mercoledì 29 settembre 2010

"Il calcio. Teatro di vita" di Jean Damien Lesay

Il prologo di Denis Podalydès per il libro “Il calcio. Teatro di vita” di Jean Damien Lesay (Angelo Colla Editore), butta giù in poche righe un paio di riflessioni da pensarci la notte. “Il calcio contemporaneo resiste strenuamente alla letteratura. Il linguaggio con cui se ne parla è sempre stereotipato”. Il calcio, insieme ad altri sport ha perso gli aedi e i narratori che raccontavano le gesta dei campioni-eroi, ha buttato via un linguaggio così pieno di metafore e significati particolari da divenire un vero e proprio codice-mondo, ha messo in cantina lo sportivo che è nel gesto tecnico, per ammirarne le conseguenze su tutto quello che lo circonda.
Mentre prima erano lo stadio per il calcio, la strada per il ciclismo, i palazzetti per il basket, la piscina per il nuoto ad essere i campi delle imprese, oggi questi luoghi sono la cassa di risonanza “obbligatoria” di storie di uomini, che vivono fuori da quello spazio e a volte sono in evidenza per qualcosa che non lo considera.
Il passaggio dal dribbling di Maradona alla testata di Zidane non è soltanto il viaggio verso un calcio diverso, ma un modo di intendere lo sport in relazione alla massa totalmente differente.
Prima lo sport viveva di gesti, oggi di parole, in una frase ecco spiegato il semplicissimo arcano.
Partendo da questa premessa, il libro di Lesay cerca di tirare fuori dal calcio l’ultimo barlume di bello sportivo che riusciamo ancora a raccattare in giro, lanciando più di uno sguardo invece al passato, dove tutto questo accadeva in modo costante. Le facce del tragico vanno dai gol di Sindelar dopo l’Anschluss alla Honved smembrata, dalla goccia di Zagabria ai ripensamenti dei Rangers. Le storie più belle sono quelle del recente passato sportivo, in cui l’autore fa emergere alcune figure rilucenti (Robin Friday), misteriose (Yuri Gazzaev) e assurde (Gheddafi, il figlio calciatore).
Leggete il libro non solo per le storie ma per capire come non serve solo il tempo per creare un mito.

mercoledì 22 settembre 2010

La sfida filosofica di Mourinho

Mourinho non è un allenatore, una persona come le altre, soprattutto come quelle che in televisione vediamo dal dì alla sera. Sa capire cosa sta facendo, senza l’obbligo di dimostrare di essere Mourinho, quello che la domenica sbraccia davanti alla sua panchina. Riesce a comprendere l’ambiente in cui si trova, le situazioni che deve affrontare e a soppesare la gente che gravita nel suo mondo, predisponendo se stesso e incanalando gli altri verso quello che lui vuole. Una capacità magnetica che hanno avuto pochi e che oggi sembra latitare nello scintillio della pochezza mediatica da cui prendiamo i riferimenti. Ho seguito per una settimana intera Mourinho nel suo nuovo regno madridista e tutto quello che ho premesso mi è apparso con grande evidenza. A Milano doveva essere il capopopolo, il ribelle con lo scettro in mano, un signore che doveva far splendere sempre di più una squadra di battuti, nonostante vincesse da alcuni anni anche con Mancini. Per essere vincente all’Inter serviva solo vincere tutto e ci è riuscito facendosi amare alla follia. A Madrid invece Mourinho è l’espressione del potere, non è più un principe in cerca di nuovi possedimenti ma il re che da sempre domina lande sconfinate in Europa e nel mondo. Da re non può più fare crociate improvvisate, non fa salire nessuno al suo livello per lo scontro quotidiano a cui eravamo abituati, non concede alibi che non siano aristocratici (la pochezza del gioco non ha creato polemica ma è stata scusata, con gentilezza e tatto, dall’intenso inizio di campionato dopo la preparazione). All’Inter Mourinho non aveva nemici fissi ma solo comprimari, da denigrare per far accelerare nei loro confronti l’odio del proprio esercito. Ranieri è odiato dagli juventini perché gli ha lasciato troppo spazio di manovra dialettica, Mancini non esiste più per gli interisti dopo alcune parole poco nostalgiche del portoghese, Ancellotti se ne è andato, con i milanisti che hanno pianto appena cinque minuti. Nessuno reggeva la personalità di Mourinho e in Italia chi dimostra debolezza è messo da parte. A Madrid invece ha un nemico, quasi unico, che non s’incarna in una persona (non è Guardiola, che è troppo amato, per cui una guerra contro di lui creerebbe solo ricompattamento ancora più forte delle fila invece dello sfilacciamento juventino e milanista), ma in un universo che deve cercare di debellare dalle fondamenta, dal valore dell’estetica nel calcio a favore della concretezza. Le interviste che ho letto vanno proprio in quella direzione: il Real vince nella storia e nel futuro perché sa cosa vuol dire giocare al pallone, il Barcellona ha vinto molto meno perché pensa che il calcio sia una disciplina sottoposta alla votazione di una giuria di tecnici. Mourinho è pronto per la sua nuova avventura che non sarà più a base di scontri verbali e tirate contro i singoli. La sua sfida da questo momento è filosofica: dimostrare che nel calcio la bellezza è nella vittoria, senza cedimenti fascinosi a niente altro.

