di divulgazione storico-culturale, il goal scudetto di Cuccureddu è raccontato con la diretta radio da TUTTO IL CALCIO MINUTO PER MINUTO - radiocronista Sandro Ciotti.



IL GIRO CON FRANCESCO PANCANI
Da quest’anno il bravissimo telecronista toscano è la prima voce del Giro d’Italia. Qui lo vediamo impegnato nell’altro suo sport brillantemente commentato. La finale degli europei di pallavolo 1999 ITALIA-URSS 3-1 a Vienna



OMAGGIO A GINO BARTALI
10 anni fa proprio alla vigilia del Giro d’Italia ci salutava Gino Bartali. Vogliamo ricordarlo con il successo nella tappa di BOLZANO 1950, che nelle fasi iniziali aveva visto il ritiro di Coppi caduto a Primolano. (Logos Tv)



Molti altri video su Archeologia dello sport.

venerdì 7 maggio 2010

I due post sui mondiali per Stone Island Football Blog

Ho completamente dimenticato, come se interessasse davvero a qualcuno, che da un paio di settimane scrivo di Mondiale sudafricano su Stone Island Football Blog.

Inserisco di seguito i due post per adesso pubblicati.

Il primo sulla possibilità/sogno di una vittoria africana in Africa

Il secondo su quelli che ci mancheranno mentre sono al mare a trastullarsi

Mi piacerebbe parlarne con chi ha voglia, perché questi Mondiali, come tutti, non vedo l'ora che arrivino e non passino mai.

martedì 4 maggio 2010

Il più mancino dei tiri cambia la vita

Per caso, un mattina vieni a sapere che uno dei più grandi intellettuali italiani, l’unico autore del quale compri i libri appena usciti, senza aspettare edizioni e cali di voglia, è morto.
Ho spesso detto in diversi posti che il libro di letteratura sportiva più bello che abbia mai letto lo ha scritto questo signore, che andava dalla filosofia ai balli di gruppo, dalla politica al saper palleggiare con la stessa grazie profonda, stracolma di una sapienza che disturba.

Edmondo Berselli con “Il più mancino dei tiri” ha in parte cambiato la mia vita, facendomi riflettere sul valore del tipo di letteratura a cui è dedicato questo blog.

Per questo motivo, vi invito a leggere l’articolo di Gabriele Romagnoli che parla del libro:

E chi non lo ha letto, vi prego, fatelo.