venerdì 31 dicembre 2010

L'uomo del'anno 2010

Ma perché tre partite saltate per infortunio fanno scordare tutto?








Se tutto ciò l'avesse fatto Messi, adesso sarebbe imperatore di qualche regione antartica.

lunedì 27 dicembre 2010

"L'alieno Mourinho" di Sandro Modeo

Dopo averne sentito parlare con entusiasmo e aver letto recensioni ottime, ho letto il libro di Sandro Modeo, “L’alieno Mourinho” (ISBN Edizioni – 2010), e ho scoperto che quel che si diceva era tutto vero…. anzi no. Non solo Modeo con questo libro scende nelle profondità abissali del personaggio sportivo di questo cinquantennio (potrebbe diventarlo sul campo Messi se vince il Mondiale 2014 in Brasile, ma ce la fa?), avvincendo il lettore (provateci voi, parlando di un uomo e del suo volere), ma traccia un indirizzo da seguire per la letteratura sportiva italiana contemporanea (la dicitura è un po’ enfatica ma il discorso torna). In “L’alieno Mourinho” Modeo fa voltare pagina allo scrivere sportivo, grazie a quattro innovazioni.

Nuova metodologia di approccio alla materia: Modeo studia il calcio mixando prospettive d’analisi diverse e facendole convergere intorno al tema sportivo, che è insieme fatto sociale e fenomeno di scienza, (umana ma non solo: psicologica, neurobiologica, antropologica, fisiologica), oltre che fulcro narrativo. Se Berselli con “Il più mancino dei tiri” scrive il libro in cui il calcio è traccia mnestica e plot di base per un romanzo pienamente contemporaneo (dove memoria, senso sociale e storia si confondono, in pratica quello che riesce a fare anche Saviano), “L’alieno Mourinho” è il saggio di partenza per una nuova fase di studi intorno al fenomeno sportivo/calcistico. Il punto di partenza è la vita socio-psico-neurologica di un allenatore di calcio, tracciata e analizzata sotto molti punti di vista: parallelismi storiografici, dinamiche neurologiche, connessioni culturali, rimbalzi biografici.

Nuovi riferimenti culturali: Una prospettiva metodologica così multidimensionale spalanca le porte a nuovi riferimenti culturali per la letteratura sportiva. Neuroscienze, fisiologia, antropologia, storia delle tradizioni popolari, filosofia della scienza, analisi del linguaggio, scienza dell’organizzazione (alcune sono già state esplorate scrivendo di calcio, ma mai in una visione comune). Questi riferimenti elevano la tematica sportiva ad argomento pienamente contemporaneo, superando di slancio l’aneddotica debole e l’epopea spiccia della maggior parte dei libri di sport.

Nuovo linguaggio: Le premesse metodologiche precedenti portano come conseguenza la necessità di un linguaggio nuovo per scrivere di sport. Il connettere per la stessa analisi prospettive così differenti, fa aprire ad un linguaggio al limite tra scienza e poesia, prosa romanzata e didattica. Oltre a ciò, la grande capacità di Modeo è quella di staccarsi dai vecchi termini, pensandone altri (sulla scia anche delle discussioni tattiche di questi ultimi 20 anni). Calciatore come “unità funzionale”, organizzazione della squadra per principi e non per schemi, la “narrazione motiva” che deve essere dentro ai flussi di lavoro (come quello del calciatore), sono i nuovi key terms da comprendere e su cui basarsi per una nuova scrittura calcistica.

Nuovo stile: Infine lo stile, pienamente maturo, nonostante questo libro fosse il primo “lungometraggio letterario” di Modeo sul calcio. Le metafore storiche (Guttmann, Arthur Jorge, ma anche extra come Houdini) che segnano le tracce da seguire per conoscere il personaggio e il suo agire, la spiegazione dei processi interiori di Mourinho e sistemici della squadra, senza cadere nello scientismo esasperato, il discorso diretto romanzato che chiude un concetto tirando dentro la riflessione del lettore, concetti filosofici tenuti a bada e non lasciati andare senza un filo rosso per cui avessero senso nel contesto (di calcio ho letto libri orribili, in cui ogni azione aveva un ideale filosofico di fondo, mentre Modeo parla di principi legati all’uomo).