domenica 19 settembre 2010

"Era l'anno dei Mondiali" dell'Osvaldo Soriano Football Club

Sono passati 7 anni dalla lettura a perdifiato (il fiato si mozza anche da seduti, per colpa della bellezza) di Schema Libero, raccolta di racconti degli autori dell’Osvaldo Soriano Football Club. Non l’ho in questo momento sottomano ma non posso dimenticare, tra tutte, la storia, per il calcio scema (in Campania vuol dire con poco sale), ma per la letteratura perfetta, del destro di Scaratti in una fredda giornata polacca.
Dal caso Scaratti e dagli altri racconti di quella raccolta, mi fu chiaro che scrivere di calcio è come ricamare ad uncinetto: per ridare un lavorato pregiato bisogna partire dal guizzo di un singolo punto.
Questa estate, una nidiata altra dell’Osvaldo Soriano ci ha riprovato, legandosi al Corriere delle Sera, con “Era l’anno dei Mondiali”, soggetto strappalacrime come pochi per l’italiano vero, diviso perfettamente a metà: c’è chi calcola gli eventi personali a partire dall’acquisto dell’automobile e chi dall’inizio del campionato mondiale di calcio. Ogni mondiale da il senso di una crescita, fa tirare una riga su quattro anni di esperienze che vanno a frullarsi nel destro di un’ala lenta o nella parata a mano aperto di un portiere basso.
Anche per “Era l’anno dei Mondiali” vige, legge di gusto che diventa stile, l’approccio minimale, esaltando un gesto, un personaggio secondario, un aneddoto che ne richiama in testa tanti altri. Fabio Geda ci parla di Langenus, una pertica belga che fu fatto arbitro della prima finale della storia, Paolo Sollier della scoperta del termine oriundo, Carlo Grande di un ‘66 stupendo perfino per gli inglesi, Alessandro Perissinoto di un culo che, come sanno anche le pietre, può oscurare il mondo. Altri racconti tirano fuori vicende di strada e campi di campagna (Claudio Menni), la parabola del campione distrutto e distratto (Luigi Sardiello), Via Pal alla casertana (Francesco Forlani), la scia di un capolavoro (Azzurro Tenebra con Carlo D’Amicis), l’avventura contrastata del sogno ’82 (Francesco Trento) e quel tiro di Cubillas, visto in una tv troppo bombata e ricordato, come deve essere per le tracce d’amore, di notte (Sandro Veronesi). Tutto ruota intorno al ritratto di Varela fatto dall'Osvaldo in persona, perno mica male intorno a cui far girare la squadra.
I racconti accompagnano lo scorrere dei Mondiali, dicendoci qualcosa sulla Storia, ma per fortuna restando lontani dall’"io c’ero", tomba di ogni vicenda veramente appassionata.

venerdì 17 settembre 2010

I giovani calciatori e il passaggio saltato.

Quando perdiamo le battaglie in Italia sappiamo subito, appena un secondo dopo, cosa andava fatto per vincerle (quando perdiamo le guerre invece ci alleiamo con gli avversari). Le battaglie perse in terra sudafricana, con un esercito più impantanato della ritirata di Russia, ha emesso nel day after il rimedio per far ripartire il nostro calcio: puntare tutto sui giovani e che siano ventenni, già i venticinquenni sanno di stantio.
Ragionando sul male e il medicamento suggerito, anzi consigliato a forza, c’è da appuntare una cosa che pochi (nessuno?) ha evidenziato. I ventenni che hanno giocato un buon numero di partite in questi ultimi 3 anni chi sono e come sono messi? Santon, Pato, Balotelli, Poli sono chi per un motivo chi per un altro tutti infortunati. Prendere un ragazzo dalle giovanili e spararlo bello fresco in un tourbillon di partite a rapidissima successione, a cui aggiungere allenamenti pensati per trentenni al massimo della forma e dello sviluppo fisico, può essere un male peggiore. I calciatori di venti anni oggi non sono pronti fisicamente per il calcio contemporaneo (lo dimostra anche la nidiata Juventus che ha avuto per molto tempo Giovinco, De Ceglie e Marchisio infortunati). Sforzarli troppo in un ritmo di partite forsennato procura danni di crescita fisica che li costringe a frenarsi troppe volte, facendogli non solo perdere l’abbrivio della carriera iniziata presto ma influendo negativamente anche sui primi 5 anni di carriera, decisivi per prendere un posto da titolare in una squadra top.
Rispetto al passato, dei due passaggi decisivi per formare i giovani calciatori, uno è rimasto, mentre l’altro, forse ancora più decisivo, è completamente saltato. La formazione fisica e caratteriale attraverso la serie B e la C è un passaggio che ancora viene cercato, nella speranza di non dimenticarsi il giovane lì dov’è. Il secondo step fondamentale invece non esiste più, l’entrata in squadra con calma, giocando a partita iniziata per 15-30 minuti. Con rose enormi e calciatori già formati, che non sopporterebbero essere scavalcati da un giocatore di primo pelo, viene meno questa fase fondamentale per far comprendere al calciatore cosa vuole dire grande calcio, senza spremerlo troppo e subito, lasciandolo in balia degli infortuni.

mercoledì 15 settembre 2010

I video di Archeologia dello Sport 11: Damilano, Gimondi, Jugoslavia.

DA....MILANO A TOKYO
Primo giorno di gare ai mondiali di Tokyo 1991: subito in programma LA 20 km di MARCIA. Maurizio Damilano, già campione olimpico a Mosca 1980 e mondiale a Roma 1987, corona la sua immensa carriera andando a vincere il titolo mondiale anche nella capitale nipponica. È vinta la resistenza del giovane sovietico Tchennikov, che tra l’altro “sprinta” un giro prima. Immagini Rai nel commento di Marco Franzelli.



UNA CLASSICA DECADUTA
In un periodo felice della sua carriera (ha appena vinto la Roubaix), un giovane Felice Gimondi s’impone al traguardo di una corsa storica, che poi conoscerà un lungo periodo di declino: ecco a voi le immagini della vittoriosa PARIGI-BRUXELLES 1966.



L’ULTIMA JUGOSLAVIA UNITA
Agosto 1990: finale dei mondiali di basket a Buenos Aires. LA JUGOSLAVIA S’IMPONE PER 90-75 ALL’URSS. Le immagini di quella gara da Italia 1 con il commento di Sergio Tavcar, già storico commentatore di Telecapodistria. Qualità non eccelsa delle immagini.







via Archeologia dello Sport

mercoledì 8 settembre 2010

Reportage sportivo dall'Egitto. La nazionale del 1986 e Tamer Bayoumi dal vivo

L’Egitto è troppe cose insieme, forse perché i millenni ne hanno segnato il passo, oggi faticoso ma comunque affascinante, nonostante la povertà e il potere con cui è difficile dialogare. Per le strade del Cairo non ci sono mendicanti, ma tutti cercano di venderti un pezzo della loro storia e della loro vita, contrattando con gli occhi di chi vorrebbe tenersi tutto per sé. Di sport ne ho visto un po’, mentre cercavo di riprendermi dallo splendore del deserto verso Abu Simbel. Un canale televisivo su tutti, che festeggiava i suoi 50 anni di vita, trasmetteva vecchie partite, importanti per la storia della nazionale egiziana di calcio. Verso l’1 di notte, mentre fuori si spargeva l’aria che fa del Medio Oriente la terra dove tutto è nato, in tv davano Egitto-Marocco del 17 marzo 1986, semifinale di Coppa d’Africa. L’Egitto in quella edizione partì malissimo, perdendo l’esordio contro il Senegal, ma le vittorie su Costa d’Avorio e Mozambico permisero il passaggio del turno. In queste partite segnò i primi gol Gamal Abdelhamid, che sarà idolatrato e odiato sia dai tifosi dell’el Ahly che da quelli dello Zamalek. La partita contro il Mozambico fu risolta da uno dei più grandi giocatori africani di sempre, Taher Amer Abouzahid. Nel 1981, ai Mondiali di calcio Under 20 in Australia aveva impressionato tutti con la sua classe, divenendo top scorer della manifestazione, ripetendosi 3 anni dopo nella Coppa d’Africa 1984 organizzata dalla Costa d’Avorio, con i Faraoni battuti in semifinale dalla Nigeria ai calci di rigore e nella finalina dall’Algeria, con un 3-1 firmato Madjer, Belloumi, Yahi, Abdelghani per l’Egitto. Abouzahid è stato per anni il faro e il 10 dell’el-Ahly e se ne parli per strada ancora oggi si inumidiscono gli occhi di tutti. Quella semifinale fu decisa da una sua punizione di sinistro davvero stupenda per traiettoria e precisione. Un tiro secco, liscio, veloce, senza scuse. Il Marocco era la sqaudra che farà soffrire agli ottavi la Germania Ovest finalista di Messico 1986.
Per mio grande giubilo, due giorni dopo la stessa televisione propose la finale di quella edizione, giocata allo Stadio de Il Cairo, il 21 marzo 1986. Di fronte i padroni di casa e il Cameroon, campione in carica. Partita più brutta della sfida di semifinale, con la fisicità dei vari Kana Biyik ed Emile Mbouh, abbinata alla classe sopraffina di Nkono e Milla, capace di arginare la forza dell’Egitto e l’urlo del suo pubblico, straripante quel giorno per spingere i Faraoni. Tutto si risolse ai rigori e lo stadio esplose insieme a tutta la città.
Queste le mie esperienze sportive in una terra dove tutto sembra risplendere senza pomposità. Solo un’appendice: nel mio albergo si riuniva la nazionale egiziana di taekwondo per uno stage. Non lo sapevo e vicino a me alla Reception è comparso Tamer Bayoumi, bronzo a Pechino nei 58 kg. A me ha fatto un bell’effetto, alla mia ragazza un po’ meno.