martedì 21 febbraio 2012

Intervista a Italo Quazzola - I talenti del futuro

Italo Quazzola ha fatto grandi gare nelle categorie giovanili in una delle specialità storiche del mezzofondo italiano, le siepi. Lo intervistiamo nel nostro viaggio tra i talenti del futuro, sperando che i suoi sacrifici possano portarlo sempre più in alto.

Come ti sei avvicinato alla specialità, come sei arrivato ai siepi?
All'atletica leggera sono arrivato tramite la scuola. Dopo aver disputato una gara provinciale la mia professoressa mi ha spinto verso questo sport. Agli inizi l'ho presa più come un allenamento un po’ più duro del previsto per giocare a calcio, sport che già praticavo, ma in seguito l'atletica ha preso sempre più spazio. Le siepi sono una disciplina che mi hanno sempre affascinato, forse perché non è solo corsa ma necessita di qualcosa di più: sia tecnica che di forza mentale, fino all’ultimo centimetro.

Quanto e come ti alleni, coincidendo scuola e corsa?
Mi alleno sei volte alla settimana ed è un po' difficile conciliare tutto questo lavoro con la scuola, ma per fortuna ho dei professori veramente comprensivi che si rendono conto dei miei sforzi.

Nei siepi la storia italiana ha avuto grandi protagonisti. Fa paura seguire i vari Panatta, Carosi e Lambruschini?
L'Italia, con questi atleti e con altri del calibro di Mei e Antibo, aveva uno dei più forti settori del mezzofondo al mondo e sicuramente avere loro come obbiettivo dà una carica in più per voler far bene e migliorarsi sempre, ad ogni allenamento e ad ogni gara.

All’Eyof di Trabzon hai fatto una grande finale, terminando secondo dietro lo spagnolo Basconcelo. Che gara è stata?
La gara di Trabzon è stata veramente un gran bella esperienza. Ero arrivato a quella prova un po' con l'amaro in bocca per non aver centrato la finale ai campionati mondiali di Lille svoltisi qualche settimana prima, la voglia di rifarsi era tanta e anche per questo ho fatto una gara seguendo il mio ritmo senza pensare agli altri, anche se questa scelta mi ha fatto restare un po' nelle retrovie fino agli ultimi due giri, Sono riuscito ad avere un buon finale e a riprendere e superare il ragazzo tedesco che seguiva lo spagnolo, arrivando alle spalle di quest'ultimo.

Quali sono i tuo obiettivi nel prossimo futuro?
Quest'anno il cambio di categoria è un po' critico, visto che cambia anche la distanza da percorrere (da 2000 a 3000 siepi) quindi devo prima di tutto studiare e capire il mio approccio con la nuova distanza. Sicuramente i campionati mondiali che avranno luogo a Barcellona sono un ottimo obbiettivo, forse non proprio fuori portata, ma di sicuro bisognerà guadagnarselo col sudore e tanta fatica.

mercoledì 15 febbraio 2012

L'acquaticità nel calcio contemporaneo

Luigi Garlando qualche giorno fa sulla Gazzetta scriveva di “acquaticità” (mio virgolettato) come parametro per definire le squadre che giocano meglio. Un concetto molto giusto che sarebbe bene approfondire.
Per acquaticità s’intende la capacità di essere adattabili alle situazioni endogene ed esogene e la fluidità nella gestione in corso delle partite. Un parametro davvero fondamentale se consideriamo quanto in fretta crollano i trend di difficoltà nell’affrontare i sistemi di gioco delle squadre.
Un esempio su tutti può essere il Napoli (lo fa anche Garlando). Lo scorso anno il Napoli dominava attivamente le partite, impostando un gioco vario che riusciva a coinvolgere le fasce laterali con Maggio-Dossena e quella centrale con Hamsik incursore-goleador. Oggi le domina passivamente, non riuscendo mai a crearsi spazi oltre le linee avversarie. Le uniche squadre contro cui il Napoli sorprende sono quelle che non l’hanno mai affrontato. Un esempio è il gol di Maggio al Bayern Monaco. Nessuna squadra italiana permette più a Maggio di sbucare alle spalle del terzino, con la porta di fronte senza ostacoli, facendo scalare con rapidità il centrale destro.
In Italia invece il gioco del Napoli zoppica e questo è dovuto alla mancanza di acquaticità del sistema, da Mazzarri quasi mai rivisto almeno in partenza, ma anche degli uomini, poco flessibili e adattabili non solo in ruoli diversi ma in proposizioni differenti del ruolo stesso durante la medesima partita.
Per fugare i dubbi, mi spiego: non parlo di competenze multiruolo ma di una sapienza calcistica molto più ampia che include una vera e propria intelligence gestionale delle proprie risorse e competenze calcistiche che è difficile ritrovare in molto calciatori. Bisogna riparlarne.

lunedì 13 febbraio 2012

Intervista a Elania Nardelli - Londra 2012

Nel tiro a segno per la prima volta arriviamo a Londra 2012 con delle carte concrete (al di là del miglior Di Donna) da giocare in varie specialità. Una di queste è Elania Nardelli.

Nel 2010 sei stata bronzo mondiale dietro le cinesi Yi Siling e Wu Liuxi. Come sei arrivata a quella gara?
Quel giorno lo ricordo benissimo, ero molto tranquilla e sicura di me stessa, mi dicevo che quel pizzico in più di concentrazione mi avrebbe aiutato ed è stato così! Sono riuscita a dare il meglio e gestire senza alcun problema la mia gara!

Durante la gara è andato tutto per il verso giusto oppure qualcosa non ti è piaciuto della tua condotta?
Durante la gara é andato tutto bene, sono soddisfatta di come l'ho condotta e di aver trovato la giusta concentrazione per gestire particolari tensioni che si possono avere soltanto in gare così importanti.

Le due cinesi sono imbattibili?
Nel mio sport nessuna è imbattibile, ogni giorno è diverso dall'altro, bisogna trovare sempre la giusta concentrazione accompagnata anche da un po' di fortuna. Basta davvero poco per scivolare a metà classifica, anche un solo punto.

In Europa invece c’è la Germania ad imporre la sua leadership, l’Italia a che punto è nel settore Carabina?
Si è vero le tedesche sono molto forti, sopratutto nella categoria donne, ma nel nostro settore di carabina femminile non possiamo lamentarci. Io e la Zublasing cerchiamo di tenere alta la bandiera italiana.

Abbiamo grandi punte come Campriani, ma l’intero movimento del tiro a segno in Italia come sta vivendo questo avvicinamento all’Olimpiade?
Sì, Campriani è il favorito, ma anche gli altri qualificati sono molto forti. La federazione sta vivendo questo avvicinamento all'Olimpiade con grande tranquillità e ci sta mettendo a disposizione tutte le risorse possibili per poterci far arrivare preparati al massimo.

Siamo già in piena preparazione per le Olimpiadi. Che sensazioni hai?
La preparazione è iniziata, ma ho davanti a me ancora la Coppa del mondo e il mio obiettivo non può essere soltanto l'Olimpiade che in questa fase è l'ultima gara della stagione. Ho sensazioni positive e tanta voglia di combattere per arrivare pronta all'evento.

Se immagini Londra 2012, cosa vedi?
Se immagino Londra 2012...cosa vedo?? Sicuramente un sogno che diventa realtà!

venerdì 10 febbraio 2012

Intervista a Elio Verde

Nel nostro viaggio verso le Olimpiadi, è arrivato il momento il nostro migliore judoka, Elio Verde, per capire come si sta preparando per il grande evento.

Elio, prima di tutto come stai dopo l’infortunio che ti ha bloccato il programma estivo?
Il ginocchio va abbastanza bene, faccio terapie tutti i giorni. Dovrei fare il primo torneo a fine marzo se tutto va bene.

L’infortunio al ginocchio sinistro ti ha fatto saltare i Mondiali. Come saresti arrivato a questo appuntamento?
Sinceramente non so come sarebbero andate le cose ai Mondiali perché il judo è troppo imprevedibile. Sono quasi convinto però che avrei fatto una sorta di grande slam dopo aver battuto Hiraoka, che è arrivato secondo, e Mushkiev che ha preso il bronzo. Sicuramente mi è rimasta una gran curiosità.

Abbiamo ancora negli occhi il grande cammino che hai fatto nei Mondiali 2009. Cosa ti ricordi di quella esperienza?
Il cammino al Mondiale di Rotterdam è stato fantastico. In quei giorni ero un fenomeno e soprattutto molto concentrato. Il giorno della mia gara ero certo che nessuno avrebbe potuto battermi.

L’anno successivo ai Mondiali ti sei fermato poco prima del gran finale. Cosa è andato storto?
L'anno successivo stavo benissimo in allenamento ed era davvero l'anno buono per ripetermi. Purtroppo ad inizio gara non mi sono reso conto di non essere al 100% e da lì è andato tutto storto. Dopo un incontro ero così a terra che corsi in bagno a vomitare.


Sobirov, Hiraoka e Zantaria dettano legge da qualche anno. Pensi di riuscire a raggiungere i loro standard il prossimo anno?
Sobirov per adesso è l’atleta più forte che ho dovuto incontrare. Zantaraia è un talento, sinceramente in gara non ho mai combattuto contro di lui e non so dire quali sono i suoi punti di forza e le sue manchevolezze. Con Hiraoka vado sempre al golden score, come successe anche ai Mondiali di Rotterdam e in Brasile quest'anno al grande slam dove ho vinto proprio al Golden score. Detto questo, posso assicurare tutti di essere già al loro livello.


La squadra di judo italiana come arriva alle Olimpiadi Londra?
La squadra sta lavorando molto bene con stage e tornei uno dietro l'altro. Tutto questo è molto stressante però solo in questo modo riesci a capire davvero i tuoi livelli.

E tu che sensazioni hai per il prossimo grande appuntamento olimpico?
Avevo buone sensazioni prima che mi facessi male. Adesso devo solo recuperare alla grande e ributtarmi in mezzo alla mischia. Importante adesso e avere tanta voglia perché dopo un infortunio di questo genere la motivazione ti fa riacquistare sensazioni che avevi perso. Non vedo l'ora di tornare a combattere a quei livelli e di dimostrare di essere tornato competitivo.
Per Londra non so vedremo.

giovedì 2 febbraio 2012

"La strategia del Tasso" di Bernard Hinault

Nello sport i miti chi li crea? Me lo chiedo da anni e lo faceva anche lui.
Ma la domanda suprema è: come si crea un mito più mito degli altri? Nel calcio Maradona è megl’ e’ Pelé, è vox populi, nel basket Jordan è stratosfera rispetto a Chamberlain (Chamb che?, direbbe il pischello), nel nuoto Phleps è statua nonostante la vita, mentre Spitz ormai è piccione.
Nel ciclismo il dettagliato e coinvolgente libro di Luigi Panella, “La strategia del Tasso” (Limina Edizioni) mi ha scatenato il dubbio, che poi sarebbe: “Ma perché Bernard Hinault è sempre l’ultima ruota del carro tra i grandi miti del ciclismo mentre gente come Merckx, Indurain, Armstrong e addirittura Contador hanno più voce in capitolo tra i ricordi emozionali e le elegie mitografiche?”
Dal racconto di sole parole (non c’è un numero, bella scelta editoriale, perché mischia i tempi creando un atmosfera di periodo storico, non delle sezioni stagne da analizzare singolarmente), Hinault viene fuori per quello che è stato: un fantastico corridore, capace di vincere dovunque, di porsi obiettivi fuori dalla sua portata e raggiungerli, di movimentare le corse come oggi non fa più nessuno, di dominare il gruppo anche in battaglie di personalità che pochi hanno dovuto affrontare.
Eppure Hinault è uno di quelli che ha vinto 5 volte il Tour come…., ha vinto una Roubaix terribile come…, ha vinto un Mondiale da protagonista assoluto come…, ha vinto a distanza di tanti anni e dopo diversi problemi fisici come…
Non ho mai sentito nessuno dire di averlo fatto come Hinault, minimo comune denominatore di un ciclismo che è poco promosso (passa l’idea che prima c’erano i belgi contro gli italiani, dopo Indurain contro i dopati, in mezzo Hinault contro poco e niente) e poco visto (le corse sugli sterrati del Giro degli anni ’60 sono immagini ormai note agli appassionati, mentre una corsa dell’81 non l’ho mai vista).
Spero che grazie al libro di Pannella qualcosa cambi.