A partire da queste quattro innovazioni, credo che bisogna partire per inaugurare un fase nuova della scrittura sportiva, sia in ambito saggistico che narrativo.

P.S. Modeo cita anche me per le riflessioni fatte nel mio testo “L’Europa nel pallone. Stili, riti e tradizioni del calcio europeo”. Per questo sono onorato e lo ringrazio.

martedì 21 dicembre 2010

Il regalo "sportif" per Natale

Tema dicembrino di Quasi Rete de La Gazzetta dello Sport - Quale regalo "sportif" vorresti?


Fin da piccolino amavo i regali complicati, del tipo: pista di automobiline Lego con spalti del Subbuteo. Ovviamente la scelta di Babbo cadeva su cose più “easy”, che poi mi piacevano lo stesso. Anche per il regalo che Quasi Rete vuole tirar fuori ai suoi autori, mi butto su qualcosa di conglomerato: vorrei la maglia infangata del tacco di Allah. Madjer nel 1987 regalò la Coppa Campioni al Porto grazie al tacco più mistico della storia. Non fu un acrobazia, un gesto istintivo, un guizzo di classe, fu un attimo di sospensione del tempo. Mentre gli altri calciatori arrancavano dietro quel pallone nell’area del Bayern Monaco, Madjer bloccò il flusso del tempo e predispose il corpo all’impatto del calcagno, morbido e preciso.

Grazie a quella vittoria, il nostro arrivò nel gelo di Tokyo, per giocarsi la Coppa Intercontinentale contro il Peñarol. La temperatura era sotto lo zero e per tutto il tempo una bufera di neve tempestò i 22. I calciatori a stento si reggevano in piedi, in mezzo ad una fanghiglia gelata che avrebbe distrutto qualsiasi volontà. In questo inferno, il meno abituato a quelle condizioni, una volpe del deserto algerino, giocò una partita scioccante per capacità atletiche e voglia di vincere. I supplementari acuirono il supplizio, ma al 110’ Madjer riuscì nell’impresa più difficile: fregare la palla al difensore con uno scatto secco e segnare con un pallonetto da fuori area. Babbo regalami quella maglia in cui non è più riconoscibile il numero di un grande campione.

lunedì 20 dicembre 2010

Il senso del 10

Da segnalare un bell'articolo apparso su Toronews, in cui la nostalgia dei numeri non è la noiosa voglia dei tempi andati.

martedì 14 dicembre 2010

Il tramonto del guizzo

Le ali contemporanee devono saper fare molte cose. Non basta più vegetare sulla fascia, in attesa che la palla arrivi e non basta nemmeno superare il terzino con cui si iniziava una battaglia di 90 minuti (se si fosse sviluppato negli Stati Uniti, il calcio sarebbe ancora così: il 7 contro il 3, il 9 contro il 5, ecc.). I giocatori di fascia, ali ormai è un poetismo pre-sacchiano, devono avere fondo per percorrere l’intera fascia, dal proprio portiere al portiere avversario, forza fisica per superare calciatori che sono al loro pari per energia e velocità, la tecnica che basta per fare un buon cross a 100 all’ora (questa la dovrebbero migliorare tutti), intelligenza tattica per coprire in difesa e proporsi negli spazi interni ed esterni per essere serviti in corsa e mai da fermo. Ecco una grande rivoluzione: gli allenatori odiano quando i giocatori di fascia sono serviti da fermo e non sulla corsa a taglio di fronte al difensore o alle sue spalle. I raddoppi sistematici e la lentezza della giocata bloccano i flussi di gioco. Cosa comporta questo? Il tramonto del guizzo.
Il guizzo non è un semplice attimo di energia inutile e decadente, è una scossa di volontà, una sfida bella e buona per cui ci vuole coraggio e fantasia. Il re del guizzo mondiale non può non essere Garrincha, subdotato fisicamente (per il fatto della gamba più corta ma aveva due quadricipiti da paura), ma fantasticamente armonico nei suoi movimenti strappati, ma vorrei accennare però al principe del guizzo, il meglio visto in Europa. Jimmy Johnstone era un fringuello scozzese di 155 centimetri e 52 chili. Il calcio per lui era semplice e continua sfida, contro difensori più alti, più forti, più pesanti, più furbi, forse più pagati. A lui restava soltanto una cosa: il guizzo che rimescola le carte, che riesce a sovvertire l’ordine mai scritto delle cose del calcio.


