mercoledì 25 aprile 2012

"Gigi Riva. Ultimo Hombre vertical" di Luca Pisapia


Gigi Riva è Tex. Lo sanno tutti, Luca Pisapia lo certifica con il suo “Gigi Riva. Ultimo Hombre vertical”, libro sulla gentile e terribile alterità di Gigi Riva in un mondo del calcio che già ai suoi tempi era cravatte strette e phard leggero leggero.
La metafora che regge il libro è quella del vecchio Western all’italiana. Un eroe nelle praterie cavalca e non ride mai, a differenza dei patinati americani degli anni ’50. L’eroe bada al sodo per il bene di tutti. Una frase del genere sta benissimo addosso a Riva che nella vita ha sembrato prendere tutto troppo sul serio per essere un uomo italiano, bello e telegenico. Che gli costava strizzare un occhio, carezzare una mano, abbracciare la soubrette che si sarebbe fatto in camerino senza chiederle nemmeno il numero di telefono? Riva invece è sempre apparso come un pezzo di ghisa in mezzo a uomini mollicci.
Il Cagliari scudettato è di Riva non tanto perché lui era il goleador, il calciatore più importante, il punto di riferimento di ogni giocata. Il motivo vero era l’aver infuso in tutti i suoi compagni la sua spiritualità western, raccontandogli con le sue gesta domenicali che gli indiani erano loro.
P.S.: Riva certo, ma in quel Cagliari c’era Scopigno, che una sera alla Domenica Sportiva, mentre tutti si aspettavano filosofie di fronte alla domanda esistenziale di Pigna, rispose:




giovedì 19 aprile 2012

Il crucianesimo è obbligatorio?

In macchina di mio papà ascolto per forza di causa (è comprensibile solo quella stazione) Radio 24 e m’imbatto ogni sera nella Zanzara di Cruciani e l’altro.
Al primo ascolto mi è nato interesse, al secondo il tutto mi sembrava già sentito, al terzo pensavo già a tutt’altro, vinto dal paesaggio sempre uguale e diverso che percorro ogni sera.
Il crucianesimo è un modello di giornalismo e critica già visto ma con elementi sicuramente nuovi. Per analizzarlo ci vuole un attimo, forse è per questo che al terzo ascolto ti fai i cazzi tuoi invece di stare a sentire.
Si fonda su tre cardini: 1) la controffensiva obbligatoria nei confronti di qualsiasi luogo comune. Quando il tema è dato e le tesi comuni sono due, l’antitesi cruciana rimbalza a seconda dell’interlocutore. Se l’interlocutore dice A, lui deve dire B e viceversa.
2) La polarizzazione necessaria: il commento non è mai grigio. Esempio ascoltato con queste orecchie: Se il figlio di Bossi ruba e per l’interlocutore è una vittima, il Bossi per Cruciani deve andare in galera. Se il figlio di Bossi ruba e per l’interlocutore deve andare in galera, il Bossi per Cruciani deve ritornare nel posto pubblico che ha lasciato per troppa solerzia inadatta al patrimonio morale italiano. Qui la scuola di Ferrara si fa sentire.
3) La confusione fa la discussione. Questa è una vecchia storia su cui i talk show campano da anni. Pensate se un nostro politico esprimesse per intero un concetto senza essere interrotto. I talk show sarebbero visti dallo stesso numero di persone che non arruolate vanno ai comizi e Vespa scriverebbe molti più libri (ci sono anche note positive).
Il crucianesimo è un modello e ce lo dobbiamo tenere fino a che non scade (ne sono passati parecchi di modelli, vedi il Daghismo o il Tononismo che oggi hanno creste mosce e (fals. cit. De André) voci buone per le telepromozioni. Ma tale modello lo dobbiamo applicare per forza a tutto? O meglio, lo dobbiamo applicare per forza al calcio (il nostro partecipa al nuovo Controcampo camera e cucina della domenica sera)?
Per puro caso mi sono svegliato a notte inoltrata e ho beccato Cruciani che parlava di calcio: mi ha fatto l’effetto del viaggio in macchina e ho messo su Real Time dove un tipo in America piangeva perché le damigelle della sposa non volevano più il vestito rosa shocking ma tiffany. E se ho tengo un blog del genere, la cosa è preoccupante.

domenica 15 aprile 2012

L'eternità di Morosini

Letteratura sportiva cerca sempre di trovare l'elemento altro in un campionato, in una partita, in un gesto. Guardando le immagini di Piermario Morosini che cerca in tutti modi di resistere all'attacco cardiaco che sta subendo per aiutare la squadra e rispettare i compiti che deve svolgere in campo c'è qualcosa di straordinariamente umano e divino insieme. L'uomo si riscopre perfetto, come tutti gli essere viventi del creato, quando riesce a combattere contro la sua stessa fine.
L'affannarsi di Morosini nel voler riprendere a tutti i costi la corsa per coprire lo spazio di passaggio è qualcosa che deve restare nel ricordo di tutti. L'attimo è terribile, un uomo sta morendo, ma quell'uomo ha la forza di resistere anche pochi secondi perché sta giocando al calcio. Se non è eterna un'immagine del genere.

martedì 10 aprile 2012

Gli occhi spalancati di Pulici

Ho letto il libro di Fabrizio Turco, "La Rivoluzione del '76", e ad un certo punto si scrive che Pulici nel gol-scudetto contro il Cesena si tuffa di testa con gli occhi spalancati, aggredendo quel traguardo con lo sguardo prima che col corpo. Ho ritrovato la foto ed è tutto vero. Meraviglioso!



mercoledì 4 aprile 2012

"L'ascensione di Roberto Baggio" di Matteo Salimbeni e Vanni Santoni

Baggio è qualcosa di irraggiungibile, lo sappiamo. Baggio è una molecola amabile. Baggio è un attimo trascendentale lo supponevamo e il libro di Matteo Salimbeni e Vanni Santoni, “L’Ascensione di Roberto Baggio” (Mattioli 1885), riesce a chiarircelo una volta per tutte. L’Ascensione del titolo è un processo rapidissimo. Il Baggio che entra nel tempio della serie A e distrugge San Paolo e San Siro (perfettamente in tema) tra l’ultima di campionato del 1986-87 e la seconda del 1987-88 crea una crepa dove il tempo si ferma e le partite iniziano a contare per la loro bellezza, non tanto per quello che valgono.
In questo senso Baggio è pienamente un santo laico perché capace di mostrare con i piedi più di quello che la gente gli chiedeva. Ma l’ascensione non è un percorso piano, da fare in scioltezza. Il passaggio alla Juve crea i nemici. Baggio non è più puro. Anni di magie e goal, persi dietro a titoli e vittorie che non piacevano. E poi USA ’94, dove all’88’ di Italia-Nigeria arriva la chiamata: vai figlio mio e compi il miracolo. Baggio esegue e urla per il campo. Da lì in poi cambia tutto. Chi lo rinnega (Capello, Ancellotti) è un ortodosso cattivo. Chi lo sopporta (Lippi, Maldini, Ulivieri) è un Ponzio Pilato rasato di fresco. Chi lo ama (Mazzone su tutti) è mosso da uno spirito. Cosa è stato Baggio? Uno che si aspettava ogni domenica. Oggi con chi succede?