Gigi Riva è Tex. Lo sanno tutti, Luca Pisapia lo certifica con il suo “Gigi Riva. Ultimo Hombre vertical”, libro sulla gentile e terribile alterità di Gigi Riva in un mondo del calcio che già ai suoi tempi era cravatte strette e phard leggero leggero.
La metafora che regge il libro è quella del vecchio Western all’italiana. Un eroe nelle praterie cavalca e non ride mai, a differenza dei patinati americani degli anni ’50. L’eroe bada al sodo per il bene di tutti. Una frase del genere sta benissimo addosso a Riva che nella vita ha sembrato prendere tutto troppo sul serio per essere un uomo italiano, bello e telegenico. Che gli costava strizzare un occhio, carezzare una mano, abbracciare la soubrette che si sarebbe fatto in camerino senza chiederle nemmeno il numero di telefono? Riva invece è sempre apparso come un pezzo di ghisa in mezzo a uomini mollicci.
Il Cagliari scudettato è di Riva non tanto perché lui era il goleador, il calciatore più importante, il punto di riferimento di ogni giocata. Il motivo vero era l’aver infuso in tutti i suoi compagni la sua spiritualità western, raccontandogli con le sue gesta domenicali che gli indiani erano loro.
P.S.: Riva certo, ma in quel Cagliari c’era Scopigno, che una sera alla Domenica Sportiva, mentre tutti si aspettavano filosofie di fronte alla domanda esistenziale di Pigna, rispose:




