mercoledì 29 giugno 2011

È uscito “Inter nos, 23 storie in nero e azzurro” (con mio racconto su Boninesegna-fulmine in rovesciata)

È uscito “Inter nos, 23 storie in nero e azzurro”. Le hanno scritte i balenghi e sognatori di em bycicleta, presidio di fabulazione sportiva. L'editore è Curcu & Genovese, prezzo 14 euro. Il libro - prefazione di Gianfelice Facchetti -, è stato presentato al Campo sportivo di Caldonazzo, domenica 19 giugno, all'interno del programma del Trentino Book Festival.

Qui si narra di Peppin Meazza che, quando voleva, accendeva il gioco come se girasse l’interruttore della luce. E di Alessandro Bianchi che giocava largo a destra, quasi preferisse non disturbare. C’è la sera in cui Tagnin s’incollò a Di Stéfano e quell’altra in cui Enrico Cucchi corse a testa alta sul prato del Bernabeu. E si racconta del gol segnato per sbaglio da Sandrino Mazzola; di Lisbona e di una finale di Coppa persa contro la Pro Patria, o una squadra che gli assomigliava; di un capomeccanico in panchina; e dell’inedita linea difensiva Anzolin, Endrigo, Facchetti. E di quando Boninsegna prese la forma del fulmine (questo racconto è del sottoscritto). C’è chi l’Inter se l’è portata in montagna: dentro a una radiolina, o sotto il sellino di una bici da corsa, tra Coppi e Skoglund, o sul Ventoux in compagnia di Francesco Petrarca, o in bilico su una cengia dolomitica.

Detto tra noi – Inter nos, appunto – nella rosa dei ventitré embyciclisti sono pochi quelli che per fede “sacrificano” al nero e all’azzurro. Molti di più quelli che quei colori “sacramentano”, soprattutto negli ultimi anni. A lungo l’Inter è stata come Odisseo, “bella di fama e di sventura”; svelato che il fato aveva un nome e un cognome la “Beneamata” è uscita dai romanzi e ha cominciato a vincere, diventando, inevitabile sorte, “Moltodiata”. Ma il confine tra amore e odio, si sa, è sottile: lungo quella incerta linea di separazione nascono le nostre storie. Da fedeli praticanti o da ostinati avversari, abbiamo attinto a personali ricordi, inventato intrecci più o meno verosimili, seguito labili tracce di figurine di album ingialliti.

Notte d’estate: le montagne disegnano il nero, il cielo trattiene ancora per qualche minuto l’azzurro. Accendete la lampada, aprite il libro.
Buona lettura

Via Quasi rete

venerdì 24 giugno 2011

Semiologia delle figurine Panini - Appunti 1a parte

Da qualche giorni s-ragiono sulla semiologia delle figurine Panini (tra pochissimo capirete perché) e, facendole scorrere tra le mani, ho avuto un’idea assolutamente piccola, ma è giusto dirla.
Riprendendo le categorie di Barthes, le figurine Panini mi sembrano l’espressione massima dello studium, che regola una visione “piana”, di contesto, che fa emergere le evidenze “ambientali” e “storiche” del soggetto fotografato.

Guardiamo:



Un giovane calciatore è titolare della Fiorentina, storica squadra italiana, che quell’anno indossava una divisa con un viola più acido del solito. L’anno della fotografia è il 1975, in quanto la coccarda della Coppa Italia che campeggia in basso a destra si riferisce alla vittoria del 1974-75 contro il Milan nella finale di Roma (Casarsa, Guerini, Rosi – Bigon, Chiarugi). Dalla capigliatura si poteva dedurre comunque che il periodo in cui è stata scattata la foto erano gli anni ’70, ben prima dell’arrivo degli sponsor di maglia e tecnici. Il collo-camicia è un richiamo alle vecchie divise degli anni ’30.


Calciatore non più giovanissimo, un po’ nostalgico degli anni ’80 nel capello al limite del cotonato. Gioca in un Udinese di inizio anni ’90, in serie A, durante il saliscendi della doppia promozione 1991-92 – 1994-95.

Continuando l'analisi però mi accorgo che anche i punctum delle figurine dicono la loro...

martedì 21 giugno 2011

Intervista a Eduardo Galeano da La Repubblica

Riporto l'intervista di Maurizio Crosetti a Eduardo Galeano, tratta da "La Repubblica" del 05 giugno.

I sogni, il mistero, le illusioni, la tecnica, ma soprattutto la bellezza. Il calcio, per Eduardo Galeano, è un favoloso groviglio di splendore e miserie: questo il titolo di un suo famoso libro che è, ormai da anni, un classico. E attorno alle due parole-chiave, splendore e miseria, ruotano anche questi giorni convulsi per il nostro povero pallone.

Galeano, cominciamo dalle miserie?
"Sto seguendo l'ultimo scandalo che ha colpito il vostro sport. Tristissimo, veramente. Ma è la conferma che il calcio non è un'isola: non genera da sé violenza, corruzione, miseria morale, bensì le condivide con una società senza riferimenti, dove i potenti ingannano, rubano, mentono. Il football non è un capro espiatorio. C'è di peggio, credetemi, di un portiere che vende le partite o droga i compagni di squadra".

Ci fa un esempio?
"Qualche primo ministro. I nomi? Eh, sapete, io vengo da lontano e me ne intendo poco... Oppure i banchieri che hanno impoverito il mondo. Nessuno di loro è stato arrestato. Non i grandi, almeno. C'è chi ha violentato interi Paesi, e ha chiuso violentando cameriere d'albergo".

Come ci si oppone alla miseria, soprattutto quella interiore?
"Con la coscienza, con la capacità di ascoltare lei e non la convenienza. Come fece quel centravanti colombiano, tal Devani, che in un vecchio derby a Bogotà disse all'arbitro che non era rigore quello
che gli aveva appena concesso. Sono inciampato da solo, spiegò. Ma l'arbitro guardò la folla inferocita, che quel rigore voleva assolutamente, e rispose: grazie, però io preferisco restare vivo. Allora il centravanti andò al dischetto della morte, appoggiò il pallone e tirò fortissimo: fuori. Da quel giorno cominciò la sua fine sportiva, eppure quel giorno rappresenta il momento di massima gloria di tutta la sua vita. Perché egli, appunto, ascoltò la voce della coscienza e non della convenienza".

Lo sport non dovrebbe essere un luogo dove si proteggono le illusioni e i sogni?
"Dovrebbe, ma non è, anche se nella contraddizione sta la sua fecondità. In Uruguay ci indigniamo quando un centravanti simula un fallo da rigore, diciamo che è un pessimo esempio per i bambini. Io penso che sia peggio scaricare bombe sugli innocenti, chiamandola "missione di pace" invece di usare il suo vero nome: guerra".

Cosa può spingere un atleta a tradire e barare? Solo il denaro?
"Forse c'entra anche la condanna al successo. Ormai, non solo nel calcio, la sconfitta viene vissuta come una realtà senza redenzione. Quello che non rende, non serve. Abbiamo creato il mito dell'efficienza a qualunque costo, e le persone deboli cercano scorciatoie. La cosa grave, tuttavia, è il messaggio di impunità che talvolta si accompagna ai crimini. Questo è inaccettabile per gli onesti".

Però il calcio ha un grande potere consolatorio: è riduttivo, questo ruolo, o necessario?
"Siamo mendicanti di bellezza, e il calcio ci riempie gli occhi. Lionel Messi è l'unico vero messia in un mondo che inganna. Il Barcellona è splendore, certamente. Amo questa squadra solidale, creativa, piena di gioia di giocare, che non cerca atleti grandi e grossi e dà invece pieni poteri alla fantasia. La finale di Coppa dei Campioni contro il Manchester United è stata meravigliosa".

Meglio il Barcellona del Real Madrid, dunque.
"Non si discute neanche, Mourinho è un orrore".

A proposito di finali: il Peñarol di Montevideo si giocherà la Libertadores contro il Santos: a una squadra uruguaiana non accadeva da 23 anni.
"Non sono tifoso del Peñarol, ma spero vinca. Ogni tanto bisogna togliersi la maglia con i propri colori sociali, e pensare più sportivamente".

Lei ha scritto pagine memorabili sul mundial argentino del '78, usato dai militari per coprire i loro crimini. Pensa che lo sport sia ancora uno strumento di potere?
"Purtroppo sì. C'è chi manipola una passione universale per puro interesse privato, e questo è da delinquenti. Lo fece Hitler nel '36, umiliato dalla vittoria del Perù contro l'Austria: nella notte dopo la gara venne cancellata la vittoria, ottenuta con i gol di attaccanti neri. Però abbiamo esempi meno clamorosi e più recenti".

Cosa pensa dei politici che usano lo sport?
"Ne ricordo uno, anche se il nome mi sfugge. Italiano, mi pare... Disse, più o meno, che avrebbe fatto al suo Paese le stesse cose che aveva fatto con la sua squadra di calcio. Non andò proprio così".

Come si diventa grandi narratori di sport?
"Guardando e ascoltando. Se l'uomo ha una sola bocca, ma due orecchie, significa che prima di parlare dovrebbe ascoltare due volte".

Perché gli scrittori sudamericani hanno scritto le pagine più belle della letteratura sportiva?
"Non so se questo sia vero, comunque noi cerchiamo di tradurre la voce della realtà mescolandola al sogno e alla magia. Bisogna sempre partire dalla cose minime, dai dettagli. Io amo confrontarmi con le vicende difficili e profonde, cercando di raccontarle in modo semplice. La realtà regala le storie migliori, non c'è bisogno di ricamarci troppo. Credo nella grandiosità delle piccole cose, anche se il nostro tempo malato ha confuso la grandiosità con la dimensione del reale: una cosa, se grossa, non è necessariamente grande, anzi è spesso il contrario".

Come si cerca, lo splendore?
"Ne ho appena visto molto tra gli "indignados", i ragazzi che ho incontrato in Spagna. Alcuni loro cartelli erano memorabili, ad esempio quello che diceva "se non ci farete sognare, non vi faremo dormire". Oppure, il mio preferito: "La rivoluzione del senso comune".

Contro le miserie, anche lo splendore di un po' di ottimismo?
"Io mi aspetto sempre che dentro questo mondo che non desidero, e che mi piace sempre meno, ci sia nascosto un altro piccolo mondo possibile e migliore, come dentro la pancia di una futura mamma".

Il mondo piccolo e migliore comincia dalle persone?
"Sempre, e dalla loro capacità di amare. Ricordo quando incontrai per la prima volta Obdulio Varela, l'eroe della Coppa del mondo che l'Uruguay strappò al Brasile nel 1950. Si narra che, la sera, questo grande giocatore abbandonò la festa dei suoi compagni, in albergo: me lo confermò egli stesso. Era andato vagando nei bar di Rio, per osservare le persone. Mi disse: "Dentro lo stadio Maracanà, la folla mi era parsa un mostro con 200 mila teste e l'avevo odiata. Ma adesso, dopo la sconfitta, ognuna di quelle teste piangeva da sola. Ne abbi un'immensa tristezza". Il mio amico Obdulio trascorse l'intera notte, per così dire, abbracciato a coloro che aveva fatto soffrire. Ecco, a me sembra un esempio bellissimo di compassione. E' così, comprendendo le ragioni degli altri, soprattutto gli infelici, che forse si realizza un mondo migliore".

Via Repubblica

lunedì 13 giugno 2011

"Pablito Mon Amour" di Davide Golin

L’amore per i miti d’infanzia è come le aziende (e il marketing ce lo spiega benissimo). La fase di start up è quella più affascinante, si scopre il mondo del nostro uomo (o donna, per quelli che sono già un passo più avanti) e si pesca a piene mani nei nostri desideri primordiali, che si sintetizzano in: “Vorrei diventare come lui”. La fase di ascesa poi tocca l’acme quando, da ragazzini, abbiamo esperienza in qualche modo del nostro mito; lo incontriamo per strada, guardiamo una sua performance e pensiamo che la stia realizzando per noi, litighiamo con qualche compagno di banco perché lui tiene per l’avversario diretto. Questa è la fase del matrimonio con il proprio mito, sincero e indimenticabile per il resto della vita. Arriva poi una fase di stabile maturità nei rapporti con il nostro, ne seguiamo le gesta ma ci rendiamo conto che è troppo anche degli altri per non allontanarsi un po’, e con i 14 anni inizia la fase di declino; lui ormai non gioca più come prima o non fa più gli stessi dischi del suo primo periodo, noi abbiamo conosciuto altri mondi e siamo partiti per altri lidi, iniziamo a pensare di conoscere troppo bene le cose del mondo per essere ancora pazzi di qualcuno.
Il processo completo spesso ce lo raccontiamo, con nostalgico imbarazzo.
Davide Golin, nel suo Pablito Mon amour edito da NoReply Edizioni racconta questa piccola-grande storia che ci accomuna, noi mortali che sogniamo l’immortalità della fama.
Essendo così diffuse, di storie come queste sono piene gli scaffali, ma Golin, grazie alla sua leggerezza vissuta e non immaginata, riesce a dire qualcosa di nuovo. Non so se volutamente, ma lo stille, i richiami al mondo giovanile del periodo e soprattutto il ritmo narrativo della storia personale che si confonde con quella pubblica, richiama tantissimo un libro che del genere potremmo dire ormai (a loro insaputa, magari) è un riferimento, “Juve, Inter, Milan? Meglio il Foggia”, del collettivo Lobanovski, da poco riedito con grande arguzia da Bradipolibri.
Come il libro del collettivo foggiano, i rimbalzi della storia tra Golin e Paolo Rossi parlano di molte cose: un luogo che viene scoperto, insieme ad una nazione, una realtà che viene vissuta, senza le remore da videogioco di cui oggi i ragazzini sono pieni, una storia d’amore vera e propria, perché pensare e palpitare per qualcuno/qualcosa è amore, per fortuna.
Una cosa che Golin sa fare perfettamente è usare i sentimenti. Non si abbandona all’ode dei tempi passati, quando i giovani “incanalavano il loro furore verso il meglio”, ma parla della sua storia con gli occhi di oggi, di quello che è diventato e siamo diventati, senza dirci in continuazione: “Eh prima… era tutta un’altra cosa”.
Quello che lui ha vissuto con Paolo Rossi lo sta vivendo qualcuno oggi per Pato e Cavani, e la faccia da neonato di Pablito rispetto a quelle robotizzate degli altri due non sottintende per forza un sentimento più vero e puro.
Da leggere e ricordare i passi della storia personale trafitti da stralci di interviste e articoli, un bel modo per mischiare saggio e romanzo, senza far disperdere il filo narrativo.

martedì 7 giugno 2011

"Prima del calcio di rigore" di Peter Handke

Un incubo nel passato remoto di un uomo, nelle vergogne di un abisso, sulla superficie di una nazione mai adulta. “Prima del calcio di rigore” di Peter Handke è un attacco a qualsiasi storia narrata, è la mente dell’uomo alle prese con il tempo presente, nella Germania occidentale degli anni ’70, nazione stuprata e che stupra le menti del popolo (l’Occidente è uguale all’Oriente, questo il dogma, altri mezzi uguali risultati).
Libro perfetto dello scrittore prediletto di Wim Wenders, “Prima del calcio di rigore” è l’opera più semplicemente turbinante di Handke, un crollo sempre controllato e mai spropositato nella grazia nera di un assassino, amante, figlio, cittadino, vagabondo nelle disperazioni della normalità più assurda e schizofrenica.
Leggendo ho pensato alle vicende criminal-vouyeristiche di oggi, accadute da sempre ma spesso sotto la lente d’ingrandimento, perché i pruriti degli uomini restano sempre gli stessi. Il portiere protagonista non agisce per noia o istinto, ma per pura volontà d’esistenza, in un mondo che annulla e scarnifica e rende inutili i piccoli desideri raggiunti.

venerdì 3 giugno 2011

L'era delle squadre vincitutto

Per il gusto del Bastian contrario (quanto ci piace, addirittura in politica, ma siamo matti?), il bello di sottolineare in rosso le esagerazioni/retoriche/frasi di senso comune del giornalismo sportivo italiano è un nostro filone.
Questa volta il focus si dirige su un dogma espresso alla fine degli anni ’90 e tenuto in vita fino ad oggi: il calcio contemporaneo fa disputare troppe partite impegnative e le rose di cui disporre sono troppo striminzite per essere competitivi nelle diverse competizioni che si disputano.
Bisogna scegliere, Paese o Europa? E abbiamo creato anche le specialiste, il Milan è europeo, la Juve italiana, l’Arsenal è inglese, il Manchester mondiale, e così via.
Dal 2006, solo il Milan ha vinto nel 2007 la sola Champions League, mentre nel 2006, 2009 e 2011 il Barcellona ha bissato Liga e Champions, nel 2008 il Manchester ha fatto il double, nel 2010 l’Inter ha realizzato addirittura la tripletta mourinhana.
Il solito torto marcio degli addetti ai lavori o è cambiato qualcosa?
La risposta purtroppo non è quella che tutti si attendono: le rose sono sì più ampie e performanti ma in campo vanno sempre gli stessi (Messi e Xavi giocano anche contro l’ultima in classifica, Mourinho non cambia mai i titolari, Ferguson ama ruotare di più ma le partite vere le giocano sempre gli stessi).
L’unica risposta possibile, per non abbandonarsi al fatalismo, è il valore delle due competizioni, una volta ritenute inconquistabili in coppia. Liga e Serie A si sono olandesizzate, basta partire bene e mantenere una velocità di crociera decente per vincere il campionato. Contro le squadre dal nono posto in giù è facile vincere anche con qualche riserva, dal nono in su basta spingere un po’ sull’acceleratore. La Premier League non è facile per i top team come le altre due ma si avvicina.
I grandi team hanno creato delle vere e proprie all stars, in questo caso parlerei di realmadridizzazione. In pochissime squadre di seconda fascia giocano nel loro periodo di carriera migliore buoni/ottimi calciatori. Con la Sampdoria, il Tottenham, il Villareal, i vari Pazzini, Carrick e Rossi giocano fino ai 24/25 anni, poi passano nelle grandi squadre e sbilanciano ancora di più le forze in campo.
I giovani campioni nel calcio non spostano più come prima. Gente che nelle squadre giovanili fa sfracelli, fino ai 24-25 anni sono assolutamente impercettibili (ovviamente Messi non fa testo). Una volta che riescono a dare continuità alle loro prestazioni, come dicevamo, vanno nelle grandi squadre.
La Champions League non è quella di inizio 2000. Il girone è una formalità, mentre agli ottavi becchi o la squadra più debole o quella in crisi. I quarti e le semifinali sono quattro partite in tutto e la fatica si può anche fare. Il secondo girone allungava la competizione, ma soprattutto la rendeva più complicata da affrontare.
Questa la situazione. Cambierà? Se il flair play finanziario sarà fatto rispettare sul serio, il livello generale si alzerà, i giovani campioni possono pure pensare di non correre verso le grandi, le competizioni diventeranno più difficili.