giovedì 9 dicembre 2010

Archeologia dello sport 14 - Lazio, Cantù-Bologna 1980, Picabo Street

Nell’anno non proprio fortunato della retrocessione (1966/67) in B la Lazio riesce tuttavia a sconfiggere sul proprio terreno l’Inter capolista.



Per il campionato italiano di basket 1979/80 si presentano all’atto conclusivo la Virtus Bologna e Cantù: LA PRIMA FINALE con il successo dei felsinei per 84-79



Nella stagione 1995/96 la statunitense Picabo Street si impone nella discesa libera di Lake Louise. Immagini Tmc. Commento di Andrea Prandi.

giovedì 2 dicembre 2010

Il senso del Milan per Berlusconi

Nel corso di questi oltre 20 anni di Milan, la squadra rossonera per Berlusconi è stata tante cose diverse. Nei primi anni Berlusconi ha interpretato grazie al Milan uno dei ruoli che meglio conosce, quello di Salvatore della patria. Un club glorioso si era perso nei meandri della confusione finanziaria e lui ha saputo tirarlo fuori e metterlo al pari degli altri club italiani.
Dopo i primissimi anni però, ha deciso che il Milan non doveva soltanto ritornare ai fasti del passato, ma essere un modello del tutto nuovo di società e di organizzazione della macchina calcio. In società ha imposto lo stile Publitalia, mentre in squadra ha preso non solo un allenatore che giocava in modo moderno, ma che snocciolava un glossario di termini totalmente rivoluzionario. Questa è la fase dell’Imprenditor-futuro, con il Milan che faceva da cassa di risonanza mediatica, affinché dinamiche e stile fossero riverberati con forza negli altri campi dove in quegli anni Berlusconi investiva in modo massiccio.
Nella prima metà degli anni ’90 il calcio divenne uno dei codici-mondo con il quale avere consenso di base. L’affermazione del Milan come squadra più forte del mondo serviva a creare consenso unanime e indiscusso intorno alla figura di Berlusconi, che diventava uomo nuovo a tutto tondo, capace di dare, se solo avesse voluto, la svolta al Paese.
Per tutti gli anni duemila, il Milan e Berlusconi si sono presi e lasciati, come gli amori che non finiscono mai. Catturato dal ruolo istituzionale, sussurratogli dall’alto e affidatogli dagli italiani, la squadra di calcio viveva lontana dalle sue prime esigenze ma era sempre ricordata e vissuta come passione insanabile. Il ruolo di Ragazzo ormai cresciuto, chiamato dalla vita a darsi da fare per tutti è un ruolo che ha convito.
E adesso, cosa serve il Milan a Berlusconi? Il Milan è una squadra di ottimi giocatori, spremuti da anni di battaglie e vittorie. Tutti i migliori sono icone conosciute in Vietnam come in Cile e sono marchiati da valori ben evidenti. Un po’ come il Presidente, che ha vissuto una vita piena di tutto e a volte fa qualche passo falso. Ma anche lui è l’Italia nel mondo, atteso e stimato da tutti i potenti. Nei prossimi anni il legame di sangue tra Berlusconi e il Milan sarà ancora più forte. Insieme saranno i nostri vessilli, le due parole sulla bocca di tutti coloro che parlano della nostra nazione. Il Milan per Berlusconi sarà lo specchio della sua storia e un brand sul quale reinquadrare il concetto di made in Italy. Berlusconi vuole far diventare il Milan un bene culturale, da salvaguardare, impossibile da criticare. Un po’ come cercherà di fare per sé quando sarà Presidente della Repubblica.